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Taranto, una realtà dura come l'acciaio

Delusi dalle logiche congressuali dell'Arcobaleno orfani dell'«effetto Vendola», con un sindaco comunista che fatica a imporsi sulle questioni del lavoro. E quell'odore dappertutto... Contraddizioni e veleni di una città operaia governata da una sinistra che non sa più chi sono gli operai
21 luglio 2008
Astrit Dakli
Fonte: Il Manifesto

- Due mari e un tramonto rosso Dai commerci della Magna Grecia all'Ilva
Taranto, con 196.000 abitanti, è la terza città del Mezzogiorno. Famosa per i suoi «due mari» (Mar grande e Mar piccolo) che formano l'insenatura sede del porto industriale e dell'Arsenale della marina militare, ha origini antichissime precedenti i tempi della Magna Grecia.

Nel dopoguerra è diventata un importante centro commerciale e industriale, in particolare con lo sviluppo della siderurgia finanziata dalla Cassa del Mezzogiorno. L'acciaieria, di proprietà della famiglia Riva, è la più grande d'Italia e una delle maggiori d'Europa, occupa oltre 12.000 operai. E' tristemente nota per l'inquinamento - il «rosso» dei tramonti non è un fatto puramente atmosferico - che provoca un alto numero di decessi per cancro. Ma la nocività della fabbrica è anche quella che l'ha fatta assurgere a esempio negativo per gli infortuni sul lavoro e gli «omicidi bianchi».

Con una tradizione politica di sinistra, legata a una composizione sociale ad alto tasso operaio, Taranto è stata nel 2006 al centro di uno scandalo amministrativo sfociato nella bancarotta per le casse del Comune e nel conseguente commissariamento della città. Nelle successive elezioni del maggio 2007 ha vinto uno schieramento di centrosinistra.

Ma nelle ultime elezioni politiche anche a Taranto ha prevalso il centrodestra con il 48 per cento dei voti. Il Partito democratico si è fermato al 32,7 per cento. Anche qui la sinistra ha subito una frana. Nel 2006 Prc, Pdci e Verdi - insieme - avevano ottenuto il 10 per cento. Due anni dopo l'Arcobaleno non è andato oltre il 3,1 per cento.

Una città operaia governata da una sinistra che non sa più chi sono gli operai, in una regione dove la sinistra sembra quasi pentita di aver fatto eleggere - unica in Italia - un suo uomo al posto di governatore. Una città che è un gioiello d'arte e cultura e una meta turistica favolosa ma sprofonda nel degrado e viene considerata «sito ideale» per le peggiori porcherie industriali, raffinerie, degassificatori, inceneritori, perfino centrali nucleari. Una città già gravemente avvelenata dove la sinistra di governo è così debole da dover patteggiare con gli avvelenatori, snobbando gli ambientalisti.

Il panorama di Taranto 2008 si presenta davvero pieno di contraddizioni e motivi di allarme. Tanto per cominciare, l'odore. I tarantini non lo sentono più, sono assuefatti fin dalla nascita, ma chi arriva da fuori l'odore lo sente eccome, bello forte: ovunque, nella città vecchia e in quella nuova, in riva al Mar Piccolo e a quello Grande, nelle strade di periferia come nelle stanze del Palazzo di Città, sede dell'amministrazione comunale. Odor di fuliggine, carbone bruciato, metalli roventi. Un odore che i non più giovani riallacciano a ricordi antichi di nordiche città industriali, treni a vapore, ciminiere di mattoni bruni, ferriere assordanti. Un odore che chi scrive incontra ogni tanto in qualche vetusto centro industriale ex sovietico. L'odore dell'Ilva.

L'Ilva: già Italsider, massimo polo siderurgico europeo, ex industria di stato e ora feudo privato di padron Emilio Riva, 14mila posti di lavoro (erano 40mila una ventina d'anni fa, ai tempi delle partecipazioni statali), in gran parte occupati da giovani e giovanissimi; una poderosa produzione di acciaio, 10milioni di tonnellate annue, con profitti enormi, e una piccola produzione secondaria, non commercializzata ma sparsa nell'atmosfera e consegnata gratuitamente alla cittadinanza di Taranto: 172 grammi all'anno di diossina, tanta quanta ne producono le industrie di Svezia, Austria, Spagna e Gran Bretagna tutte insieme. Taranto è l'Ilva, da 45 anni. Poco altro: il porto (che in gran parte serve l'Ilva), la base della Marina militare, la raffineria dell'Agip. Tutta la vita cittadina ruota intorno a questa sola fabbrica, dopo che nei decenni scorsi sono andate via altre industrie importanti, anche se più piccole (cantieristica, meccanica).

