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La politica è un sistema di mezzi e strumenti per raggiungere un fine

La missione in Afghanistan esige una risposta alta alla responsabilità del reale
25 luglio 2006
Raniero La Valle
Fonte: Liberazione (http://www.liberazione.it)

Conosco personalmente molti dei parlamentari dissidenti sull’Afghanistan, le cui fotografie vengono pubblicate ogni giorno sui giornali quasi si trattasse di pericolosi delinquenti. Tale linciaggio è inammissibile: per fortuna c’è ancora una Costituzione che tutela il loro diritto-dovere di rappresentare la nazione senza vincolo di mandato. Li conosco come persone serie e responsabili e so che le motivazioni della maggior parte di loro non sono né quelle un po’ ricattatorie di Bernocchi (dimostrino di essere “pacifisti”), né quelle assolutistiche di Gino Strada (fiat pax, pereat mundus) né quelle puriste dei movimenti non ancora giunti a pensarsi come soggetti politici (la pace “pura”, senza se e senza ma, come ogni altra cosa “pura” per fortuna non esiste né nella natura né nella storia). So invece che le loro motivazioni sono politiche: essi pensano che la guerra perpetua in atto in diversi scacchieri sia la conseguenza della scelta strategica della presidenza Bush, invano mitigata dai segretari di Stato, di promuovere dopo l’11 settembre il “nuovo secolo americano”, cioè il nuovo Impero mondiale che vendichi il Novecento.
Questo progetto è destinato a fallire, tra molti tormenti; quello che invece si può realizzare è il progetto che vi si è inserito di Israele, di chiudere unilateralmente la questione palestinese stabilendo una sovranità definitiva su tutta l’antica terra d’Israele, dal mare al Giordano, neutralizzando i palestinesi col muro e con le altre politiche abbozzate e già in atto.

Il voto sull’Afghanistan è l’occasione che è stata scelta per dire no a tutto questo, ben oltre l’Afghanistan. Ma proprio per questo tale scelta mi sembra un gravissimo errore che non solo vanifica questa occasione, ma rischia di compromettere ogni altra occasione.

Essa non tiene conto della natura propria della politica e delle sue condizioni di operatività. Forse è il prezzo che si paga nel passaggio dalla politica “parlata”, discussa, proiettata in scenari ragionati, alla politica in cui i destini collettivi sono effettivamente in gioco in campo aperto. Questo passaggio non esige solo “realismo” che può scadere in un compromesso al ribasso, ma una risposta alta alla responsabilità del reale.

In questo senso la politica è un sistema di mezzi e strumenti per raggiungere un fine. Andarsene semplicemente, noi soli, dall’Afghanistan, non è un mezzo adeguato, se non per il suo valore rappresentativo e di impatto sull’opinione. Ma allora io avrei più problemi per le truppe in Kosovo, dove si rischia, anche senza sparare, di imporre dall’esterno l’indipendenza di quel territorio contro la minoranza serba disgregando definitivamente tutta l’area.
Per la crisi internazionale generale due sono gli strumenti che è interesse supremo di una politica alternativa attivare.

Il primo è lo strumento di un governo nazionale che sia in grado di far giocare all’Italia un ruolo di iniziativa e di proposta capace di incidere sull’intero equilibrio mondiale e sulle alleanze, in una prospettiva di comunità internazionale di diritto, che intercetti e impedisca la formazione di ogni nuovo impero. Il vertice promosso a Roma è un barlume di questa possibilità. La ricaduta nel berlusconismo, che è perfino peggiore di Berlusconi, rappresenterebbe la catastrofe di questa prospettiva.

Il secondo è quello della ristrutturazione di tutto il sistema degli interventi militari internazionali, che li porti non tutti necessariamente fuori dell’uso della forza, ma tutti fuori della guerra e di qualsiasi loro uso egemonico, neo-coloniale e neo-imperiale, da parte di qualsiasi Potenza. Se una cosa è da chiedere al governo italiano è che apra una trattativa col Consiglio di Sicurezza per una attuazione del capo VII della Carta dell’Onu, e il passaggio di tutte le forze d’intervento alle dipendenze del Consiglio di Sicurezza e sotto la direzione strategica del Comitato di Stato maggiore che ne assuma il comando e ne determini l’impiego (art. 47). L’approdo sarebbe una forza permanente di pace dell’Onu. Qui la difficoltà è che gli americani non vogliono farsi comandare da generali stranieri, ma appunto questa è la vertenza politica da aprire che, se non trovasse soluzione, avrebbe come risultato la delegittimazione di qualsiasi intervento militare americano fuori confine.

Se i dissidenti avessero dato questi contenuti alle loro rivendicazioni, avrebbero puntato non a una testimonianza per sé, ma a una soluzione per tutti.

L’altro errore è stato di non vedere che un’azione di minoranze illuminate, in Parlamento, non è possibile se non si rimette in questione la forma italiana del bipolarismo, che toglie ogni agibilità politica ai portatori di proposte alternative, rendendole di fatto eversive. Il primo compito delle minoranze sarebbe dunque quello di lottare per un sistema elettorale-politico che permetta loro di esistere senza essere anarchiche.

L’articolo è tratto dal prossimo numero di “Rocca”

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