Giappone: i crimini contro l'umanità dell'Unità 731
Oggi il portavoce del Ministero cinese della Difesa, colonnello Chen Xi, è tornato sulla questione dell’Unità 731, definendo gli esperimenti su esseri umani e la guerra batteriologica condotti dall’unità dell’esercito imperiale giapponese in Cina «crimini contro l’umanità» e chiedendo al Giappone un «profondo esame di coscienza» e un «sincero pentimento» come condizione per guardare al futuro.
La dichiarazione si inserisce in un dibattito storico-politico che non riguarda soltanto il passato, ma il modo in cui Stati, istituzioni e opinioni pubbliche trattano le responsabilità per i crimini di guerra.
I crimini dell’Unità 731
L’Unità 731, formalmente denominata unità di prevenzione epidemica e approvvigionamento idrico dell’esercito del Kwantung, fu una struttura segreta dell’esercito imperiale giapponese attiva in Manciuria durante la guerra in Cina e la Seconda guerra mondiale. Le ricerche storiche documentano esperimenti su esseri umani, sviluppo e sperimentazione di armi biologiche e crimini di massa commessi contro prigionieri e civili.
Non si tratta di una ricostruzione contestabile nella sua sostanza: studi pubblicati su riviste accademiche internazionali confermano l’attività criminale dell’unità. Anche la giustizia giapponese è intervenuta sul punto: nel 2002 il Tribunale distrettuale di Tokyo riconobbe che il Giappone aveva condotto guerra batteriologica in Cina, pur respingendo le richieste di risarcimento dei querelanti.
Il nodo dell’impunità
Il problema centrale non è soltanto la gravità dei crimini, ma la loro mancata elaborazione giudiziaria e politica nel dopoguerra. Dopo la resa giapponese, gli Stati Uniti ottennero dai responsabili dell’unità dati e risultati di ricerca sulla guerra batteriologica; questa dinamica è ampiamente ricostruita dalla storiografia come uno dei fattori che permise a Ishii Shirō e ad altri responsabili di sfuggire al processo per crimini di guerra.
Ishii Shirō fu il medico giapponese che trasformò la scienza in strumento di tortura.

J.M. Sadurní scrive su Storica National Geographic: "Senza curarsi minimamente della dignità umana, si servì della creazione dell'Unità 731 per provocare terribili infezioni batteriologiche ai prigionieri di guerra che avevano la sfortuna di cadere nelle sue mani. Era al comando dell'Unità 731 e alcuni lo chiamano il «Mengele» giapponese, in riferimento al medico nazista. Gli atroci esperimenti portati avanti dal giapponese in alcuni casi superarono perfino la crudeltà e il sadismo di quelli compiuti dal suo tristemente noto collega tedesco. Usò come cavie uomini, donne, bambini, neonati, anziani e prigionieri russi e cinesi che chiamarono spregiativamente maruta (tronchi). Alle vittime veniva spiegato che gli sarebbe stato somministrato un vaccino, mentre in realtà ricevevano agenti patogeni mortali". Non solo: "Al termine di quegli «esperimenti», non avendo raggiunto i risultati sperati, Ishii decise di fare un passo in avanti. Si propose di esplorare i limiti della resistenza umana e sottopose i suoi «pazienti» all'amputazione di braccia e gambe senza anestesia. Si dedicò anche a esperimenti sul congelamento: gli arti dei prigionieri venivano immersi in acqua ghiacciata fino alla completa congelazione, quindi amputati per studiarne i danni ai tessuti. Inoltre, Ishii e il suo team sottoponevano i soggetti a dosi letali di radiazioni, li esponevano a gas tossici, li lasciavano morire per disidratazione".
Dopo la resa del Giappone nel 1945 l'abominevole campo degli orrori fu demolito per cancellare ogni traccia delle atrocità commesse al suo interno. Molti membri dell’unità non furono perseguiti e proseguirono carriere in ambito medico, farmaceutico e accademico. Questa impunità ha prodotto un vuoto di responsabilità che ancora oggi alimenta le dispute sulla memoria: non perché i fatti siano incerti, ma perché le istituzioni hanno faticato a riconoscerne pubblicamente la portata e a assumersene le conseguenze.
A partire dal 1947, gli Stati Uniti offrirono immunità dall’accusa di crimini di guerra a Shirō Ishii e ad altri scienziati e ufficiali dell’unità in cambio di resoconti, documentazione e materiali sperimentali.
Gli Stati Uniti garantirono l’impunità soprattutto per interesse strategico nella fase iniziale della Guerra fredda. Le autorità militari statunitensi ritenevano che le informazioni su esperimenti umani, armi biologiche, agenti patogeni e sistemi di diffusione avessero un valore intelligence molto elevato, perché negli USA la sperimentazione su esseri umani era eticamente e legalmente preclusa.
La memoria pubblica in Giappone
La Cina oggi accusa «le forze di destra del Giappone» di voler sminuire, occultare o cancellare queste atrocità dai libri di testo e dalla memoria pubblica.
Un dato rilevante proviene da un’indagine dell’Asahi Shimbun (uno dei principali quotidiani nazionali giapponesi), secondo cui solo circa il 30% degli 85 musei e centri espositivi giapponesi legati alla Seconda guerra mondiale presenta mostre permanenti sull’aggressione giapponese; nessuna delle strutture esaminate avrebbe un’esposizione dedicata all’Unità 731.
Il dibattito parlamentare del 2025
La questione è tornata al centro del dibattito giapponese il 21 marzo 2025, quando il senatore comunista Taku Yamazoe ha presentato documenti storici relativi agli esperimenti umani dell’Unità 731. I documenti, conservati presso l’Istituto nazionale di studi sulla difesa, descrivevano sintomi di vittime di esperimenti con gas tossici, tra cui danni neurologici, lesioni e vomito. Il governo giapponese ha riconosciuto che si trattava di documenti presenti negli archivi pubblici ma ha ambiguamente aggiunto che non poteva confermarne l’autenticità, provocando una dura reazione del senatore Yamazoe.
Questo episodio è rilevante perché mostra che il conflitto sulla memoria non è soltanto una controversia tra Cina e Giappone: riguarda anche il dibattito interno giapponese sugli archivi e sulla responsabilità storica.
La dichiarazione di oggi
Nel comunicato odierno, Chen Xi afferma che «la verità storica non si estinguerà» e che le prove dei crimini giapponesi sono «inconfutabili e innegabili».
Il rischio è che la memoria storica venga cancellata o che l’impunità si trasformi, col tempo, in oblio.
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La notizia riapre il dibattito sulla famigerata Unità 731 dove venivano compiuti esperimenti sugli esseri umani da militari e medici giapponesi privi di scrupoli dal 1936 al 1945.14 luglio 2005 - David Eimer
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