Una città operaia, di lavoro pesante, manuale; una città dove vedi per strada un numero insolitamente alto di invalidi, di disabili, di anziani più malridotti di quel che sarebbe normale per l'età. Una città con forti tradizioni di sinistra, anche. Sindaci comunisti e socialisti per decenni nel dopoguerra, nel mare democristiano del Mezzogiorno. E di nuovo un sindaco comunista da un anno in qua, Ezio Stefàno, iscritto a Rifondazione, sostenuto da varie liste civiche, con Pd e destre all'opposizione, dopo che la precedente amministrazione di centrodestra è affondata in un «buco» di bilancio di un miliardo di euro fatto di corruzione e clientelismo - roba che neanche uno stato di medie dimensioni riesce a fare. Stefàno si è insediato in condizioni difficilissime: «Abbiamo trovato la piazza e il ponte davanti al municipio occupati dai lavoratori assunti dalla vecchia giunta per il servizio di pulizie degli uffici comunali: oltre 600 persone, dove ne servirebbero sì e no un centinaio», racconta Mario Pennuzzi, assessore al welfare, anche lui iscritto al Prc.

Il personale del comune è invece scarso e carente di qualificazione e motivazioni, troppi sono arrivati lì per vie clientelari; è difficile fare qualunque cosa, anche la più banale, mentre ogni giorno c'è qualche nuovo dramma, case che vengono occupate, scuole che vanno a pezzi. «Ogni mattina una coda di questuanti con il loro problema individuale che pensano di aver diritto a veder risolto prima degli altri solo perché conoscono l'assessore o il consigliere comunale... Stefàno e tutti noi cerchiamo di mettere pezze dappertutto, ma non so fino a quando potremo resistere».
Dai partiti arcobaleno non viene molto aiuto. «I dirigenti locali sono tutti presi con i congressi e delegano i problemi della città a chi sta nei ruoli amministrativi» - dice Maurizio Baccaro, 30 anni di cui 4 spesi dentro Rifondazione. «Non sono stati capaci di tirarsi fuori dal trend suicida e autoreferenziale dei gruppi dirigenti nazionali. Personalmente sono davvero deluso».

Anche Luca Del Ton, 28enne ormai ex militante del Pdci, è estremamente critico con i partiti arcobaleno, i cui dirigenti locali «hanno visto nelle dinamiche congressuali la possibilità di sopravvivere al disastro semplicemente schierandosi con i presunti vincitori. E non pensano al perché ci sia stato questo disastro. Sono come anestetizzati, fanno fatica a proporre cose nuove e nemmeno conoscono più le persone vere, alle quali dovrebbero rivolgersi.. Non si rendono conto, per esempio, della spaccatura che si è creata tra i giovani operai, che fanno un lavoro pesantissimo, e gli altri, precari o disoccupati, che li vedono comunque come dei privilegiati».

Lo sperato «effetto Vendola» non c'è stato. Era lecito aspettarsi per la sinistra Arcobaleno un risultato non si dice buono ma almeno un po' migliore che altrove? Evidentemente no, se nell'unica regione che ha un governatore di Rifondazione, e in particolare in uno dei pochi comuni capoluogo con un sindaco anche lui di Rifondazione, il voto di aprile ha visto a Taranto uno dei peggiori risultati nazionali dell'Arcobaleno. «Per forza quei nomi non hanno portato voti: non hanno fatto niente, governando». Il giudizio, durissimo e forse anche ingeneroso, tenendo conto delle difficoltà che comunque gli amministratori si sono trovati davanti, è di Francesco Vinci, cinquantenne con un passato in Democrazia Proletaria e un presente di attivista per i diritti dei disabili; e si riferisce soprattutto al tema drammatico della sanità in Puglia, «un tema su cui Vendola aveva fatto la campagna elettorale promettendo molte cose che poi non ha fatto. Le liste d'attesa che dovevano sparire sono invece aumentate, le associazioni non sono state ascoltate quando è stato steso il piano salute, abbiamo visto onorevoli del Prc difendere o addirittura vantare strutture che sono dei veri lager per disabili. Le vecchie logiche con cui gli amministratori gestivano i rapporti con le strutture private, dai bandi di concorso ai finanziamenti, tutto continua come prima. Io sono molto, molto deluso. E non sono certo il solo».

