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"Not in my name"

A Gianna Nannini piace farsi giudizi suoi: vedere, capire. Le guerre le hanno sempre fatto orrore, e per questo ha sempre cercato di saperne di più per poter dare una mano dove c'era bisogno. Con la guerra in Iraq e la sua fine ha fatto lo stesso: ha cercato un'organizzazione non governativa di cui aver fiducia e a cui affidarsi, ha brigato per avere il visto per la Giordania, è artita: per vedere, per capire. Questo è il diario, scritto con la sua solita impaziente spontaneità della sua nuova breve avventura.
6 novembre 2003 - Gianna Nannini
Fonte: Versione originale di articolo pubblicato su Venerdì, inserto di Repubblica del 30 maggio 2003. foto di Tusio de Juliis

L'arrivo ad AMMAN

Partita.
Gianna Nannini ha realizzato il suo viaggio in Iraq con "Aiutiamoli a vivere", che da sei anni opera nel Paese mediorientale. Associazione di Volontariato e Solidarietà Aiutiamoli a vivere cc bancario 103281 abi 06245 cab 77340 agenzia CARIPLE spoltore-pe

E' il 19 aprile sono su, sto volando sopra 'Munchen' in viaggio verso il Medioriente, sono calma trasparente nell'animo, nella voglia di essere parte di questo momento. Mi sfugge la nebbia dal finestrino, sfumo su autostrade in attesa del Tigri.

L'aereo è Royal air Jiordania e adesso mi sento calamitare da questi paesi, la gentilezza ti profuma l'aria, e sto bene così,da sola, me lo regalo questo viaggio e spero che mi sia utile per chi non c'è.

All'aereoporto mi aspetta Tusio De Iuliis, presidente dell'associazione "Aiutiamoli a vivere" di Spoltore (PE),il che fa pensare ad una organizzazione cattolica, invece, con tutto il rispetto, no, è assolutamente laica e si tratta di volontariato puro e ho potuto toccare con mano, niente 'profit', solo farsi il culo quadro da parte di Tusio per ottenere da persone o enti locali un sostegno economico che da più di 6 anni aiuta a vivere dopo l'embargo, paesi come l'Iraq, oppure la Bosnia o altri paesi quali ad esempio l'Eritrea .
Sto per atterrare, atterro sento sotto le gomme il fumo dei narghilè, odoro l'aria della Giordania e vado a recuperare il primo visto. Esco e trovo a ricevermi Tusio, mai visto prima (l'avevo solo sentito per telefono una settimana fa, dopo aver avuto il suo numero mentre stavo recuperando il visto per l'Iraq a Roma..)
La faccia mi è già familiare e mi piace al volo, mi sento tranquilla in attesa di recuperare anche Don Vitaliano Della Sala, che farà parte, anche lui, della missione. Spostamento all'Hotel cena mediorientale e a letto.
Aspettiamo che il giorno successivo arrivino il dott. Marino Andolina ed un volontario, Edvino Ugolini, entrambi di Trieste. Si perde un giorno perché nessuno ha i visti, ma qui mi devo abituare ad un nuovo ritmo e mi calmo subito, tutto prende il tempo che necessita, mi guardo stranamente non far niente e aspettare.e allora piccola escursione a Petra città a 3 ore da Amman, ci andiamo io e Don Vitaliano accompagnati da Amud, un amico di Tusio e dalla giornalista indipendente Rosarita Catani che abita ad Amman.

Nel deserto verso PETRA beduini galere, caffe'imbevibile ma gente squisita e ritmi lenti, lenti,lenti del Sud. E' Pasqua e gli agnelli sono pronti e c'è anche Don Vitaliano, che non mi benedice l'uovo perché sa che scherzo. Petra ci appare, bellissima, mi piace definirla 'città fossile'.

