Cosa rimane in piedi dei valori di pace e libertà, di pluralismo e solidarietà?

Il compito di difendere la Costituzione italiana nata dalla Resistenza

Oggi che gli uomini della Resistenza non ci sono più, ricade sulle nostre spalle la responsabilità di assumerci il compito di difendere i valori e i principi della Costituzione, a partire dalla pace, dalla libertà e dal ripudio della guerra.
24 aprile 2026
Domenico Gallo

Resistenza, libertà e ripudio della guerra

Che senso ha celebrare il 25 aprile in un tempo in cui un pugno di tiranni sta distruggendo il mondo e ha rimesso in circolazione gli spettri del genocidio, del suprematismo etnico-religioso, del potere illimitato della violenza delle armi?

Oggi, in un tempo in cui  i poteri selvaggi che dominano il nostro presente hanno decretato la fine definitiva di un’epoca storica per tornare indietro all’età degli imperi e dei genocidi, dobbiamo chiederci quale è stato il portato delle speranze balenate dalle tenebre delle due Guerre mondiali che avevano fatto precipitare l’umanità nell’inferno di Auschwitz e di Hiroshima; cosa è rimasto del progetto di un nuovo ordine internazionale votato a garantire la pace attraverso il diritto, a riconoscere l’eguaglianza, la dignità ed i diritti fondamentali degli uomini e delle donne in quanto membri dell’unica famiglia umana? Cosa è rimasto della promessa che le generazioni future non avrebbero vissuto mai più gli orrori che avevano attraversato l’umanità nel corso della guerra?

Cosa rimane in piedi dei valori di pace e libertà, di pluralismo e solidarietà della Costituzione italiana nata dalla Resistenza dopo che da molti anni forze politiche eterogenee si stanno dedicando con perseveranza a picconare la Costituzione per cancellarne le verità sociali e riportare indietro l’orologio della Storia?

Sono troppi anni che il 25 aprile ci dobbiamo confrontare con un tempo che smentisce la lezione della Resistenza, un tempo in cui, uscita di scena l’ultima generazione che aveva vissuto la tragedia della guerra, si è perduta persino la memoria delle sofferenze patite dall’umanità e delle speranze di riscatto che si erano consolidate nelle carte dei diritti e nel bando della guerra. 

Mentre scriviamo non sappiamo se l’ultimo incendio, appiccato in Medio Oriente da un tiranno che qualche mese prima si era vantato di aver riportato la pace nella Regione dopo 3.000 anni, si placherà o riesploderà trascinando il mondo intero in un vortice di distruzione e di morte.

Dopo quattro anni ancora non si è placata la guerra atroce nel cuore orientale dell’Europa nata da un’aggressione della Russia -indotta dalla NATO- denominata pudicamente “operazione militare speciale”, e coltivata dalla controffensiva ucraina, istigata dalla NATO e dalla UE, che ha sacrificato milioni di vite sull’altare del mito necrofilo della “vittoria”.

Oggi dobbiamo constatare con amarezza che l’Europa, nata come un progetto politico volto a garantire un futuro di pace e benessere ai suoi popoli, si è trasformata in un progetto di preparazione e di esaltazione della guerra.

A differenza che nel passato la guerra non è più considerata un flagello da esecrare: è divenuta uno strumento della politica a cui bisogna prepararsi con diligenza e rigore scientifico.

La Presidente della Commissione europea ha fatto cadere l’ultimo tabù linguistico quando ha detto che “dobbiamo prepararci alla guerra”, fornendoci così l’interpretazione autentica del piano ReArm Europe, ridenominato “Prontezza 2030” per indicare la data entro la quale dovremmo essere pronti a passare la parola alle armi. La leadership europea è percorsa da un delirio antirusso, che ha preso a pretesto il conflitto in Ucraina per trasformare la Russia in un nemico perfetto, qualificandolo come “la minaccia più grave e senza precedenti per la pace nel mondo, nonché per la sicurezza ed il territorio dell’UE e dei suoi Stati membri”. In questo modo è stata tracciata una nuova cortina di ferro, molto più impenetrabile della precedente (basti pensare al bando degli artisti e della cultura russa) quando, malgrado la durezza del confronto politico-militare, sono sempre stati mantenuti aperti dei canali di dialogo.

Nell’epoca della prima guerra fredda, i leader dell’epoca invocavano la distensione, mentre adesso tifano per lo scontro e vogliono plasmare le nuove generazioni trasformandole in guerrieri, pronti ad uccidere ed essere uccisi. [Si veda il panegirico dello spirito bellico di Antonio Scurati su la Repubblica del 4 marzo 2025]. Di fronte a queste nuove barriere con le quali una politica meschina cerca di dividere i popoli, consegnandoli ad un futuro di ostilità perpetua, tornano di attualità le parole di Piero Calamandrei pronunziate nel periodo più duro della guerra fredda: 

«Il mondo è purtroppo diviso in compartimenti stagni da grandi muraglie che si dicono invalicabili, senza porte e senza finestre: ma queste mura non sbarrano soltanto quella linea che ormai si suol chiamare la Cortina di ferro e che taglia il genere umano in due emisferi ostili. Mura altrettanto invalicabili ci attorniano sui confini nell’interno degli Stati, spesso all’interno della nostra coscienza: le mura del conformismo dell’imperialismo del colonialismo del nazionalismo: le mura che separano la miseria dal privilegio e dalla ricchezza spudorata e corrotta.

Questo è ancora secondo me il compito della Resistenza.

È inutile qui ricercare le colpe per le quali siamo arrivati a questa tragica divisione del mondo: forse non c’è partito popolo che non abbia la sua parte di colpa. Ma gli uomini che appartennero alla Resistenza devono far di tutto per cercare che queste mura non diventino ancora più alte, che non diventino torri di fortilizi irte di ordigni di distruzione: e ricercare i valichi sotterranei attraverso i quali in nome della Resistenza combattuta in comune si possa far passare ancora una voce un sussurro un richiamo. Quello che unisce, non quello che separa: rifiutarsi sempre di considerare un uomo meno uomo solo perché appartiene a un’altra razza o a un’altra religione o a un altro partito». [Passato e avvenire della Resistenza, 23/2/1954]

Oggi che gli uomini della Resistenza non ci sono più, ricade sulle nostre spalle la responsabilità di assumerci il compito che Calamandrei aveva loro assegnato: quello di smontare i fortilizi irti di ordigni che tengono in scacco la vita dei popoli e riaprire la strada al dialogo ed alla comprensione reciproca. Se il mondo è dominato da un manipolo di tiranni, il messaggio della Resistenza coincide con quello del Papa che ci esorta a scegliere “quella conversione a U che conduce nella direzione opposta, sulla strada sostenibile e ricca della fraternità umana. La pace non è da inventare: è da accogliere, accogliendo il prossimo come nostro fratello e come nostra sorella. Nessuno sceglie i suoi fratelli e le sue sorelle: ci dobbiamo soltanto accogliere! Siamo una sola famiglia e abitiamo la stessa casa, questo meraviglioso pianeta di cui le antiche culture per millenni si sono prese cura.” [Dal discorso tenuto da papa Leone XIV il 16 aprile 2026 all’incontro per la pace nella Cattedrale di Bamenda, Camerun]

Note: (Una versione ridotta di questo articolo è stata pubblicata dal Fatto Quotidiano con il titolo: Il vero senso del 25 aprile è dialogo e mai più guerre)

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