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Ricerche italiane «civili» utilizzate da Israele per le nuove armi ?

Università e istituti di ricerca italiani lavorano, senza saperlo, alla costruzione dei nuovi ordigni israeliani. Lo prevede l'accordo di cooperazione militare Italia-Israele
29 ottobre 2006 - Manlio Dinucci
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

La forte radioattività riscontrata in campioni di suolo prelevati in Libano potrebbe essere stata provocata non solo da una bomba penetrante a uranio impoverito, ma da «qualche nuovo piccolo ordigno sperimentale a fissione nucleare o altra arma sperimentale (ad es. termobarica) basata sull'alta temperatura di un flash a ossidazione di uranio». Questo parere - espresso dal Dr. Chris Busby, segretario scientifico britannico del comitato europeo sul rischio radiazioni - conferma quanto abbiamo sostenuto sul manifesto sin dallo scorso luglio: le forze israeliane hanno usato in Libano non solo bombe a grappolo e al fosforo (il cui impiego è stato prima negato e poi ammesso da Tel Aviv), ma armi di nuovo tipo. Una conferma indiretta era già venuta dal colonnello Sima Vaknin-Gil, capo censore militare israeliano, che il 23 luglio aveva proibito ai giornalisti di fornire informazioni sull'«uso di tipi unici di munizioni e armamenti».
Questi «tipi unici» di armi, realizzati con tutta probabilità nel quadro di programmi di ricerca congiunta Usa-Israele, sono stati testati in Libano e a Gaza nelle condizioni reali di una guerra. La ricerca sulle nuove armi è frenetica. Come documenta lo stesso Pentagono, sono state prima realizzate «bombe a piccolo diametro» in grado di colpire ciascuna un distinto obiettivo. Le prime delle 24mila ordinate sono state consegnate dalla Boeing all'aeronautica Usa il 22 maggio 2006. Contemporaneamente si sta lavorando per dotare le nuove bombe di «testate a letalità focalizzata», tipo quelle con involucro in fibra di carbonio, contenenti polvere di metallo pesante (tungsteno o altro), il cui uso a Gaza è stato documentato da Rai News 24. Ma probabilmente la ricerca militare è ancora più avanzata rendendo sempre più superata la tradizionale distinzione tra armi nucleari e convenzionali.
L'Italia non è estranea a tutto questo. Il governo Berlusconi stipulò con quello israeliano, il 16 giugno 2003, un memorandum d'intesa per la cooperazione nel settore militare e della difesa. Dopo essere stato ratificato al senato nel febbraio 2005 e alla camera in maggio, il memorandum d'intesa è divenuto Legge 17 maggio 2005 n. 94, entrata in vigore l'8 giugno. La legge stabilisce una stretta cooperazione tra i ministeri della difesa e le forze armate dei due paesi riguardo «l'importazione, esportazione e transito di materiali militari», «l'organizzazione delle forze armate», la «formazione/addestramento». Ma, si specifica, «la cooperazione militare non si limiterà ai settori sopra menzionati». Allo stesso tempo i due governi si impegnano a «incoraggiare le rispettive industrie nella ricerca di progetti e materiali di interesse per entrambe le parti». Quindi tecnologia militare italiana può essere usata per realizzare e migliorare nuove armi, tipo quelle già usate in Libano e a Gaza. Per di più, nello stesso quadro, sono stati varati dall'allora ministro Moratti 31 progetti di ricerca congiunta tra controparti italiane - Cnr e alcune università - e controparti israeliane: soprattutto gli istituti Weizmann e Technion, che compiono ricerche avanzate sulle armi nucleari ed altre (tra cui quelle a energia diretta). E' quindi possibile che alcune ricerche italiane, ufficialmente a fini civili, possano essere usate (anche all'insaputa dei ricercatori) per mettere a punto armi di nuovo tipo. Non sappiamo ancora se nella maggioranza di governo qualcuno esprimerà preoccupazione. Non basta però preoccuparsi. Occorre piuttosto cancellare la legge che istituzionalizza la cooperazione militare italo-israeliana. Si impedirà in tal modo che l'Italia partecipi alla nuova folle corsa agli armamenti e si risparmierà una buona parte dei 4,5 miliardi di euro destinati nella Finanziaria a programmi militari «derivanti anche da accordi internazionali».

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