Ma l'obiettivo è Baghdad, il cuore punta lì, e, finché non si parte, non c'è niente che mi distrae.
Incredibile ma vero, pioggia e freddo polare alla partenza, arriva un autista che ci porta tutti insieme all'altro autista Iracheno che ci carica con una jeep monovolume tutti e 7, e siamo Io ,-"Gianna"-, Tusio, -"il Guru guida", Don Vitaliano, -"il prete" senza parrocchia, Michele, -"il giornalista", Francesca, -"collega giornalista" freelands, Edvino, -il "poeta", Andolina, "il dottore " ..
.che team!!
Breve, ma assatanata ricerca di medicinali, nelle farmacie, per accaparrarsi una salute a prova di bomba per l'Iraq,(ma, poi non ci sarà bisogno di nessun medicinale), inoltre qualche birra perché l'alcool è vietato e via, si parte, nessuna o quasi provviste perché come dice Tusio si trova tutto per la strada..

LA MISSIONE
E'quella urgente di prendere i contatti, con gente, scultori, pittori e musicisti, in particolare con i medici dell'ospedale pediatrico di Baquba a cui arriveranno i nostri medicinali la settimana dopo, con persone fidate tramite la "Jordan Hashemite Charity Organization".
Siamo in auto, ci si comincia timidamente a conoscere abbiamo davanti 12 ore nel deserto e bisogna convivere, io sto davanti e mi sento un po' lontana dalle discussioni allora mi appollaio fra i sacchetti e ascolto, si chiacchiera. All'improvviso, l'autista ferma la macchina sul ciglio della strada, ricatto: ci dice che il suo "capo" chiede 100 dollari in più o si torna indietro, perché c'è una persona in più del previsto, Tusio si incazza perché aveva preso accordi precisi e gli aveva anche arrotondato la cifra in più, ma non si ricava niente, nonostante Michele (il giornalista) spiccichi arabo, a un certo punto ci tocca fare un 'deal' per 50 dollari, ci accordiamo e si riparte.
Ci fermiamo a mangiare, le birre vengono sistemate sotto i tavoli e fra un boccone di pane arabo a buonissime verdurine, robe di ceci e varie pietanze dai profumi mediorientali, si beve di nascosto, con poca soddisfazione. Mi procuro qualche frutta al mercatino, un litro di spremuta, acqua, si fa tardi e l'unica possibiltà, dice Tusio, è dormire al confine, lui conosce un posto, lo chiama "lounge", dove ci sono delle poltrone che ci aspettano, anzi non vedono l'ora che si arrivi, .sono le 20 circa e l'idea di arrivare in giornata a Baghdad, per via del ritardo dei Visti, è ora impossibile.

AL CONFINE
Cartellone gigante 200m di Saddam, con la faccia cancellata, primo impatto dopo tanti "check points" di un paese di cui non conosciamo il volto, poi polizia di frontiera Giordana, (quelli che ci faranno perdere tempo), io escogito il sistema della 'cantante rock' per evadere sulle domande del nostro viaggio, vedo un paio di occhi neri bellissimi del tipo che ci dà il visto e mentre comincia a far domande io gli canto <> funziona, si mette a sorridere gli dico che siamo in visita per dei concerti che faremo, ma continua a far domande guarda i capelli biondi di Francesca, che dovendo nascondere la sua identità di giornalista, dice di essere studentessa e bla bla bla, allora il tipo le dice: e lei. e lui io, a quel punto,le do una scossa col ginocchio, le dico e sembra un ordine
le suggerisco e lei a gola spiegata ballando e ridendo a quel punto il visto viene timbrato e si riparte. Altri pochi metri, non è finita, ora sono i militari Americani e i loro mitra a farci domande, io ripeto la formula di prima e mi giro indietro, <..e questa è la mia "band", Michele, è il chitarrista ( glielo avevo detto prima che la faccia ce l'aveva) poi Vitaliano "Don" con il colletto aperto (da cui spuntava il bianco che lo identificava prete, scollato alla Lou Reed), infine Tusio come "Manager", e gli altri? tecnici del suono al seguito.
La dimensione è un po' quella di quando si passava il confine in tempi di rock'n roll con le "canne", ma qui c'erano già troppi "cannoni" che passare, è stato uno scherzo.

