"Katil Nato defol" c'è scritto sui cartelli dei manifestanti

"Nato assassina vattene"

Una forte protesta sfida l'apparato repressivo turco in occasione del vertice Nato in corso ad Ankara. Il regime reagisce con arresti a catena. Pubblichiamo le immagini della contestazione. Il segretario generale della Nato Rutte non condanna la repressione e giustifica i raid USA contro l'Iran
8 luglio 2026
Redazione PeaceLink

"Nato assassina vattene", c'è scritto in turco sui manifesti "Katil Nato defol": manifestanti in piazza contro il vertice dell'Alleanza Atlantica

Tra repressione e violazioni dei diritti umani, la rabbia del popolo turco che dice "no" all'imperialismo di Trump e al regime di Erdogan


Manifestanti contro in vertice Nato in Turchia

Ankara, 8 luglio 2026 – Mentre i leader dei 32 paesi membri della Nato si riuniscono ad Ankara per il 36esimo vertice dei capi di Stato e di governo, nelle piazze turche esplode la protesta di chi si sente oppresso e dimenticato. "Katil Nato defol" – Nato assassina, vattene – hanno gridato i manifestanti. Le immagini che accompagnano questo articolo, tratte da un video di Rainews, raccontano la protesta. Sono l'espressione di un malcontento profondo e stratificato, che affonda le radici in decenni di politiche militari, in una repressione autoritaria del dissenso e in una percezione sempre più diffusa della Nato come strumento di dominio e non di difesa della democrazia e della libertà. Manifestazione in Turchia contro il vertice Nato, luglio 2026

La Turchia è classificata come paese "non libero" da Freedom House, con un punteggio di 33 su 100 per i diritti politici e le libertà civili. Per quanto riguarda la libertà di stampa, Reporter Senza Frontiere (RSF) posiziona la Turchia al 163º posto su 180 Paesi. [1, 2]


"Nato assassina, vattene" "Nato assassina vattene", c'è scritto sui manifesti in turco

A Istanbul, la "Piattaforma per il Lavoro, la Pace e la Democrazia" (Emek, Barış ve Demokrasi Güçleri) ha mobilitato migliaia di manifestanti, che si sono radunati davanti all'Atatürk Kültür Merkezi in piazza Taksim per poi marciare verso il palazzo di Dolmabahçe. Gli striscioni e i cori hanno scandito con forza messaggi che non lasciavano spazio a interpretazioni:

  • "NATO'dan çık, NATO'yu yık" (Esci dalla Nato, sciogli la Nato)

  • "Terör örgütü NATO dağıtılsın" (La Nato è un'organizzazione terroristica, sia sciolta)

  • "Katil ABD, iş birlikçi AKP" (USA assassini, AKP collaborazionista)

Turchia, manifestazione contro il vertice Nato, luglio 2026

AKP è il Partito della Giustizia e dello Sviluppo del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan.

La denuncia dei manifestanti ha tracciato un filo rosso che collega l'alleanza atlantica, gli Stati Uniti e il governo del presidente Erdoğan, accusato di essere un "complice" dell'imperialismo. Un'accusa che si è fatta ancora più pesante alla luce del sostegno della Nato e degli USA a Israele nel conflitto armato in corso: a Kızılay, due attiviste che si definivano "amiche della Palestina" sono state arrestate mentre gridavano slogan contro il vertice. In loro difesa, l'associazione "Cause Palestinesi" ha dichiarato: "Suçlu arıyorsanız, Trump'ı tutuklayın" (Se cercate un colpevole, arrestate Trump). Manifestazione a Instanbul contro la Nato, luglio 2026

I manifestanti hanno inoltre chiesto la chiusura della base radar di Kürecik, definita "lo scudo di Israele", e hanno denunciato il ruolo della Nato nella preparazione di "nuovi fronti di guerra" in Medio Oriente e oltre.

