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Kit scolastico: Viterbo ci prova

Erasmo da Rotterdam, ovvero il nostro millantato credito

Senza la firma sei un diverso. Lo spot pubblicitario te lo insegna: "le tue marche, la tua storia". Pubblicità progresso?
31 agosto 2005 - Nadia Redoglia

Viterbo offre il kit scolastico a 15 euro. Un certo numero di botteghe, a seguito di sinergici accordi con l’amministrazione comunale, ha pensato (bene) di provvedere alla difesa (legittima) dei genitori “minacciati” dall’incombente anno accademico. Ogni anno la stessa storia. Una ventina di giorni dall’inizio (da materne a superiori), le TV si scatenano in “sadiche” interviste a mamme indaffarate nella preparazione del corredo per la scuola. A giudicare dalle risposte il problema non è affatto legato a cosa il pupillo ricaverà dall’anno di istruzione. Non un fiato su questa. A questa ci pensa la Ministra. La “maieutica” dei tempi moderni è rivolta all’acquisto di zaini, diari, penne e portapenne, gomme e temperini che pargoletti e pargoloni, pretendono con identica determinata veemenza dei nostri risorgimentali idealisti. Quelli volevano la firma di Carlo Alberto sulla costituzione. Questi vogliono la firma e basta. Che succederà con il kit di Viterbo? Staremo a vedere quanti ne saranno venduti.
La fine degli anni 70 e il proseguimento negli anni 80/90 hanno “regalato” alla nostra storia un fenomeno che ha in qualche modo abrogato la concezione giuridica della proprietà e dell’usufrutto: da diritti reali, quali dovrebbero essere, si è passati a diritti virtuali. Infatti, l’induzione al sistema di “ avere tutto e subito”, ove tutto sta per homo griffato, subito sta per prestiti finanziari, ci ha condotto alla fruizione di una provvisorietà della quale non godiamo neppure i frutti. Non più cambiali da firmare (deterrente psicologico che frenava il più ardito spendaccione) ma piccole somme cheneancheteneaccorgi. Fu così che lo stipendio si trasformò da busta paga a busta “pagherò”.I diritti di proprietà virtuali contagiarono immediatamente le creature ultraminorenni (l’ultimo modello di cellulare, che nel giro di sei mesi diventa obsoleto va sostituito, così come le scarpe, un tempo definite da tennis, alla faccia dei loro coetanei indonesiani che guadagnano 1 dollaro al giorno, cucendo centinaia di tomaie, contro i 150 che le case venditrici guadagnano per un solo paio). Madri e padri rianimati da elettrodomestici spaziali e da televisori con schermi sempre più mega e più piatti, per non parlare dei quasi analfabeti (per le carte d’identità il termine si è modificato in illetterati) che ignorano grafia e sintassi, ma possiedono computer di ultimissima generazione spesso infettati da virus e dialer, perché rispondono sempre yes a tutti i furbastri telematici e telefonici che si esprimono solo in inglese. Improbabili colazioni nei mulini e acque in bottiglia più miracolose di quelle di Lourdes “ottimizzano” questa nostra fiera delle vanità.

Il XXI secolo ha coniato la moneta unica europea che, di fatto, ha elevato l’inflazione quotidiana, ma non quella ISTAT, al 100% (millelire un euro: a parte i nostri governatori, alzi la mano chi non ci crede). Le “finanziarie” hanno dovuto modificare il target clientelare: o possiedi una busta “pagherò” fissa, non precaria da co.co.co., oppure…ciccia. Stanno esaurendosi i tempi del tutto e subito:barile petrolifero docet. I debitori morosi, non più spremibili, vengono buttati. Un tempo erano addirittura necessari, servivano per pareggiare i bilanci. Ora sono rifiuti. Basta entrare in internet e digitare “aste immobiliari”. Presso le cancellerie dei Tribunali e gli studi notarili, sono depositati migliaia di pignoramenti che spesso sono emessi a fronte di spese condominiali non pagate, e solo per queste i debitori si fanno portare via la casa. Ci pare un’enorme follia.
Nonostante tutto abbiamo però isteriche madri che lamentano il costo dello zainetto di marca! Ben si guardano gli intervistatori mediatici dal porre la naturale domanda: “Perché non acquista quello non griffato che costa il 75% in meno?” Proviamo a porcela e a risponderci. Cominciamo a dire che la nostra specie di “Elogio della follia” nulla c’entra col trattato di Erasmo da Rotterdam, (guarda caso, libro prediletto da Berlusconi). Erasmo, scrivendo al suo amico Tommaso Moro, gli confidava che per non sprecare in chiacchiere banali il tempo che doveva passare a cavallo, dovendo fare qualcosa che il momento non sembrava adatto a una meditazione seria, gli venne in mente di tessere un elogio scherzoso. Fu così che nacque una corrosiva satira allegorica sugli errori della filosofia scolastica e il malcostume ecclesiastico.Non ci pare proprio il nostro caso. Se proprio vogliamo utilizzare una “allegoria”, che purtroppo satira non è, meglio probabilmente servirsi della favola di Andersen che utilizzò l’esternazione di un bimbo per focalizzare una cecità collettiva che vedeva l’imperatore indossare un abito meraviglioso, ma in realtà era semplicemente nudo. Come nella favola i nostri imperatori del sistema continuano a “indossare” il nulla, ma per il momento all’orizzonte non scorgiamo informatori che lo proclamino, cosicché noi, cecità collettiva, continuiamo a preferire l’illusione di pavoneggianti abiti regali piuttosto di accettare la nudità del nostro sistema imperiale (lasciamo stare, per favore, il termine imperialista: partiamo da qualcosa molto meno ideologico). Non siamo neppure più protagonisti di favole, quelle appartenevano agli anni 80/90. La nostra allegoria è più simile a un planetario teatro di burattini manovrati da Mangiafuoco che hanno il coraggio di mandare in onda pubblicità il cui messaggio è “le tue marche, la tua storia”…
Nadia Redoglia

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