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Gaza 15 dicembre 2007

La vostra presenza qui forza il blocco, rompe l’assedio

Rompere il silenzio, protestare al di fuori dei sistemi di potere, arrivare al cuore delle persone, perché una presa di coscienza faccia crescere l’empito di libertà e di giustizia che da anni mettiamo nella questione palestinese. (Le Donne in Nero)
2 febbraio 2008 - Simona Ricciardelli (Donne in Nero, Napoli)

Otto donne in nero e una giornalista di peace reporter.

.....la vostra presenza qui forza il blocco, rompe l'assedio

Siamo al valico di Erez passaggio tra lo stato di Israele e la striscia di Gaza.
Da giugno Gaza è sotto assedio dopo un rafforzamento di Hamas, il partito che governa dal gennaio 2006 per aver vinto libere e democratiche elezioni e che da quel momento si è cercato in tutti i modi di destabilizzare.
Già nel dicembre del 2006, durante una settimana in giro per i territori, ascoltammo e accogliemmo le recriminazioni e le sofferenze cui erano sottoposti i palestinesi, anche dall’Europa, per questo cambio del partito di governo. Giunte al chek point di Gaza ben due volte siamo state respinte perchè il “visto” che il console italiano ci aveva assicurato, agli israeliani di guardia a Erez non arrivava. E’ arrivato infatti il giorno stesso del nostro ritorno in Italia, mentre eravamo già all’aereoporto di Telaviv. Casualità? Fortuita coincidenza?

Quest’anno dunque vi siamo giunte col permesso di ingresso già in mano, ottenuto (grazie alla nostra capogruppo Donna in Nero, Corinna), dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, come donne che si occupano della salute delle donne.

Alle nove, secondo l’orario prescritto, ci troviamo “alla frontiera”. Ci sorprende l’enorme struttura di recente costruzione, fredda e impersonale, stile stazione aeroportuale, con una grande spianata di terra deserta davanti ed una stretta gabbia di accesso. Ci mettiamo in fila ma nulla accade, nessuno è presente; solo dopo un po’ un uomo delle pulizie, quasi un giardiniere, in stentato inglese (non capiamo l’arabo) ci dice che fino alle 12 non aprirà. Non sappiamo perché. In lunghe ore che vanno ben oltre le 12, sotto un vento freddo, senza alcun sedile, né riparo, abbiamo tempo di assistere al calvario della popolazione palestinese che deve ritornare a casa. C’è una donna anziana su una sedia a rotelle chiaramente operata alla testa, ci sono bambini con un sol genitore, una intera famigliola, qualche singolo uomo, con i volti segnati dalla pazienza seria e triste che impedisce di trasformare persino l’attesa in giochi o racconti. Dentro si sentono, e a tratti si vedono, allenamenti dei soldati: a correre, a rincorrere qualcuno che fugge (la chiamano esercitazione), a mangiare. Dalle sbarre e dai cancelli entra qualche camionetta; ogni volta pensiamo che si apra una porta per noi, ma non è così. Possiamo soltanto constatare che lo stesso trattamento è riservato agli stranieri, alla popolazione locale, ai funzionari dell’ Ocha che riconosciamo per averli già incontrati a Gerusalemme.

Poi arriva una donna con piglio militare e nella guardiola, molto lentamente, esamina i nostri passaporti invitandoci a stare lontano dalla porta di accesso. Il tutto è dichiarato “per la nostra sicurezza”.

Perdiamo di vista quelli che attendevano con noi e ci ritroviamo in un enorme desolato salone a vetri, controllate dall’alto da giovani uomini e donne che imbracciano il fucile e con urla poco comprensibili ci guidano alle operazioni di schedatura: braccia alzate, gambe divaricate, in cabine chiuse dove ruotano i metaldetector, mentre i bagagli vengono frugati in nostra assenza. Sono scene che abbiamo già visto... nei film.

Dopo le 15, attraversato un lungo tunnel, ci troviamo nella terra di nessuno, quel confine costellato di case abbattute e di scheletri di edifici, dove un gruppo di uomini ed alcuni bambini attendono per portare qualche bagaglio o improvvisare un trasporto auto per la città.
Benvenuti a Gaza!

TRE DONNE

Naila Ayesh è la direttrice del Women Affaire Center.
Ha un permesso per uscire ed è appena tornata da Ramallah.
“La situazione sembra normale, dice; normale è che due gruppi che litigano per il potere tengano il conflitto basso. Ma per noi, la società civile, noi che lavoriamo, studiamo, non c’è agio; tutto è più caro; siamo insicuri in tutto: mancano medicine, e curarsi fuori ci è impedito; si muore ad Erez, in attesa di un lasciapassare; molte donne stanno lì per ore con i loro bimbi, umiliate, a rischio...