Per i manifestanti, la Nato non è uno strumento di difesa collettiva, ma il "gendarme del capitalismo e dell'imperialismo sotto la guida degli Stati Uniti". La Turchia, nella loro visione, non è solo un alleato, ma un "complice" di un'alleanza che porta guerra e distruzione. "Yankee go home"


Un'alleanza blindata e una repressione senza precedenti

La risposta del governo turco alle proteste è stata di una durezza che ha suscitato preoccupazione in tutto il mondo. Il governo ha proibito tutte le manifestazioni e gli eventi pubblici dal 28 giugno al 10 luglio, trasformando Ankara in quella che è stata definita una "prigione a cielo aperto". Ed è per questo che le manifestazioni si sono svolte a Instanbul e in altre città. Manifestazione contro il vertice Nato in Turchia

Decine di migliaia di agenti di polizia sono stati schierati, strade chiuse, posti di blocco imposti e la difesa aerea posta in stato di massima allerta. Ma la repressione non si è limitata alle misure di sicurezza: nelle piazze, la polizia ha fatto ampio uso di gas lacrimogeni e cariche per disperdere i manifestanti.

I numeri parlano chiaro e raccontano una storia di violenza e intimidazione. Manifestazione contro il vertice Nato in Turchia

Il partito DEM ha denunciato che i giovani fermati a Kadıköy sono stati "esposti a torture e detenzione".

A Konya, un gruppo di attivisti ha affisso uno striscione con la scritta "Katil Nato defol" in un sottopassaggio, prontamente rimosso dalla polizia che ha avviato un'indagine.

Il segretario della Nato e il diritto di "manifestare liberamente"

Una domanda sorge spontanea: l'Alleanza Atlantica ha fatto un comunicato di condanna per gli arresti e la repressione in occasione del vertice Nato di Ankara?
No, la NATO non ha pubblicato un comunicato ufficiale di condanna per gli arresti e la repressione in Turchia per il vertice di Ankara. Quel che è emerso pubblicamente è una dichiarazione prudente del Segretario generale Mark Rutte, non un documento formale dell’Alleanza.

Cosa ha detto Mark Rutte

  • Il 6 luglio, in una conferenza stampa ad Ankara, Rutte è stato interrogato sui raid anti‑terrorismo, sui divieti di manifestazione e sul diniego di accreditamento a giornalisti indipendenti.

  • Ha risposto affermando che «il diritto di tenere manifestazioni e la libertà dei media sono essenziali nelle democrazie» e che la democrazia «è molto più che solo elezioni libere», sottolineando l’importanza che i media possano «seguire dal vivo i grandi eventi».

  • Non ha però condannato esplicitamente gli arresti di massa, né il divieto di 13 giorni sulle manifestazioni, né la detenzione di comici, attivisti e giornalisti.

Reazioni di altre organizzazioni

  • Human Rights Watch ha denunciato la «spietata intolleranza della Turchia verso libertà di espressione e di riunione», collegando gli arresti al vertice NATO.

  • Amnesty International e associazioni di giornalisti hanno criticato la NATO per aver delegato ad Ankara la selezione degli accrediti, permettendo l’esclusione di testate indipendenti.

  • Varie organizzazioni della sinistra europea e italiana hanno espresso solidarietà agli arrestati e chiesto alla NATO di prendere posizione, ma senza ottenere che l’Alleanza adottasse un comunicato di condanna.

Contesto diplomatico

  • La NATO ha dichiarato di dipendere dalle autorità turche per l’accreditamento dei giornalisti turchi, limitandosi a dire che è «molto importante per la NATO che i media possano partecipare ai grandi eventi».

  • In un vertice ospitato da un membro, la prassi è evitare critiche pubbliche dirette al paese ospitante, soprattutto su temi di sicurezza interna. Questo spiega il tono cauto di Rutte e l’assenza di un documento formale di condanna.

In sintesi: la NATO non ha emesso un comunicato di condanna sugli arresti e la repressione in Turchia.

Pertanto le dichiarazioni del segretario generale della Nato, Mark Rutte, che ha affermato che "la democrazia implica anche che la gente possa manifestare liberamente", suonano vuote di fronte alla realtà dei fatti. Molto dura è stata invece la denuncia di Human Rights Watch che ha sottolineato come l'uso improprio delle leggi antiterrorismo per silenziare la popolazione "contraddice i valori fondanti dell'Alleanza".