Su un terreno contiguo a quello della sanità, cioè la tutela ambientale e la lotta all'inquinamento, anche ad Alessandro Marescotti, esponente di Peacelink e animatore di diverse iniziative ambientaliste, dispiace quel che il governatore ha finora fatto, almeno in relazione ai problemi di Taranto. «Avevamo sperato in lui, l'abbiamo votato tutti perché doveva incarnare il cambiamento, la partecipazione... Invece diciamo, per star leggeri, che ci sono difficoltà di comunicazione. Non risponde neanche alle e-mail che le associazioni gli inviano, non ha mai fatto sapere come stavano le cose con il progetto per il rigassificatore, abbiamo avuto con 6 mesi di ritardo, e solo insistendo furiosamente, i documenti dello studio di impatto ambientale che giacevano in regione... No, diciamo pure che con Vendola e il gruppo che gli sta intorno si è rotto un rapporto di fiducia e ormai abbiamo capito che dobbiamo comportarci con la sua giunta come con qualsiasi altra, fare i cani da guardia».

Il punto che più amareggia gli ambientalisti è che il governatore sistematicamente usa - e paga profumatamente - consulenti «neutri», che spesso sono apertamente favorevoli agli inquinatori e hanno lavorato per precedenti amministrazioni di destra, invece di rivolgersi al vasto e gratuito patrimonio di esperti e scienziati che sarebbero felici di dargli consigli e valutazioni tecniche. Caso estremo, l'ok dato dal consulente Vito Balice - e accolto dal governatore - al piano dell'Ilva per la riduzione dell'inquinamento, «negli stessi giorni in cui Vendola veniva a Taranto a promettere ai bambini che sarebbe salito sulle barricate se l'inquinamento non fosse diminuito. Il piano dell'Ilva prevede che i nuovi filtri e le altre misure di depurazione entrino in funzione nel 2014!».

Anche il sindaco Stefàno, secondo Marescotti, ha difficoltà a opporsi all'Ilva. «Si fa dare qualche spicciolo per fare delle piccole cose, e poi si lascia infinocchiare ingenuamente su quelle importanti, perché non conosce come funziona la fabbrica. La verità è che ormai la sinistra non ha più al suo interno, come aveva una volta il Pci, gli operai e i tecnici che conoscono la produzione e sanno dove e come agire. E così diventa subalterna al padrone».

È una tesi che ritorna con veemenza durante un incontro con il Laboratorio per l'unità della sinistra, gruppo di «senza tessera», in gran parte ex dipendenti Ilva, che da alcuni mesi cerca coraggiosamente e controcorrente di opporsi ai processi disgregativi che stanno frantumando l'Arcobaleno e i suoi componenti. Per esempio Giancarlo Girardi, ex Pdci, sostiene che «la sinistra qui è al governo ma è una delle più deboli d'Italia, non ha un suo progetto, solo leader con un prestigio personale: i partiti non sono all'altezza di questo ruolo di governo, non sanno nulla del mondo della produzione e quindi fanno molta fatica a capire come funziona il dominio dell'impresa». Vicino a lui Andrea Somma, anche lui «ex» di varia sinistra: secondo cui «siamo responsabili di aver fatto finta che in Puglia e qui a Taranto abbia vinto la sinistra, prima con Vendola e poi con Stefàno. Be', non è vero. Loro sono stati eletti da gente che voleva un cambiamento dopo gestioni fallimentari e affaristiche e si è attaccata a dei personaggi bravi e onesti, ma i partiti della sinistra non c'entravano per nulla, in queste vittorie».

«Sia Rifondazione che il Pdci, per non parlar dei Verdi, qui hanno dei gruppi dirigenti affidati a consiglieri e amministratori comunali, che non hanno tempo per nient'altro al di fuori dei propri incarichi pubblici», aggiunge Annamaria Bonifazi, dell'associazione antimafia «Libera». Mentre Vincenzo Vestida, che non è un ex ma un attuale operaio Ilva, racconta con amarezza la sua esperienza di candidato Arcobaleno alle ultime politiche: «L'unico candidato operaio, in lista al 20mo posto in un collegio dove ci sono 18mila operai-elettori. E capolista è stato imposto Pecoraro Scanio, che qui nessuno può vedere. Se questo è far politica...».

12000: Tanti sono i lavoratori stabilimento siderurgico di Taranto, l'ex Italsider, ora proprietà della famiglia Riva. È l'acciaieria più grande d'Italia e anche quella più pericolosa per cittadini e operai

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