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Saranno il turismo e gli investimenti stranieri un possibile scudo ai venti di guerra che a intervalli sembrano di nuovo spirare anche in questa "isola felice" al nord dell'Iraq? Sicuramente, a molti la guerra non conviene.

Kurdistan, tra contraddizioni e progetti.

3 agosto 2006

La fortezza di Erbil

Per chi è interessato alle sorti di un popolo, a volte anche Internet aiuta.
Dalla pagina personalizzata di Google News, ad esempio, ritrovo spesso notizie, seppure random, che riportano la mente alla passata esperienza nel Kurdistan, e l'arrivo casuale delle novità - assieme alla conoscenza delle iniziative che personalmente ho modo di seguire - costruiscono una visione d'insieme a cavallo tra le speranze di consolidamento di una precaria pace, e i rischi tuttora presenti di nuovi conflitti nella regione.

E' di qualche mese fa la notizia dell'avvenuta unificazione del governo curdo - prima suddiviso nei due partiti al potere, PDK e PUK che gestivano separatamente le provincie di Erbil e di Sulaymanya - il che vuol dire ancora una volta, un passo ulteriore per la sopravvivenza di questa regione autonoma, dalla democrazia rappresentativa, che potrebbe, chissà, divenire modello per l'intero Iraq una volta sopiti i tuttora presenti focolai di guerra e di guerriglia interna. Kurdistan dai sogni mai sopiti di indipendenza ma tuttora inserito saldamente nella realtà istituzionale dell'Iraq data la solida presenza nel Parlamento di Baghdad e con lo stesso presidente iracheno, Jalal Talabani, che già fu l'artefice della resistenza curda contro Saddam.

E tuttavia, ecco contrapporsi le news riguardanti i difficili rapporti con le nazioni confinanti, la Turchia e l'Iran: con la "questione curda" lì spesso gestita con le armi e con la repressione; e con il PKK (il partito comunista curdo in lotta armata per l'indipendenza in Turchia) spesso rifugiatosi tra i monti a nord di Erbil e purtuttavia poco gradito al governo regionale, che più di una volta ha espresso la richiesta ai guerriglieri di abbandonare le zone occupate al di qua del confine iracheno.
Contraddizione nella contraddizione, la sete di energia del Kurdistan, che aspira alla modernizzazione ma non ne ha fonti autonome sufficienti (l'energia elettrica arriva spesso solo per alcune ore al giorno ed è consuetudine per le famiglie il dotarsi di generatori a benzina, inquinanti, rumorosi e con alti costi di gestione), spinge il governo a ipotizzare accordi per l'acquisto in Iran dei megawatt necessari. La spinta di Teheran al nucleare civile passa anche per le esigenze del "nemico" curdo?

Intanto, mentre si ha notizia dell'ammassamento progressivo di truppe di Ankara al confine con l'Iraq, lo stesso governo curdo progetta di promuovere negli Stati Uniti un'operazione mediatica per alimentare il turismo nella regione. In effetti passeggiare per Erbil o Sulaymanya non ha nulla di rischioso e, almeno nelle zone ancora caratteristiche come i bazaar, riporta il pensiero alle antiche storie da "Mille e una notte". Come pure le bellezze artistiche e archeologiche (vedi il recente articolo di Andrea Misuri, "Colori, suoni e profumi ci aspettano in Kurdistan") non attendono altro che visitatori attenti e stupiti per il clima tranquillo e pacifico nonostante il kalashnikov a tracolla di quasi tutti i cittadini maschi della regione...
Contraddizioni nel Kurdistan, tra vita difficile e spinte alla modernità.


Dire turismo vuol dire anche denaro; e dollari che è sperabile vengano poi reinvestiti nelle necessarie opere di ricostruzione. Ed è auspicabile che oltre alle multinazionali arrivino qua progetti umanitari di ampia portata: intere zone subiscono tuttora gli effetti dei bombardamenti del recente passato, e l'inquinamento del terreno e delle acque causato dalle bombe chimiche di Saddam generano ancora malformazioni e gravi problemi alla popolazione.

Saranno il turismo e gli investimenti stranieri (ma qui suggerisco comportamenti prudenti, e magari una "via curda" alla modernità) un possibile scudo ai venti di guerra che a intervalli sembrano di nuovo spirare anche in questa "isola felice" al nord dell'Iraq? Sicuramente, a molti la guerra non conviene. E' sperabile che il loro interesse sia più forte di quello di chi vorrebbe tenere l'intero Medio Oriente costantemente a ferro e fuoco.

Note: Vedi anche Colori, suoni e profumi ci aspettano in Kurdistan

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