Gli studenti (15.000) finite le scuole secondarie sono impediti nello studio universitario; ma non hanno lavoro, non hanno divertimenti o luoghi di cultura per il tempo libero; non resta loro che la moschea e questo produce involuzione nel costume familiare.

Israele ha ora più motivi per angariarci, ma questo non dimostra che la popolazione è per Hamas. Il voto in suo favore è stato un tentativo di cambiamento; anche molti cristiani l’hanno votata; associare Hamas al terrorismo è assolutamente falso e grave; nelle manifestazioni i media riprendono solo gli uomini armati e col viso coperto...

Hamas ha differenti gruppi (diciamo correnti); e comunque perché ce la si prende con la popolazione?

Per le donne l’attacco è duplice: la disoccupazione fa aumentare la violenza in famiglia. Il loro ruolo? Cercare di portare a casa più soldi possibile. Ma adesso anche le donne frequentano la moschea perché si aspettano da Hamas cambiamento e sistemazione per i propri figli.

Il nostro centro per l’empowerment femminile, dal 1991, non ha relazione con parti politiche; fa ricerca sulla condizione economico-sociale delle donne, sulla violenza domestica, sul matrimonio precoce deciso dalle famiglie per accordi economici, ma anche sulla partecipazione al voto. Nostro fine è rendere le donne consapevoli e dotarle di strumenti per emanciparsi dal senso di remissione e di inferiorità, per imparare ad usare i media, il computer e ogni altro strumento di lavoro. Anche dopo la frequentazione dei corsi mantengono una relazione con noi.

Ci occupiamo anche di metter gli uomini in migliore disposizione verso le donne. Ma ogni attacco israeliano è un peggioramento per la condizione femminile. Qui c’è solo repressione e divieto di parlare. Non ci sono voci critiche. Le organizzazioni umanitarie, e per i diritti umani, non aprono né incoraggiano la partecipazione di tipo politico. La gente vuole partecipare, anche se non esprime posizioni di parte; vuole mostrare criticità e capire cosa sta accadendo.

Potrebbe nascere un nuovo partito, ma la sinistra non è unita, come del resto in tante parti del mondo, compresa Israele.”

Il Centro è ricco di documentazione: manifesti molto significativi e di grande impatto, sull’8 marzo, su campagne di sensibilizzazione dell’ultimo anno; e alla fine ci offrono alcuni oggetti prodotti dalle donne che frequentano i corsi. La nostra presenza dà la misura di un collegamento, di un contatto con il mondo.

Manal dirige il Women Empowerment Project.
E’ una giovane molto moderna, che parla inglese troppo velocemente. Hanno iniziato nel 1990 in 8 donne contro la violenza sulle prigioniere politiche. Poi hanno incluso nei loro programmi la violenza domestica; ora si occupano anche di salute mentale, in 4 centri di recupero. Parla delle tecniche che usano, dello psicodramma, del counceling, dell’aiuto legale; sembra di essere a Napoli. Sviluppano microprogetti con NGO.

Le donne imparano a capire il piccolo prestito (il Corano non consente l’interesse bancario) sviluppano insieme capacità lavorative individuali ed autostima. Vengono seguite anche quando tornano nelle loro case.
L’occupazione militare con i rischi delle sue conseguenze, impone programmi di prevenzione con genitori e professori nelle scuole. I padri spesso si sottraggono; ma anche le madri non hanno molto tempo. La violenza sulle donne non distingue tra partiti politici. Nuove leggi sulla famiglia si stanno discutendo insieme con Giordania, Libano, Siria, ma agli incontri Manal non può andare perché le viene impedito di uscire da Gaza. Naturalmente il problema del cibo che scarseggia, dei trasporti senza benzina, dei medicinali che mancano sposta e impedisce il loro lavoro costringendole a riattrezzarsi continuamente per le donne che chiedono aiuto. Di fronte però alla violenza generalizzata, di Israele, di Hamas o di Fatah spesso non possono fare nulla; null’altro che elemosine; e la carità se viene interrotta, ti atterra.

Invece la sicurezza dai reati comuni, dai furti, dal pericolo nelle strade di sera, o simili, è aumentata; chi governa fa di tutto per portare l’ordine e il consenso tra i cittadini.

