Taranto e l’Ilva: tra i cittadini umiliati
Una città in piazza. Sì, perché, a parte la consueta guerra di cifre che si scatena in questi casi (le stime vanno dalle 10mila alle 30mila presenze), i cittadini di Taranto hanno chiaramente espresso, con una partecipazione importante e con un grado di consapevolezza finalmente adeguato, il loro indirizzo. Semplice, addirittura elementare. E cioè che anche qui, nel profondo Sud, le regole vanno rispettate. La manifestazione di sabato, indetta da Alta Marea (una sigla che riunisce 18 fra associazioni ambientaliste e comitati di cittadini) per dire basta all’inquinamento industriale in una delle città più provate d’Europa, chiedeva un drastico abbattimento dei livelli di diossina emessa dallo stabilimento siderurgico Ilva, oltre il 90% di tutta la diossina che si produce in Italia. Per cogliere appieno l’orrore del fenomeno, riportiamo quanto detto dall’Arpa Puglia, e cioè che “i camini dell’Ilva immettono nell’aria un quantitativo di diossina pari a 10mila inceneritori”. Taranto vede da quasi cinquant’anni il suo destino intrecciarsi con quello del grande siderurgico che sorge alle sue porte. L’Ilva, già Italsider, sogno di benessere e lavoro per migliaia di persone, elefantiaco stabilimento gestito con poca efficienza da uno Stato che imponeva la vocazione industriale a un territorio inconsapevole, venduto per spiccioli al primo venuto: Emilio Riva. Lo stabilimento che dà lavoro a 15mila persone vanta una serie di primati: i lavoratori morti ammazzati (e le continuano a chiamare morti bianche), una marea di infortuni sul lavoro, le malattie professionali, il mobbing. E poi le polveri sottili, il piombo, il mercurio, la diossina che imfestano l’aria di una città fortemente segnata da tante altre vicende. Già, l’aria. Quella che respirano i lavoratori e gli abitanti del quartiere Tamburi, il più vicino allo stabilimento, dove si registra una incidenza impressionante di patologie tumorali.
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