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Messaggio nella bottiglia per il primo giorno di Primavera

Il 21 marzo 2007 a Polistena nel segno della memoria e dell'impegno contro tutte le mafie

Lettera aperta-appello a sostegno della giornata della memoria
e dell'impegno contro tutte le mafie promossa da Libera.
20 marzo 2007 - Aldo Pecora (portavoce Movimento Ammazzateci tutti)
Fonte: Ufficio Stampa Ammazzateci tutti

Il 21 marzo, come da dodici anni ormai, la memoria delle vittime di tutte
le mafie, grazie alla determinazione, alla costanza ed all'assiduo impegno
di don Luigi Ciotti, sarà ancora una volta testimoniata dall'impegno di
tutte quelle persone che da anni hanno deciso di spegnersi, di far
continuare a camminare sulle proprie gambe l'impegno e la voglia di vivere
una società finalmente libera da questo cancro chiamato mafia, mafie, e di
continuarne il sogno non solo professando, ma traducendo in esempio
quotidiano la sempre viva volontà di tutte quelle persone che per affermare
quella famosa “giustizia sociale” sono state disposte a pagarne il prezzo
più caro, quello della propria vita.
I morti ammazzati di questa guerra che ha come teatro principale le regioni
del cosiddetto “Mezzogiorno” sono ormai pari a quelli di un esercito. Un
esercito fatto di centinaia di persone, di magistrati, commercianti, liberi
cittadini e, purtroppo, anche di giovani e bambini innocenti.
Sicilia, Calabria, Campania, Puglie: altro che regioni del Mezzogiorno,
tant'è nera la “zona grigia” che le affligge, dalla malapolitica, al
malaffare, alla malasanità, per non parlare delle massonerie (deviate o
meno poco conta), si dovrebbe parlare di Mezzanotte d'Italia, semmai.

Mafia, 'ndrangheta, camorra, sacra corona unita, le scrivo di proposito in
minuscolo non per falso moralismo, ma perché sento che giorno dopo giorno
le stiamo indebolendo, stiamo togliendo loro l'ossigeno di cui vivono.
Questo ossigeno che faceva forti questi “uomini d'onore” si chiamava
Silenzio, Omertà, Paura, con la lettera maiuscola perché forti al punto di
essere al tempo stesso elemento fondante e rigenerante delle organizzazioni
criminali nonché del pensiero mafioso alla sua radice.
Oggi il silenzio lo stiamo riempendo di Voci, sempre di più e sempre
diverse. L'omertà è diventata Riconoscibilità, perché abbiamo deciso di
metterci facce, nomi e cognomi in questa battaglia di civiltà. E la paura?
Alla paura si sta sostituendo a piccoli passi la parola Coraggio.

Non è retorica, è realtà. E' il sogno che si fa Segno, come dice Padre
Giancarlo Bregantini.

Quest'anno Libera ha scelto la Calabria, ha scelto Polistena. Molti ragazzi
e ragazze che in queste ultime settimane ho incontrato nelle scuole di
tutta Italia mi hanno chiesto <>.
A questo punto vorrei approfittarne per cercare di offrire, a chi prenderà
parte alla giornata del 21 marzo prossimo, una panoramica al tempo stesso
da addetto ai lavori e da polistenese in quanto tale.

Perché Polistena.
Polistena è un paese ai piedi dell'Aspromonte, apparentemente tranquillo
come tanti altri paesi della Calabria: siamo poco più di diecimila anime,
attorno a noi decine di alberi di ulivo secolari. Mio nonno ripete ancora
con orgoglio che siamo uno dei pochi paesi della Piana ad aver conservato
un nome di origine prettamente magnogreca senza subirne la “traslazione”
latina. Infatti Polistena, già nel cui nome risuona la “Polis”, la Città
greca unita ad un aggettivo che per alcuni significa “forte” e per altri
“stretta”, sorge sul percorso naturale che dalla grandiosa Locri Epizefìri
portava verso il Mar Tirreno alla sua colonia Medma, nei pressi
dell’odierna Rosarno. I paesi qui intorno si chiamano Cittanova,
Taurianova, Gioia Tauro (un tempo Metauron), San Giorgio Morgeto, eccetera
eccetera.