Turchia-Nato: un matrimonio strategico sempre più incrinato

La Turchia è membro della Nato dal 1952 e ospita il secondo esercito più numeroso dell'Alleanza. La sua posizione geografica, al crocevia tra Europa, Asia e Medio Oriente, la rende un alleato strategico fondamentale. Ma negli ultimi anni, il presidente Erdoğan ha utilizzato la leva della propria posizione all'interno dell'Alleanza per perseguire una politica estera sempre più autonoma, spesso in aperto contrasto con Washington e Bruxelles.

L'acquisto del sistema missilistico russo S-400, che ha causato forti tensioni con gli Stati Uniti, ne è l'esempio più lampante. Ma la lista è lunga: le operazioni militari nel nord della Siria contro le milizie curde sostenute dagli USA, le controversie con la Grecia sui confini marittimi, il veto sulla membership di Svezia e Finlandia all'Alleanza.


La questione curda e il nodo della sicurezza

Un elemento centrale delle proteste, e più in generale della politica interna turca, è la questione curda. La Turchia considera il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) come un'organizzazione terroristica. Le forze armate turche hanno condotto numerose operazioni militari contro le milizie curde in Turchia, Iraq e Siria.

Per molti curdi e per le forze di sinistra, la Nato è percepita come un'alleanza che, sostenendo gli interessi di Ankara, contribuisce a perpetuare il conflitto e la repressione ai danni del popolo curdo. Le voci che gridano "Nato, vattene" si mescolano a quelle che chiedono la fine delle operazioni militari e il rispetto dei diritti delle minoranze.

La scelta del governo di utilizzare le leggi "antiterrorismo" per giustificare gli arresti di massa durante le proteste ha ulteriormente acuito questa percezione, trasformando la sicurezza del vertice in uno strumento per reprimere il dissenso politico. Tra i fermati, come abbiamo visto, figurano deputati del partito filo-curdo DEM, segno che la repressione ha colpito anche le rappresentanze popolari nelle istituzioni.


Lo spettro della guerra e il peso degli armamenti

Il vertice di Ankara si è tenuto in un clima di forte tensione internazionale. I leader dei 32 paesi membri hanno discusso dell'aumento delle spese per la difesa, con l'obiettivo di raggiungere il 5% del PIL entro il 2035, una richiesta fortemente voluta da Washington. Hanno anche ribadito il sostegno all'Ucraina e discusso le strategie per contrastare la Russia e la Cina.

Ma per i movimenti di protesta, la Nato è percepita come "l'organo sanguinario dell'imperialismo", un'alleanza che porta "distruzione, guerra e morte" ovunque vada. Le proteste, quindi, non sono state solo un fenomeno di piazza, ma l'espressione di un profondo dissenso politico e sociale contro le scelte di politica estera e di alleanze del governo turco.

Un dissenso che ha trovato voce anche tra i più giovani. A Smirne, a Çanakkale, a Samsun, studenti e lavoratori hanno sfilato insieme, unendo le loro voci in un coro che chiede pace, giustizia sociale e sovranità. "Questo paese è nostro", hanno gridato. "La Nato se ne vada".
A guidare le mobilitazioni ci sono stati partiti e organizzazioni come il Partito Comunista di Turchia (TKP), il Partito dei Lavoratori Socialisti (SEP) e collettivi giovanili come l’“Unione dei Giovani contro la NATO e la guerra imperialista”.


Spunti di riflessione

Le immagini che accompagnano questo articolo sono la testimonianza visiva di una rivolta pacifica che merita di essere raccontata. Ma al di là dei fatti, ci sono alcune domande che come attivisti per la pace siamo chiamati a porci:

  1. Il prezzo dell'alleanza: fino a che punto l'Occidente è disposto a tollerare le derive autoritarie di un alleato pur di mantenere un vantaggio strategico? La Nato è un'alleanza di valori o solo di interessi?

  2. La Nato è davvero difensiva? Per molti turchi, e in particolare per i curdi, la Nato rappresenta un'alleanza offensiva che minaccia la loro sicurezza e i loro diritti. Non è forse giunto il momento di porsi delle domande su questa percezione della Nato che mobilita così tante persone?