NOTTE NEL DESERTO
C i stavano al completo tutte le truppe dell'esercito Americano, quindi, niente poltrone decantate, ci resta la Jeep per 7, per passare la notte. Eh sì, perché al confine, i soldatini ci avevano detto che la notte è pericoloso , e che l'autostrada nei 'bridge' è pericolante.
Spaesati, ma a confine passato, l'autista prende una strada secondaria al buio e in mezzo a dei ruderi, fa benzina, "in nero fra auto nascoste che fanno il servizio di rifornimento", il prezzo? Un pieno di 70 litri? 2 euro circa!! L'autista paga con vecchie monete irachene (senza più valore), e fa il pieno fa il PIENO, CAPITO?? in nero, cioè al doppio, paga poco meno di 3000 LIRE DI VECCHIE LIRE!! ma da noi non lo sa nessuno, provate a chiedere quanto costa fare il pieno in Iraq al primo che passa.
Si ritorna alla postazione di confine da dove nessuno vuole muoversi: carriarmati dietro, con i fucili puntati verso quelli che entrano, e, deserto spiegato buio petrolio davanti. Rimando l'angoscia, poi guardo l'autista che comunque, nonostante i problemi di partenza, mi sembra un simpatico, dice che a 100 km, se si continua, c'è da dormire e insiste. Io vorrei andare, ma i giornalisti possono usare per l'ultima volta il telefono per spedire il "pezzo", poi dopo non ci sarà più linea, il Dottore che è già stato a Bassora non ha nessuna intenzione, e mi indica il percorso per fare pipì pregandomi di fare attenzione a non beccare mine nell'indecisione, ma presa dal bisogno che pugnala, mi avvio e scoppio.ma, di calma e così mi convinco anch'io a rimanere, dormire in Jeep e aspettare l'alba.
A quel punto, carica di spirito di adattamento, mi ingegno a improvvisare una cenetta a base di pane arabo e di frutta mista tagliata a fettine con l'unico coltello comprato al mercatino che serve anche a rimediare delle scodelle dai fondi delle bottiglie di plastica d'acqua finite.
Preparo un finto tavolo al buio con l'aiuto di una torcia, il poeta tiene una scodella vuota, Tusio altre due per fare un mix finale e poi spalmare tutto nel pane. Ma, nel frattempo, l'arancia sottile nella scodella del poeta passa dalle sue mani nella sua gola, op! Ci siamo rimasti male, ma si sa, il deserto, fa brutti scherzi.
Ci accontentiamo di quello che c'è brindando con gocce di rum e arancia spremuta, non c'è altro, così, dico,
Mi comincio a posizionare a uovo per dormire quando arrivano sei occhi nerissimi nel buio fitto che mi guardano dal finestrino, non mi spavento affatto, anzi, gli apro subito: .
Sono tre studenti palestinesi che studiano ingegneria all'Università di Baghdad, sono cordiali stanno andando in Palestina, i genitori non sanno più niente di loro dopo che è scoppiata la guerra in Iraq, non sanno se sono vivi o morti, sono stati chiusi in casa sotto le bombe e sono usciti da pochi giorni e si sono da poco messi in viaggio.

COI PALESTINESI AL CONFINE
Sulla via di Bagdad i segni lasciati dalla guerra lungo la strada che porta alla capitale. foto di Tusio de Juliis

Biascicano un po' di inglese ci salutano gli faccio delle domande:

-Vedrai disastri, ogni famiglia ha un morto in Iraq o in Palestina, disastri ci inseguono, ognuno di noi vorrebbe andare via, Italia, Europa, e studiamo perché la nostra ultima arma sarà studiare e diventare bravi..
Stavamo a Baghdad ad aspettare chiusi in casa, che la guerra finisse, la nostra famiglia non sa niente... -we must live in peace- Bisogna vivere nella pace-dicono e ribadisco.
(Il poeta nostro di Trieste, improvvisa una poesia, gliela registro col mio micro dat).
Poi lo sguardo di uno dei tre studenti, cade sul mio telefonino, mi chiede se può fare una telefonata, glielo do subito e lo osservo come un affamato fare il numero, prendere la linea, uscire di sé mentre sente la voce dei suoi, urla in arabo, la sua felicità ci contagia tutti, lo vediamo scappare verso l'autostrada, non molla più il telefono, passano minuti di eternità in cui c'è una vita spietata ma che corre attraverso le onde viva.
E, in questo pulsare di sensazioni gli richiedo il telefono prima che finiscano le batterie e faccio fare una telefonata al secondo studente, tutti di fuori come spie rosse accese .
Anche il dottore (unico previdente) dal suo sacco a pelo per terra su terra di deserto, passa il suo telefonino all'ultimo dei tre, poi, gli dà una banconota da 50 dollari, vanno via impazziti e col viaggio per tornare in Palestina in tasca.
Il vento, fuori è una sferzata di ghiaccio le luci fredde del confine ci fanno sentire ancora una realtà di comunicazione senza fili poi si prova a dormire ed io riesco anche a sognare valli di neve, pini di duecento anni e laghi di sperma, in un orgasmo di luce. Mi sveglio è l'alba.