Majida ha fondato “L’associazione culturale delle donne per il libero pensiero”.
La incontriamo a casa sua, a Khan Younis, la seconda città della Striscia di Gaza, a pochi chilometri dal valico di Rafah, al confine con l’Egitto. Trentotto anni, robusta e decisa; in jeans e maglietta, capelli cortissimi, sprizza energia da tutti i pori; ha studiato antropologia in Inghilterra. E’ una reclusa di Gaza. Con la sua associazione si occupa di donne (ne incontrano 650 al mese) e bambini...” perché, dice, se cresceranno con dignità riusciranno ad essere migliori di noi” ...Il suo contesto è familista repressivo, il sud è molto conservatore; loro stesse sono state fatte segno di atti intimidatori; sono sostenute da fondi svizzeri ma hanno rifiutato i fondi americani perchè troppo condizionanti. Non ha votato per Hamas, ma dice che “era il meno peggio...” e si rammarica che la comunità internazionale appoggi l’occupazione israeliana! Evidenzia il danno di uno slegamento della striscia di Gaza dal resto della Palestina: a Betlemme c’è un ottimo centro di accoglienza per donne violentate e maltrattate, creato dalla cooperazione italiana, dove le donne di Gaza non possono accedere per via del blocco israeliano.

Majda ha molto humour, ci trascina nella sua analisi spietata della realtà, sottolinea ogni abuso e sopraffazione come la continua interruzione della corrente elettrica (decisa tra le misure dell’embargo per fiaccare Hamas) e che per noi, ospiti, produce la sospensione delle note che stiamo scrivendo, ma negli ospedali produce danni mortali a chi da quella corrente elettrica dipende.
Infine esclama: ”Ma voi venendo qui, rompete l’assedio; la vostra presenza è un varco per noi...”

Con l’auto di Majda, guidatrice esperta, ed un taxi arriviamo al tramonto al confine con l’Egitto e possiamo vedere camion carichi di viveri, combustibili, e materiale da costruzione per le case e le strade, centellinati o bloccati dall’esercito israeliano: poi girando intorno all’altissimo muro e traversando un tratto di strada sconnessa costeggiata da case abbattute vediamo un lato del passaggio a piedi, con un cancello sgangherato e gente implorante in attesa di permesso (ci sono anche bambini): forse passeranno lì la notte, e il giorno dopo, e la notte dopo ancora, in attesa di una decisione sui loro nomi, che ci dicono proviene dal governo Israeliano ma per indicazione di Abu Mazen, l’autorità palestinese. Molto ci racconta un commerciante che parla italiano e da quaranta giorni deve raggiungere Il Cairo per volare in Cina e tornare con la merce: ogni sera va a casa dalla moglie e dai figli; ogni mattina alle sei torna a quel varco in attesa che sia fatto da Ramallah il suo nome per passare.

Nel tornare a Gaza traversiamo villaggi pieni di giovani festanti e gente per la strada, in una comune serata di clima mite; ma l’indomani mattina sappiamo che subito dopo il nostro passaggio una incursione aerea ha colpito alcuni di quei giovani, e tuttavia ha fallito la ricerca e l’individuazione di “pericolosi terroristi”.

Anche Majda ci telefona preoccupata che possa esserci successa qualcosa di grave.

Dal campo profughi di Jabalia, dall’incontro con la studentessa di ostetricia, nella cui famiglia povera e numerosa, di beduini trasferiti dal deserto, le prime tre figlie sono vicine alla laurea; dalla visita agli asili dei bambini più piccoli e alle loro maestre; dall’incontro con il personale dell’ambulatorio privato; dal giornalista dell’ansa Safwat Kalout, che ha studiato a Trento e parla benissimo l’italiano; dai pescatori cui viene impedito di allontanarsi dalla costa pena una fucilata di vedette israeliane, il quadro di una prigione a cielo aperto, si delinea sempre più chiaramente.

Ecco l’accorato appello di Eyad Sarraj, presidente della Scuola Internazionale Americana a Gaza, che incontriamo nella sede della campagna “End the siege in Gaza” e che ci ha dato un quadro esaustivo della situazione economica e politica: “Gaza non è un caso umanitario; si vuole impedire qualsiasi iniziativa culturale e lavorativa per annientarne la soggettività politica. E’ vero, siamo in aperta violazione dei diritti umani, ma non possiamo intraprendere azioni legali ricorrendo ad organismi internazionali perché non siamo uno Stato.

Le nostre prossime azioni: il 26 gennaio 2008 ci muoveremo da ambo le parti, pacifisti palestinesi e pacifisti israeliani, per incontrarci al valico di Karni con carichi di cibo e medicinali: un gesto dimostrativo che vi preghiamo di propagandare e sostenere in tutta Europa. A maggio un evento rilevante porterà a Gaza da Cipro una nave con molti attivisti per i diritti umani, inclusi premi Nobel per la pace. E’ una giornata organizzata dal gruppo Free Gaza negli USA, per la libertà di movimento”.

Note:

Un mese dopo Hamas sfonda il muro verso l’Egitto e in televisione riconosciamo il luogo: 700mila persone, metà della popolazione di quei 365 Km quadrati circondati di filo spinato, fucili e muraglie si riversano semplicemente con la borsa della spesa a comprare pane, latte e medicine nel paese confinante; sono un fiume inarrestabile ma non sono in fuga; vogliono anche rientrare a casa.

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