Attraversato l'Aspromonte lungo lo Zomaro ci sono Locri, Gerace, Siderno,
Caulonia, Samo. Fino a qualche decina di anni fa per arrivare da Gioia
Tauro a Locri ci volevano ore, anche in macchina. Oggi c'è una grande
arteria di comunicazione, un serpentone di catrame e cemento armato, che
infilzando la montagna come uno spiedino collega e rende vicinissime le due
cosche...ops, coste della Calabria, quella Ionica e quella Tirrenica. Ecco,
questa nuova arteria ha di fatto ridisegnato negli ultimi vent'anni
l'intero assetto, soprattutto quello economico, della Piana di Gioia Tauro
e della Locride, paradossalmente collegate ormai da una sorta di reciproco
interscambio di risorse e persone. Faccio un esempio banale. Lo sapete che
nella Piana di Gioia Tauro i primi Centri commerciali si sono aperti solo
da qualche anno? Nella Locride invece da anni ce ne sono diversi, con
Siderno che ne conta addirittura due.
Un dato che potrebbe sembrare ininfluente, eppure, un dato ormai di fatto.
Mio nonno andava al mare alla Tonnara di Palmi, mio padre idem, io e tutti
i ragazzi della mia generazione sin da piccoli al mare ci andiamo, con le
nostre famiglie, a Roccella, a Gioiosa Jonica, a Locri, a Siderno. Ma non
si tratta solo di mare. Quanti ragazzi polistenesi e cinquefrondesi oggi
studiano a Siderno e Locri? Tanti. Questi piccoli dati mi hanno oramai
indotto a vedere di fatto Polistena al centro non solo della Piana di Gioia
Tauro ma della Calabria, e la cosa mi ha indotto a pensare tante altre cose.
La prima. Come mai apparentemente oggi a Polistena non si “sente” la
presenza della 'ndrangheta così come la si percepisce ad esempio a Rosarno,
Gioia Tauro e l'ormai famosa Locri?
Qui l'anno prima che nascessi, nel 1985, la 'ndrangheta uccise durante la
guerra di faida il professore Rechichi, lo uccise in pieno centro, davanti
all'ufficio postale mentre era intento a rientrare nella sua scuola; fu
ucciso da un “proiettile vagante” che avrebbe dovuto uccidere un’altra
persona, si è saputo poi. Eppure già allora i suoi alunni, così come mi
raccontano i miei genitori, scesero per le strade di tutto il paese. Ma non
c'erano le televisioni.

Negli stessi anni si ricomincia a parlare di mafia anche in Calabria: è il
9 agosto del 1991 quando sempre nella provincia di Reggio Calabria, a Campo
Calabro, fu deliberata da Cosa Nostra l’uccisione del giudice Antonino
Scopelliti, colui che, per intenderci, avrebbe dovuto giudicare in Appello
le condanne inferte nel Maxi-processo dal pool di Palermo. Lo Stato stringe
le mani, i Calabresi tacciono e non si ribellano.

Ma torniamo a Polistena. Agli inizi degli anni Novanta Polistena conosce
una grande fase di crescita economica, basti pensare che siamo stati il
primo paese della provincia di Reggio Calabria, uno dei primi di tutta la
Calabria, ad avere il gas metano nelle nostre case. Sotto la guida del
Sindaco Mommo Tripodi, capofila nelle lotte contadine nel dopoguerra
assieme ai fratelli Tornatora ed al sindacalista Rocco Pizzarelli,
Polistena è stata alla guida del grande movimento contro l'apertura della
centrale a Carbone della Piana. Sempre a Polistena si affrontò una
durissima lotta di contrasto alla mafia che culminò con diversi attentati
al costruendo Palazzo Comunale e persino con il tentato assassinio
dell’allora giovane vicesindaco, oggi sindaco della città, Giovanni
Laruffa: provò i proiettili sulla propria pelle ed è vivo “per miracolo”
come lui stesso racconta. Anche allora la popolazione polistenese scese in
piazza, in testa ai cortei, oltre che molti Sindaci (ne cito uno per tutti,
Peppino Lavorato, sindaco-ribelle di quella Rosarno che ancora oggi molti
identificano come una delle roccaforti della 'ndrangheta calabrese) c'era
già la cosiddetta società civile, padri e madri di famiglia, con loro anche
un giovane parroco che farà presto parlare di sè: don Pino Demasi,
fondatore ed oggi referente per la Calabria di Libera.