L'ALBA IN IRAQ
Ecco, sono già le 6, allora ho dormito pure, esco, mi lavo i denti, faccio "tai chi" e un po' di scherzi di arti marziali con Francesca, anche lei una ex cintura nera, si riparte forse a 100 km dicono ci sarà il primo villaggio e lì si può fare colazione, .campo profughi con tende contrassegnate "UNCHR", l'alto commissariato dell'Onu, siamo nella cosiddetta "terra di nessuno", panni stesi di gente che si muove e svanisce, sono campi dove si ferma la gente di passaggio, (quei 3 studenti palestinesi, ad esempio avevano passato lì la notte) ma non sfollati Iraqeni, come spesso ci fanno credere per gli S.O.S. delle campagne dopo guerra per raccogliere quattrini.
L'autostrada spacca un deserto piattissimo, diverso da quello di pietre nere prima del confine.
Ecco, il villaggio dovrebbe essere quello in lontananza, fra carriarmati in disuso e camion rovesciati, bus bruciati e saccheggiati all'osso, si esce, altri mezzi bruciati fanno da zig zag per rallentare e poi eccoci nella strada principale;
no. non è possibile, mi si strozza in gola ogni parola, ogni voce, come si fa ad accettare questa sfacciata prevaricazione?
credevo ci fossero solo 2 - 3 città distrutte forte, ma nessuno immaginava che a pochi km dal confine della Giordania il primo paese fosse anche lui così distrutto, anche l'unico ospedale bruciato tutto, una desolazione, bambini che ci preparano il caffè, sorridono, cerco un gabinetto, distrutto anche lui, mentre scoppio a piangere guardandomi pisciare sulle macerie.
- primo comandamento: Non PIANGERE
- secondo: Non ODIARE AMERICANI O INGLESI (bisogna cambiare linguaggio i popoli non sono i governi, né i "Potenti della terra" dietro di loro), in attesa di farmi la mia Bibbia con l'aiuto di quel ganzo di Don Vitaliano, ritorno a pensare alle non porte di Baghdad.

Si continua per l'autostrada dopo il caffè, Tusio che conosce il tragitto, dice che più avanti troveremo un rifornimento più avanti arriviamo al motel, e lì ecco: una moschea intatta, una trincea di sacchi di sabbia semi crollata , camionette militari rovesciate e bruciate, vetri saltati da per tutto, gabinetti allagati fra acqua che scoppia da tubi di gomma, ci guardiamo fra noi mentre da una auto iraqena esce qualcuno che va a pregare.
Ora dritti a Bagdad, non stop, si aspetta l'Eufrate, lì saremo vicini, dice Tusio. Non si incontra un solo camion dei cosiddetti aiuti umanitari, uno solo capito? Niente, durante tutta la strada, neanche l'ombra di altre auto, forse siamo gli unici, ed eccolo ci appare l'Eufrate, blu intensissimo fra le palme e la vegetazione e la gente che lavora, sì perché il cibo in Iraq non è mai mancato, manca solo quello che non hanno per via dell'embargo.

