La guerra del Vietnam raccontata dal giornalista investigativo Nick Turse

Questa che avete letto è l'introduzione al libro di Nick Turse "Così era il Vietnam: spara a tutto ciò che si muove". Il libro lo troviamo su https://books.google.it/books e se ne possono leggere alcuni brani.
“Abbatterono a colpi di arma da fuoco vecchi seduti in casa loro, e bambini che correvano in cerca di un riparo. Lanciarono granate nelle abitazioni senza neanche preoccuparsi di guardare prima dentro. Un ufficiale afferrò una donna per i capelli e le sparò a bruciapelo un colpo di pistola. Un'altra donna che usciva di casa con un neonato in braccio fu abbattuta sul posto. Un altro soldato apri il fuoco con il suo fucile M-16 sul fagottino indifeso caduto a terra. In quattro ore, metodicamente, gli uomini della compagnia Charlie massacrarono più di cinquecento vittime indifese, uccidendo gli abitanti del villaggio uno o due alla volta, oppure a piccoli gruppi, e raccogliendone molti altri in un canale di scolo, che poi tramutarono in un orrendo mattatoio. Tutto questo avvenne senza incontrare alcun ostacolo, tanto che si presero una pausa di riposo per pranzare, nel bel mezzo della carneficina. Oltre a uccidere, stuprarono donne e ragazzine, mutilarono cadaveri e diedero sistematicamente fuoco alle case, e per finire inquinarono l'acqua potabile della zona".
E' il massacro di My Lai del 16 marzo 1968.
Fare i "macellai", in Vietnam, era non un'espressione di semplice sadismo: era una prassi consolidata.
C'era una emulazione fra unità combattenti. Gli ordini venivano dall'alto. I vertici militari americani non chiedevano ai soldati di conquistare il territorio ma di uccidere quanti più nemici possibili, in una guerra di logoramento che avrebbe dovuto - nelle intenzioni dei comandanti militari - portare alla vittoria.
E come potevano i soldati documentare di aver ucciso i vietnamiti?
"Il modo per provare la conta era consegnare un orecchio", spiega Nick Turse in un'intervista. E aggiunge: "C’erano incentivi legati alla conta dei corpi, come vacanze in resort sulla spiaggia o birra in più e medaglie". Quindi fare i "macellai" era conveniente e questo creava uno spirito di emulazione in quanto la pratica di portarsi dietro un pezzo di vietnamita era consolidata e assolutamente approvata dai comandanti che non credevano alle parole ma volevano vedere i fatti.
Ma vi era un altro motivo per cui i marines facevano a pezzi i cadaveri dei vietnamiti, non importa se militari o civili. Nella spiritualità vietnamita, infatti, se un corpo non è intatto non può andare nell’aldilà e perciò la guerra psicologica portava a smembrare i vietnamiti ritenendo che questo distruggesse il morale dei nemici, spiega Turse.
Tuttavia - per quanto il sadismo militare fosse instillato, diffuso e tollerato - non dobbiamo pensare che tutti i marines fossero privi di umanità. Tantissimi furono i massacri compiuti dai marines, ma se quello di My Lai venne alla luce fu proprio grazie a un soldato americano che provò orrore e contattò un giornalista.
Si legge su Wikipedia: "Un giovane soldato dell'11ª (la Brigata Macellai) di nome Tom Glenn, scrisse una lettera accusando la Divisione Americal (e altre intere unità dell'esercito statunitense, non singoli individui) di ordinaria brutalità nei confronti dei civili vietnamiti; la lettera era dettagliata, le accuse terrificanti, e il suo contenuto riecheggiava lamentele ricevute da altri soldati".
Il massacro fu fermato dall’equipaggio di un elicottero dell’esercito USA in ricognizione, che atterrò frapponendosi tra i soldati americani e i superstiti vietnamiti. Il pilota, sottufficiale Hugh Thompson Jr., affrontò i capi delle truppe americane minacciandoli di aprire il fuoco su di loro se non si fossero fermati. Mentre due membri dell’equipaggio dell’elicottero – Lawrence Colburn e Glenn Andreotta – puntavano armi pesanti contro i soldati che avevano preso parte alle atrocità, Thompson diresse l’evacuazione del villaggio.
Colin Powell, allora giovane Maggiore dell'Esercito, tentò di insabbiare tutto (diventerà Segretario di Stato degli USA, nonostante queste gravi responsabilità). Un giornalista investigativo indipendente, Seymour Hersh, raccolse le prove e My Lai, a differenza di altri massacri rimasti nell'ombra, venne alla luce e divenne uno scandalo per l'opinione pubblica internazionale che, sotto la pressione del movimento pacifista, denunciava l'insostenibile guerra del Vietnam.
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