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Il caso Riolo, l’informazione e la democrazia

20 settembre 2007 - Carlo Ruta


La vicenda è tristemente significativa del clima odierno. Claudio Riolo, docente alla facoltà di Scienze Politiche dell’università di Palermo, è stato condannato in via definitiva a un mega-risarcimento di 70 mila euro per aver espresso su Francesco Musotto una opinione che pure era stata condivisa e sottoscritta, dalle colonne de “Il Manifesto”, da numerosi uomini di cultura, non soltanto siciliani. Si tratta evidentemente di un fatto che non può lasciare indifferente chi tiene al decoro civile del paese.

Senza un’informazione libera non può esistere una democrazia credibile. E un’informazione libera, per essere coerentemente tale, non può non essere essenzialmente critica. Un giornalismo compiacente finisce infatti con ridurre i propri compiti a una pratica di réclame, di propaganda per conto terzi, come è stato ed è nei regimi illiberali. La democrazia della nostra epoca, che sia tale nella sostanza oltre che nelle forme procedurali, ha l’obbligo di garantire al cittadino le possibilità di una conoscenza a tutto campo. E tale acquisizione può venire solo da una informazione che sia all’altezza del ruolo. Purtroppo, la realtà non è semplice. I fatti sono complessi, si presentano sovente come intricatissimi rebus, la cui risoluzione richiede metodologie di approccio e strumenti. E tutto questo, proprio perché costitutivamente legato all’iter di una sana democrazia, dovrebbe poter contare su forti garanzie da parte dello Stato. Ma qual è la situazione odierna?

Gli articoli 21 e il 33 della Costituzione repubblicana, riguardanti i diritti connessi all’espressione del pensiero e alla ricerca storica, indubbiamente costituiscono al riguardo dei punti fermi, ma rimane inidonea la disciplina giuridica della materia, che fa riferimento soprattutto alla legge 47 del 1948 e al decreto governativo n. 62 del 7 marzo 2001. L’informazione si trova in effetti fortemente condizionata da una legislazione punitiva, che ancora oggi consente addirittura l’irrogazione di pene carcerarie per i cosiddetti reati d’opinione, del tutto estranee a un paese autenticamente civile. Urgono allora profonde modifiche, e, in particolare, una più compiuta definizione dei diritti di chi fa informazione e ricerca. Ma ogni proposito in tale senso ha incontrato fino a oggi impedimenti di ogni sorta.

Il diritto di critica costituisce in definitiva un fattore essenziale di civiltà. Se in Italia fosse quindi meglio garantito ne trarrebbero guadagno, con le persone che fanno informazione e ricerca in modo coerente e conseguente, la democrazia, i cittadini tutti. Le logiche prevalenti, come testimonia in ultimo il caso di Claudio Riolo, portano però in tutt'altra direzione.

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