BAGHDAD BAGHDAD
Non c'è elettricità, non ci sono comunicazioni, nessun telefono, fino a poche settimane fa la gente nell'Iraq sentiva notizie, vedeva anche le nostre manifestazione della pace.
Arriviamo a Bagdad poco dopo le 11, alla periferia, un casino tipo traffico napoletano, coi semafori che, ovviamente, non funzionano, poi scrack..! nostro piccolo incidente, esce uno che si incazza, parolacce in arabo, si riparte, un caldo febbrile, una toilette, poi verso il Palestine Hotel, e intanto penso, ma perché non sopporto le divise e mi travesto con divise usate .ma, sarà un antidoto, il fatto sta che entriamo in pieno centro e lo scenario sembra l'inizio di un videogame senza azionare il mouse: la piazza del crollo del pupazzo Saddam, i bambini che si bagnano nella fontana della piazza, filo spinato dappertutto che circonda l'albergo, insieme a una trincea di carrarmati e militari americani e i tetti e i balconi, con tende create apposta per le riprese che sono un secondo arsenale in piena azione, giornalisti grondanti con teleobbiettivi puntati, mi sento messa al muro, la strada principale gremita di urla di gente incazzata, scopro la manifestazione degli Sciiti. E' una protesta, carriarmati accesi puntano i cannoni verso la piazza, non si gioca a soldatini.
Non so come entrare nell'albergo, attraverso la folla che preme vedo un tipo che sembra dell'albergo, provo a spacciarmi per una della Rai Italiana, e insieme a Tusio, entriamo. L'Hotel assomiglia a una prigione, anzi è una prigione e non c'è posto, poi Tusio incontra uno della portineria e un altro ancora che lo abbracciano, sembra ci sia il suo "fanclub", lo amano questi Iracheni, bene meglio così, si troverà una camera, ma non c'è proprio, insiste, ce ne rimediano due, vado su .mai visto un vandalismo del genere, qualcuno che è passato prima ha semidistrutto e ridotto la camera a una maialaia, il trogolo dei maiali di mia nonna era più dignitoso. La rimetteranno a posto, dice, ma va bene, vengo a sapere che è così, da alcuni giornalisti, che sono lì in "prigione" da 1 mese.
Tusio sistema gli altri del gruppo in un altro albergo adiacente, che fa parte di tutta la zona "protetta" dal governo Americano per garantire "l'informazione". Vado al mio balcone, si sentono spari nell'aria botte e risposte di due diverse marche di fucili, una a scoppio soft e una a scoppio hard. Il gioco continua ma non si gioca.
Usciamo e andiamo a cercare quegli artisti che Tusio conosce da anni, per sapere se sono vivi e come stanno, niente, non si hanno notizie, si vaga per la città tutti i palazzi che riguardano le arti sono stati rasi al suolo, il ministero dell'informazione, a fuoco, emana buio da tutte le finestre.
Camminiamo per la strada, mi ha detto una donna Irachena col sorriso svelato, mi ha detto "grazie"., riferendosi alle immagini della televisione, quando la gente dalle finestre e dai balconi è scesa nelle piazze a dire e a volere la pace subito...ecco ora non si può sentire nemmeno questo conforto, visto che le comunicazioni sono state le prime ad essere distrutte, e, chi è a Bagdad in questi giorni ha o un lavoro umanitario, o di giornalista, o di altra 'natura', ma comunque super ben pagato da quello che vengo a sapere e da quello che vedo, poi, forse, fra qualche mese non si parlerà più dell'Iraq, intanto già ora è difficilissimo far arrivare gli "aiuti umanitari" liberi come i nostri: 11 scatoloni in viaggio, liberi, insisto, e Tusio lo sa visto che sono 6 anni che ci va di persona.
Dopo questo viaggio non ho più dubbi, molte delle organizzazioni e associazioni umanitarie sono una bella facciata per far soldi, erano diversi anni che non sapevo come dare il mio contributo, non trovavo associazioni adeguate al mio smisurato senso di libertà e sensibilità per rispetto ai popoli in difficoltà e poi dimenticati. Culture distrutte cancellate, come sta succedendo qui a Baghdad, (ma non credo, perché queste persone hanno un forte senso di humor e una dignità intoccabile, daranno filo da torcere, mi garbano proprio) dove i primi centri a essere bombardati sono stati appunto l'Accademia delle Belle Arti, gli Auditorium, Musei, etc... Erano già stati venduti tutti gli appalti per la ricostruzione di chi doveva farci i soldi e, su commissione, sono sparite le opere più importanti.
Proseguiamo, andiamo a vedere quello che non c'è più.... e continuiamo a domandare di Mhoamed Ganei, il massimo degli scultori Iraqeni non allineati viventi, oppure di Saad Altai, pittore contemporaneo, domandiamo, nessuno sa niente di dove sono e di come stanno.