Ecco “perchè” Polistena, e potremmo fermarci qui, ma forse soprattutto
quella che è storia recente merita di essere raccontata. Da Polistena,
sotto la guida di don Demasi è partita la “Valle del Marro”, la prima
esperienza cooperativistica avviata in Calabria che, grazie alla legge sul
riutilizzo sociale dei beni confiscati promossa dalla stessa associazione
fondata da don Ciotti, ha reso possibile che i ragazzi della cooperativa
possano gestire oggi decine di ettari di terreni confiscati ai più potenti
clan della 'ndrangheta.
Ed una punta di immodestia, infine, consentitela anche al sottoscritto: “E
adesso ammazzateci tutti”, lo striscione divenuto il simbolo della rivolta
dei “ragazzi di Locri” all'indomani dell'omicidio Fortugno è nato proprio
qui, a Polistena. Ma questa è un'altra storia...

Essere a Polistena mercoledì prossimo vorrà dire portare ancora una volta
l'Italia in Calabria, quella stessa regione che Oliviero Toscani
provocatoriamente ha inteso descrivere all'Italia con i volti puliti e
sorridenti dei ragazzi, accompagnandone alle loro facce gli oramai
stereotipati pregiudizi che, inutile nasconderlo, il calabrese si porta
dietro come un ingombrante fardello genetico: malavitosi, terroni, ultimi
della classe, eccetera eccetera. Quella stessa Calabria dei “compari dei
compari” dell'Anno Zero di Santoro, la terra protagonista recente di ben
due reportage-shock di Riccardo Iacona, la Calabria che campa di “Pane e
Politica”, la Calabria delle raccomandazioni, quella Calabria che ormai
rischia di essere al contempo cancellata dalle cartine geografiche ma
inserita nei vocabolari sotto le voci clientelismo, fallimento, deriva.

Noi giovani, ad un anno dalle manifestazioni di Locri, ci siamo proposti da
apripista per il grande appuntamento polistenese, portando a Reggio
Calabria già il 17 febbraio migliaia di giovani che da tutta Italia hanno
partecipato alla Giornata del “Consenso negato”, ripartendo dalla massima
del giudice Paolo Borsellino: “se la gioventù le negherà il consenso, anche
l'onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo”.
Probabilmente i riflettori che da Polistena si riaccenderanno sulla
Calabria saranno l'ultimo treno utile per far vedere che non c'è solo
“l'altra Calabria” ma “La” Calabria. Una regione che, essendo attraversata
non solo dalla piaga della 'ndrangheta, dovrebbe imporsi l'obiettivo di
vedere ogni parte sociale impegnata a “ripulirsi”, rigenerarsi dal proprio
interno, finanche a recidere ed estirpare coraggiosamente e a denti stretti
con il bisturi dell’onestà intransigente le sue stesse cancrene, i politici
nella Politica, i magistrati nella Magistratura e i giornalisti
nell'Informazione.

Diceva Corrado Alvaro che “il calabrese vuole essere parlato”. Parliamone,
parlateci, parliamoci. Se per un giorno ancora, abbandonando le dietrologie
di ogni sorta e guardando al presente prima che al futuro, assieme a
Libera, ai familiari delle vittime, ai testimoni di giustizia, alle
Istituzioni ed a tutta la società civile, proveremo a sentirci tutti fieri
ed orgogliosi di essere calabresi, allora sì che il dolore si tramuterà in
rabbia, la memoria in impegno, l'impegno in progettualità, la progettualità
in realtà.

Non lasciaMOci soli!

Note:

http://www.ammazzatecitutti.org
info@ammazzatecitutti.org
movimento@ammazzatecitutti.org

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