  3. La militarizzazione come problema sociale: la richiesta della Nato di aumentare le spese per la difesa al 5% del PIL non è solo una scelta di politica estera, ma ha un impatto diretto sulla vita delle persone, sottraendo risorse a sanità, istruzione e welfare. È questa la priorità per i popoli?

Le voci che in Turchia hanno gridato "Katil Nato defol" sono voci che chiedono pace, democrazia e giustizia. Sono voci che, in un momento storico segnato da guerre e conflitti, meritano di essere amplificate in tutto il mondo perché sono voci popolari che il regime di Erdogan cenca di silenziare.


Fonti: Evrensel, Halk TV, Kuzey Ege Haber, Artı Gerçek, Cumhuriyet, Chosun Ilbo, China Daily, Jerusalem Post, Sky TG24, Haber Dairesi, Reuters.


La benedizione di Rutte e la violazione del diritto internazionale

Se le proteste nelle piazze gridavano "Nato assassina, vattene", le parole del Segretario Generale dell'Alleanza, Mark Rutte, hanno offerto loro un'amara conferma. All'apertura del vertice di Ankara, Rutte ha infatti espresso il suo pieno sostegno ai nuovi attacchi militari lanciati da Trump contro l'Iran, definendoli "assolutamente necessari" (absolutely necessary).

"Quando hai un cessate il fuoco e l'Iran lo sta sostanzialmente violando – abbiamo visto cosa è successo ieri con le navi attaccate – penso che sia totalmente cruciale che gli Stati Uniti reagiscano con forza", ha dichiarato Rutte ai giornalisti prima del summit. Il Segretario Generale ha anche elogiato Donald Trump per aver spinto gli alleati NATO ad aumentare le spese per la difesa, definendo l'impegno di europei e canadesi come "una grande vittoria" per l'alleanza.

Queste dichiarazioni, tuttavia, si scontrano frontalmente con i principi fondamentali del diritto internazionale e con la stessa Carta delle Nazioni Unite, che la NATO dice di voler onorare. L'articolo 2, paragrafo 4 della Carta ONU vieta esplicitamente "la minaccia o l'uso della forza contro l'integrità territoriale o l'indipendenza politica di qualsiasi Stato". Gli attacchi unilaterali degli Stati Uniti contro l'Iran, che hanno preso di mira oltre 80 obiettivi militari e una sessantina di navi nello Stretto di Hormuz, non possono essere inquadrati nella legittima difesa prevista dall'articolo 51 della Carta, che richiede l'esistenza di un attacco armato in corso e il rispetto del principio di proporzionalità.

Non a caso, esperti legali internazionali e diverse voci critiche hanno sottolineato come la campagna USA-Israele contro l'Iran violi la Carta ONU e manchi di una giustificazione valida ai sensi del diritto internazionale. L'ambasciatore iraniano alle Nazioni Unite ha parlato di "una flagrante violazione della Carta delle Nazioni Unite", mentre la Russia ha denunciato "un altro atto di aggressione armata non provocato contro uno Stato membro sovrano e indipendente".

La contraddizione con il Trattato Atlantico

La posizione di Rutte appare in stridente contraddizione con lo stesso Preambolo del Trattato del Nord Atlantico, che fonda l'esistenza stessa dell'Alleanza. Il Trattato infatti si apre con la solenne affermazione che le parti firmatarie "riaffermano la loro fiducia nei fini e nei principi della Carta delle Nazioni Unite e il loro desiderio di vivere in pace con tutti i popoli e tutti i governi".

Sostenere e legittimare un'azione militare unilaterale che viola la Carta ONU significa quindi tradire lo spirito e la lettera del patto fondativo della NATO. Significa trasformare l'Alleanza da strumento di difesa collettiva, nato per contrastare un'aggressione, in un soggetto che legittima e incoraggia l'aggressione altrui, scavalcando il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e le norme che regolano le relazioni internazionali.