I musicisti poi, non ci sono proprio, si sa poco di loro, non servivano a molto, la musica durante il regime di Saddam non era interessante, a meno che non inneggiasse a lui, per cui sono tutti in esilio, la musica di Baghdad si faceva da fuori, Egitto e Libano. La prima orchestra a Baghdad si è formata nel 1945, poi è stata mandata via dopo Saddam perche' questa era musica per tutti, e si doveva cantare solo per lui. Io, in un regime così sarei già morta.
Ci ringrazia un altro che passa e ancora, mentre un fumo si alza lontano, sta bruciando il teatro tenda.
Poi eccoci a un posto di ritrovo, per artisti, "Hewar For Arts ", ghiotti di notizie insieme ai nostri due giornalisti anch'io mi metto a far domande a un pittore un uomo molto affascinante, mentre da un tavolo spunta un giornale con falce e martello, scritto in arabo, e appena resuscitato dopo che i comunsti, circa 30.000, sono stati fatti fuori dal regime. Ma lui non parla troppo di politica, ci dice che i pittori hanno sempre continuato a dipingere di nascosto quello che volevano.
Poi, incredibile ma vero, all'improvviso, dal cancello entra Saad Al Tai, il pittore che stavamo cercando, immenso abbraccio di Tusio con lui.
Incontriamo questo eccezionale professore dell'Accademia di Belle Arti e pittore, che sale subito con noi in jeep, e via, andiamo di corsa all'Accademia con gli altri artisti. Troviamo L'Accademia, sprangata fino al giorno prima, completamente distrutta e saccheggiata, i quadri rimasti tutti per aria fra le macerie, qualcuno cerca la sua opera, poi qualche grido di gioia quando un artista riconosce e scopre la propria, osservo qualche scultura, rimessa già a posto, oggetti intensissimi, combinazioni di materiali più strani, e lave, bronzi e legno.
Riprendo con la videcamera tutta la scena, Tusio, insieme a Saad Al Tai salta di gioia quando ritrovano un'opera di Saad arrotolata nella confusione, si tratta di un quadro bellissmo di 8 donne Tunisine, la filmiamo diventerà il nostro pegno per la ricostruzione dell'Accademia, mentre, nel frattempo tutti gli altri artisti uniti in cerchio decidono di unirsi per fare un "picchetto" e darsi il turno per non far entrare più nessuno e riprendersi il posto, è il momento più emozionante, mi sento una sola cosa con loro ,mentre con Saad torniamo al "Hewar For Arts, dove, di lì a poco, acquisterò una statua in legno di Mhoamed Ganei.
Con Al Tai, siamo d'accordo che verrà in Italia per cercare, di fare un'iniziativa per la ricostruzione dell'Accademia.
Il cuore ingrana, si va alla Moschea, non mi ricordo il nome ma è quella bellissima tutta in oro e intarsi della vecchia Baghdad, dove appena ci vedono, noi facce occidentali, ci allontanano in fretta, ma le donne svelate mi accolgono con il sorriso, le scopro negli occhi svuotati di pianto, energiche forti, meravigliose e toste, scopro le hennè dei disegni di croci sul volto, mi viene in mente la mia canzone 'donne in amore', che parla della guerra raccontata da mia nonna, ci scambio qualche parola, che per loro è "arabo", ma ci si capisce comunque, è intenso.
Camminiamo fra vecchie stradine che mi sembrano "il ponte vecchio" a Firenze, tutte di orefici, lì è pieno di negozietti di oro, oro zecchino a 18 e 21 carati, che ha un colore rossastro, osservo e mi brilla tutto intorno in un altro modo.
E così continua il viaggio, restare a Baghdad, in albergo alle 20 c'è il coprifuoco, non si può più uscire, costretti in albergo, mi sento in libertà vigilata, Tusio stappa una bottiglia di Montepulciano d'Abruzzo e sembra festa ci dividiamo quel goccio che va subito alla testa, mi metto a suonare il pianoforte, parto con la Patetica di Beethoven e sfocio sulle mie canzoni abbracciata dal coro dei giornalisti italiani che cantano..<> con qualche russo che approva.
Il giorno dopo altra visita nei dintorni, cerco qualche strumento musicale come il "lud ",il liuto loro che suona in un modo mai sentito, ma i negozi pochissimi e appena riaperti da un giorno non sono molto forniti, parlo con la gente mi avvicino a qualche soldato americano che mi perquisisce, gli chiedo quanti anni ha, mi dice 18, e anche tutti gli altri hanno 18, chiedo se crede in quello che fa, mi sembra un robottino che va a tasti e fra un "Yes man" e l'altro mi dice sì che ci crede, e, forse a Kerbala, ha pure ucciso qualcuno ma non è sicuro, cammino oltre e un gruppo di ragazzetti saluta il soldato, e, dopo che è passato, fanno smorfie e ridono fra loro.lo prendono insomma un po' per il .....
Continuiamo a veder e un po' di pezzi di città, si incontrano bandiere bianche verdi e nere, domandiamo all'autista, dice che sono Sciiti in festa, anche lui è Sciita, chiedo a Don Vitaliano e Michele, che mi illuminino sulla differenza fra Sciiti e Sunniti.

