Gaza, luglio 2026: la crisi continua tra bombardamenti, fame e impunità
Gli attacchi e le operazioni militari continuano a colpire aree densamente popolate, con effetti devastanti su bambini, donne, personale sanitario e operatori umanitari. Ospedali, ambulanze, scuole, rifugi e reti idriche restano infrastrutture sotto pressione o distrutte, mentre la protezione dei civili rimane insufficiente rispetto agli obblighi del diritto internazionale umanitario.
I dati aggiornati
Al 17 luglio 2026, i dati quantitativi più solidi indicano che il bilancio palestinese complessivo nella Striscia di Gaza supera 73.000 morti e 173.000 feriti dall’inizio della guerra il 7 ottobre 2023.
Ecco una tabella aggiornata ad oggi.
Aiuti ostacolati
Sul fronte degli aiuti, la distanza tra le dichiarazioni ufficiali israeliane e la realtà sul terreno resta enorme. Israele sostiene che ogni giorno entrino a Gaza centinaia di camion, ma le agenzie umanitarie e varie fonti indipendenti segnalano che la distribuzione resta frammentata, insicura e insufficiente rispetto ai bisogni reali della popolazione. Restrizioni ai valichi, insicurezza per gli autisti, difficoltà logistiche e distruzione delle infrastrutture continuano a rallentare o impedire l’arrivo degli aiuti dove servono davvero.
Quando l’assistenza umanitaria è ostacolata in modo sistematico, la sofferenza civile non è un effetto collaterale ma una conseguenza prevedibile delle scelte politiche e militari.
Responsabilità politiche e doppio standard
La responsabilità principale ricade sulle autorità israeliane, che continuano a condurre operazioni militari con effetti devastanti sui civili e a mantenere un controllo tale da condizionare l’accesso ai beni essenziali. Ma la responsabilità non è solo israeliana: anche gli attori internazionali che si limitano a richiami formali, senza conseguenze reali, contribuiscono a consolidare l’impunità.
Qui si vede il doppio standard occidentale. L’Occidente invoca il diritto internazionale e la protezione dei civili, ma spesso evita di prendere misure concrete quando le violazioni sono attribuite a Israele. Per altri conflitti si adottano sanzioni, embargo o isolamento diplomatico; su Gaza, invece, prevalgono ambiguità, prudenza linguistica e sostegno politico-militare a chi continua a esercitare una forza distruttiva su una popolazione civile già stremata.
Le sedi internazionali
Sul piano giuridico, la questione resta aperta davanti alla Corte Internazionale di Giustizia e alla Corte Penale Internazionale. Nel procedimento avviato dal Sudafrica, la Corte Internazionale di Giustizia ha già indicato misure provvisorie per prevenire atti vietati dalla Convenzione sul genocidio e per favorire l’ingresso degli aiuti umanitari, ma non ha ancora emesso una sentenza definitiva sul merito. Nel maggio 2026 la Corte ha inoltre fissato nuovi termini procedurali, segno che il contenzioso è tuttora in corso.
Parallelamente, la Corte Penale Internazionale continua a occuparsi delle responsabilità penali individuali per i crimini commessi nel contesto della guerra a Gaza. Nel 2025 ha respinto il tentativo israeliano di contestare i mandati di arresto relativi a Netanyahu e Gallant, confermando che il procedimento resta aperto. La giustizia internazionale, però, avanza con tempi molto più lenti della distruzione sul terreno, e questo scarto alimenta la percezione di una impunità di fatto.
Francesca Albanese
Nel mese di luglio Francesca Albanese - relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati - ha intensificato la sua presenza pubblica in Italia, partecipando a incontri e presentazioni dedicate alla Palestina, tra cui il festival di Leverano tra il 12 e il 19 luglio e un evento a Siracusa. Nei suoi interventi ha insistito sulla centralità del diritto internazionale, sulla necessità di documentare le responsabilità e sul dovere di non normalizzare la sofferenza dei civili.
La sua voce resta una delle più nette nel denunciare non solo le violazioni in corso, ma anche il ruolo degli Stati e delle istituzioni economiche che, con il loro sostegno politico, militare o commerciale, contribuiscono a mantenere il quadro di violenza e impunità. In questo senso, la questione Gaza non riguarda solo ciò che avviene sul terreno, ma anche la rete di complicità che lo rende possibile.
