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Storia dei "duri e puri" del Movimento islamico.

Dalla sconfitta dei progressisti e del nazionalismo arabo all'affermazione definitiva del fondamentalismo religioso
16 giugno 2007 - Guido Caldiron
Fonte: Liberazione (http://www.liberazione.it)

«I leader nazionalisti del mondo arabo si sono dimostrati inefficienti, corrotti, antidemocratici, hanno accentrato il potere in gruppi ristretti, in clan formati da parenti o da persone fidate. Ma hanno fallito, tutti. Qui ha cominciato a manifestarsi un'insorgenza sociale tra le nuove generazioni del mondo arabo. Dopo l'invasione israeliana del Libano nel 1982 questa rivolta ha cominciato a farsi sempre più forte, solo che non ha trovato alcuno spazio in società totalitarie dove il controllo dei diversi regimi era fortissimo. Così è stato nelle moschee che questa rabbia ha cominciato a manifestarsi. L'opposizione alla presenza occidentale o a quella israeliana, o ai regimi autoritari locali si è identificata progressivamente con le bandiere dell'Islam».
Nelle parole di Robert Fisk da oltre trent'anni tra i più noti corrispondenti della stampa britannica in Medioriente si possono scorgere alcuni dei motivi che hanno portato all'affermazione degli islamismi anche all'interno del movimento palestinese. Nei giorni in cui in Medioriente si ricorda la Guerra dei Sei giorni del 1967 a Gaza si celebra infatti la vittoria di Hamas. I due avvenimenti, lontani nel tempo e apparentemente senza relazione, rappresentano invece due tappe dell'evoluzione vissuta dal mondo arabo: sintetizzano in un'immagine plastica la sconfitta delle istanze progressiste e del nazionalismo arabo e l'affermazione del fondamentalismo islamico. Uno scenario ben illustrato dalla stessa "biografia" di Hamas.
«I Fratelli musulmani, riunitisi il 9 dicembre del 1987 intorno allo sceicco Ahmad Yassin, diffondevano il 14 un volantino firmato dal Movimento della resistenza islamica in cui si invitava all'intensificazione della ribellione. Ma riconobbero la paternità di tale movimento soltanto nel febbraio 1988: le sue iniziali in arabo (Hms che stanno per Harakat al Muqawarna al Islamiyya) sarebbero state trasformate nella sigla Hamas (zelo)». Così l'islamologo Gilles Kepel, presenta nel suo libro più noto, Jihad. Ascesa e declino la nascita del gruppo integralista palestinese. Come indicano chiaramente le parole di Kepel, la genesi di Hamas si situa anche simbolicamente all'incrocio di due tendenze e di due diverse battaglie. La Palestina della fine degli anni '80 è quella in cui si sviluppa la prima Intifada con i giovani palestinesi che affrontano disarmati i soldati israeliani. E' una fase cruciale della lunga lotta del popolo palestinese per ottenere i propri diritti e un proprio Stato.
Dopo la guerra e la nascita dello Stato di Israele nel 1948 il movimento cambia però progressivamente fisionomia fino a riorganizzarsi, dagli anni Settanta, anche in seguito all'occupazione israeliana di Gaza e della Cisgiordania dopo la guerra del 1967, nella Società dei Fratelli musulmani di Giordania e Palestina. E' a partire da questo momento che sono gettate le basi del radicamento sociale di quello che diverrà in seguito Hamas. Negli anni che vanno dal 1967 al 1987, in Cisgiordania il numero delle moschee passa da 400 a 750, mentre a Gaza da 200 a 600. Ma l'enorme aumento dei centri religiosi non è l'unico segnale di rilievo: intorno alle moschee sorgono infatti asili, biblioteche, cliniche e centri sportivi.
«Fu dunque l'Associazione dei Fratelli Musulmani a creare Hamas per una doppia missione: da un lato quella della resistenza all'occupazione, dall'altro quella di reislamizzare la società palestinese», spiega Abderrahim Lamchichi, ricercatore di Scienze politiche dell'Università della Picardie nel suo Géopolitique de l'islamisme . Se infatti il processo di re-islamizzazione era già in atto al
momento della nascita di Hamas nel 1987, la sfida fondamentalista alla vecchia dirigenza guidata da Yasser Arafat andava portata anche sul piano militare.
E' in questa prospettiva che, dopo la loro apparizione durante la guerra civile libanese, compariranno anche in Palestina gli attentatori kamikaze. «Secondo le fonti della sicurezza israeliana, tra il 1993 e il 2000 ci sono stati 42 kamikaze palestinesi - scrive Farhad Khosrokhavar in I nuovi martiri di Allah Appartengono ad Hamas o alla Jihad (l'altro gruppo integralista palestinese). Sanno che dopo la loro morte l'organizzazione si occuperà delle loro famiglie, spesso con l'aiuto dell'Arabia Saudita». Le famiglie dei kamikaze, uomini ma anche donne, «ricevono tra i tre e i cinquemila dollari».
Nel caso di Hamas l'organizzazione politico-sociale e quella più strettamente militare-terroristica, appaiano però, secondo molti osservatori, legate in modo pressoché inestricabile. Abdel-Rahman Ghandour, un ricercatore franco-libanese, insiste su questo elemento nel suo Jihad humanitaire , un ampio saggio sulle Ogn islamiche. «Sul terreno Hamas dispone della rete sociale più importante della Palestina, dopo quella che fa capo alla Mezzaluna Rossa (...) Fanno riferimento al gruppo una serie di Ong, come la Islamic Association o la Casa della misericordia, e i comitati locali che raccolgono la "zakat", l'elemosina in favore dei più deboli che rappresenta uno dei pilastri dell'Islam. Ma, allo stesso tempo, - precisa l'autore di Jihad humanitaire - è all'interno di queste strutture di base che l'organizzazione recluta la maggior parte dei suoi militanti». Quanto alla rete del welfare islamico messa in piedi dal gruppo palestinese, Ghandour spiega: «Fin dalla sua fondazione Hamas non ha mai smesso di estendere geograficamente la propria azione sociale, concentrando il suo intervento assistenziale su due settori della popolazione palestinese: i musulmani più poveri - più del 10% dei palestinesi sono di religione cristiana e perciò non rientrano tra i beneficiari di questo aiuto -, in particolare gli abitanti di Gaza e dei campi profughi. E le famiglie dei "martiri", uccisi dagli israeliani».
Interventi di "assistenza sociale" e reclutamento di nuovi quadri marciano perciò apparentemente su binari paralleli: il sostegno ai settori più deboli della società palestinese corre di pari passo a una sorta di "nazionalizzazione delle masse", in senso però religioso. Così Hamas segue i giovani palestinesi fin dai loro primi anni di vita. Solo a Gaza si conta che siano oltre una ventina gli asili gestiti direttamente dal gruppo. In questi centri vengono insegnati ai bambini i primi rudimenti del Corano. In tutti i maggiori centri della Cisgiordania sono attive anche delle sezioni della Casa del Corano e degli Hadith, sorta di madrasse che formano alla religione i palestinesi fin dall'adolescenza. Emanazione di Hamas è anche la Rete della gioventù islamica che garantisce attività sportive - basket e nuoto - e ricreative per i più giovani.

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