RITORNO
Riparto, (gli altri resteranno ancora due giorni) e ancora frastornata sulla via del ritorno, sola in Jeep, con l'autista Iraqeno dell'andata, ripenso a tutto. L'autostrada è sempre deserta vedo pochi mezzi in circolazione, l'autista a un certo punto esce dall'autostrada e prende una stradina a sterro, mi fa vedere due camionette lancia missili ai bordi della strada, semidistrutte, scendo, cammino su terra di deserto quando ad un tratto scorgo mimetizzati da un tessuto, due missili ancora inesplosi con sigla e bandiera Iraqena, e, accanto, un'enorme quantità di armi di marca "Ababel". Videoregistro e si continua verso Amman spalmando banane su pane arabo. Al confine, mentre facciamo benzina come sempre in nero, una donna iraqena si toglie il velo e maltratta il gruppo dei "benzinatori" non so cosa dice, ma emerge una gran forza, le parlo in Italiano mi accoglie, dagli occhi emana come un augurio, lo raccolgo lo ricambio con enfasi e gioia.
Poi la frontiera Giordana, mi spoglia fino all'ultima mutanda, mi perquisisce e mi blocca la statuetta di M. Ganei, mi ribello in inglese, la scultura è contrassegnata e documentata con tanto di fattura, timbro e data, non c'è niente da fare, resterà poi in aereoporto.
In volo sono nera incazzata, perché quella scultura, che risale al 1962, e racchiude in un solo guscio di legno alto 50 cm, il volto scoperto di una donna Iraqena e un corpo nudo che si intravede, non era un ricordo, ma un'arma di battaglia per far rispettare l'arte e la cultura di un popolo. La cosa che è rimasta più viva in me è la tenacia degli artisti, che sono pronti a tutto e noi con loro per ricostruire quell'Accademia.
Lasciata Baghdad fra Influssi e riflessi spirituali, ritorno alla mia citta', sento silenzi allucinanti, e giornali che già mettono in terza quarta pagina notizie come "marines Usa sparano sulla folla che manifesta 13 morti..." qui sembra diventata normale la morte di chiunque sia nessuno, non mi sento nella pelle di dover accettare tutto questo, basta non basta.
Sappiamo, le guerre portano distruzione, morte, miseria, odio, vendetta e non so quale altra miserabile "qualità" umana; ma ho visto portare in Iraq una nuova cultura anche a mio nome, non lo accetto, io ci sono andata per dire:
"No, Grazie!!!"
Senza equivoci o possibilità di errore ho visto diecimila anni della mia e della nostra storia di umani, distrutta e razziata senza nessuna pietà, mentre le armi di "distruzione dei popoli" difendevano la nuova cultura dominante del terzo millennio:
"il Palazzo" del ministero del petrolio.
Oggi, rimetto a posto le lacrime, le ho trasformate in Perle, io non mi arrendo.
E su tutto buona notizia sono arrivate le nostre medicine all'ospedale pediatrico di BAQUBA.
A RIVEDERCI..
Gianna Nannini

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