Giornalisti e informazione
Un altro aspetto cruciale è quello dei giornalisti palestinesi, che continuano a pagare un prezzo altissimo nel documentare ciò che accade. Le fonti citate in questi giorni parlano di centinaia di operatori dell’informazione uccisi o feriti dall’inizio della guerra, in un contesto di rischio costante per chi prova a raccontare la realtà. La pressione contro la libertà di informazione si somma così alla distruzione materiale e alla crisi umanitaria, aggravando il silenzio internazionale.
Sulla base delle informazioni disponibili, il mese di luglio 2026 è stato segnato da una serie di attacchi mortali che hanno colpito i giornalisti a Gaza. Ecco i nomi dei professionisti dell'informazione uccisi a luglio.
Luglio 2026: giornalisti uccisi a Gaza
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Ahmed Wishah: cameraman per Al Jazeera, ucciso in un attacco israeliano con un drone nel campo profughi di Bureij, nella Striscia di Gaza centrale, il 10 o 11 luglio (le fonti variano). L'esercito israeliano lo ha accusato di essere un membro di Hamas. Suo fratello, il giornalista Mohammed Wishah, era stato ucciso in un attacco ad aprile.
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Hossam Al-Masri: cameraman e collaboratore per Reuters, ucciso in un attacco all'Ospedale Nasser a Khan Younis, nel sud di Gaza, il 5 o 6 luglio.
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Mariam Abu-Dagga (o Maryam Abu Daqqa): giornalista freelance, collaboratrice per The Associated Press (AP) e altre testate. Aveva 33 anni ed è stata uccisa nello stesso attacco all'Ospedale Nasser il 5 o 6 luglio.
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Mohammed Salama (o Mohammed Salam): giornalista per Al Jazeera, ucciso nell'attacco all'Ospedale Nasser il 5 o 6 luglio.
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Moaz Abu Taha (o Muath Abu Taha): giornalista locale, ucciso nell'attacco all'Ospedale Nasser tra il 5 o 6 luglio.
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Ahmed Abu Aziz: giornalista locale, ucciso nell'attacco all'Ospedale Nasser tra il 5 o 6 luglio.
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Mohamed Al Khalidi: giornalista per il media palestinese Sahat, ucciso in un attacco israeliano a una tenda vicino all'Ospedale Al Shifa a Gaza City il 5 luglio.
Contesto e reazioni
Questi omicidi fanno parte di un quadro più ampio e drammatico. A inizio luglio, l'ONU ha condannato l'uccisione mirata di sei giornalisti a Gaza, definendola una "grave violazione del diritto internazionale umanitario". L'attacco, che ha colpito una tenda che ospitava cinque dipendenti di Al Jazeera e un freelance, è stato riconosciuto da Israele come un'operazione pianificata.
La Foreign Press Association ha espresso shock e indignazione, definendo l'attacco all'Ospedale Nasser "uno dei più letali contro i media dall'inizio della guerra". L'associazione ha sottolineato che i giornalisti locali sono "l'unico collegamento con il mondo" per raccontare cosa sta accadendo, dato che ai reporter internazionali è vietato l'ingresso a Gaza.
Secondo i dati del Palestinian Journalists Forum, dal 7 ottobre 2023 sono stati uccisi 263 giornalisti, mentre Reporters Without Borders (RSF) parla di oltre 220 giornalisti palestinesi uccisi, di cui almeno 70 mentre svolgevano il loro lavoro.
https://www.amnesty.it/appelli/stop-al-genocidio-di-israele-contro-la-popolazione-palestinese-di-gaza/
Traduzioni
- Albert, international pacifist bulletin
Gaza, July 2026: the crisis continues amid bombings, hunger, and impunity
As of 17 July 2026, the most reliable quantitative data indicates that the overall Palestinian death toll in the Gaza Strip exceeds 73,000 dead and 173,000 injured since the start of the war on 7 October 2023. In July, the list of journalists killed in Gaza has grown longer.17 luglio 2026 - PeaceLink staff
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