Le parole di Rutte rivelano una scelta chiara: quella di schierarsi senza riserve dalla parte degli Stati Uniti, anche quando questi agiscono in palese violazione del diritto internazionale. Una scelta che mina le fondamenta stesse dell'ordine mondiale basato su regole condivise. Non sorprende, quindi, che l'Iran abbia accusato la NATO di "complicità" nella guerra USA-Israele, parlando di "flagrante violazione delle norme imperative del diritto internazionale e dei principi fondamentali della Carta ONU".


Fonti aggiuntive per questa sezione

  • Reuters: riporta le dichiarazioni di Rutte sugli attacchi "assolutamente necessari".

  • Gulf News: sottolinea come Rutte abbia definito gli attacchi "assolutamente necessari" dopo gli attacchi alle navi.

  • NATO Watch: documenta il consenso tra gli esperti legali sulla violazione dell'articolo 2(4) della Carta ONU da parte della campagna USA-Israele.

  • Vietnam.vn: cita le parole di Rutte sulla necessità di una "forte reazione" USA.

  • Asianet Newsable: riporta la dichiarazione di Rutte sulla violazione del cessate il fuoco da parte dell'Iran.


Perché la manifestazione turca più importante contro il vertice Nato è avvenuta a Istanbul e non ad Ankara dove si svolgeva il summit?

La manifestazione è stata convocata a Istanbul anziché ad Ankara per una combinazione di fattori politici, simbolici e logistici:

1. Divieti e repressione ad Ankara

  • In vista del vertice NATO del 7–8 luglio 2026, le autorità turche hanno vietato i raduni pubblici ad Ankara e rafforzato le misure di sicurezza nella capitale, dove si tiene il summit.

  • Nella settimana precedente, il governo ha condotto una campagna di arresti contro attivisti, giornalisti indipendenti e oppositori politici, usando leggi antiterrorismo per bloccare la mobilitazione.

  • In queste condizioni, organizzare una grande marcia ad Ankara sarebbe stato quasi impossibile: la polizia avrebbe disperso immediatamente i manifestanti.

2. Istanbul come “capitale delle proteste”

  • Istanbul ha una tradizione storica di grandi mobilitazioni popolari (Gezi Park 2013, 1º Maggio, proteste contro la Sesta Flotta USA nel 1968). Il percorso Taksim–Dolmabahçe è un simbolo nazionale della lotta popolare.

  • La città è il centro mediatico e culturale della Turchia: una manifestazione lì garantisce maggiore visibilità interna e internazionale rispetto ad Ankara, più isolata e controllata durante i summit.

3. Strategie degli organizzatori

  • Le forze riunite in “İstanbul Emek, Barış ve Demokrasi Güçleri” (inclusi TKP e altri gruppi di sinistra) hanno scelto Istanbul per superare il blocco statale e collegare la protesta locale a un’agenda anti-NATO più ampia a livello internazionale. Alcune iniziative anti-NATO erano già state organizzate a Istanbul nei giorni precedenti il vertice (4–5 luglio).

  • La scelta di Istanbul consente anche un coordinamento con altre città (İzmir, Antalya, Diyarbakır) dove sono state organizzate proteste parallele, creando una rete nazionale di mobilitazione.

4. Logistica e sicurezza

  • Ad Ankara, durante il vertice, la capitale è stata chiusa e militarizzata: zone rosse, blocchi stradali, controlli massicci. Anche se la protesta fosse stata autorizzata, sarebbe stata fortemente limitata.

  • Istanbul, invece, offre spazi più ampi e una consolidata capacità di mobilitazione di migliaia di persone, pur con rischi di repressione.

In sintesi: Ankara era il luogo del potere, ma Istanbul è stato il luogo della protesta. La scelta riflette la strategia di sfruttare il simbolo storico-politico di Taksim–Dolmabahçe, aggirando i divieti e la morsa repressiva sulla capitale.

Note: In questo video i poliziotti turchi alzano gli scudi per evitare che i giornalisti filmino i manifestanti https://stream24.ilsole24ore.com/video/mondo/turchia-iniziano-proteste-contro-vertice-nato-7-e-8-luglio/AIESec1D?refresh_ce=1

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