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Taranto e l’Ilva: tra i cittadini umiliati

Migliaia di persone hanno manifestato sabato scorso contro l’inquinamento provocato dal colosso siderurgico. In attesa che il presidente Vendola, riesca a far approvare una legge anti-diossina, gran parte dei media tacciono..
3 dicembre 2008
Ilario Galati

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Una città in piazza. Sì, perché, a parte la consueta guerra di cifre che si scatena in questi casi (le stime vanno dalle 10mila alle 30mila presenze), i cittadini di Taranto hanno chiaramente espresso, con una partecipazione importante e con un grado di consapevolezza finalmente adeguato, il loro indirizzo. Semplice, addirittura elementare. E cioè che anche qui, nel profondo Sud, le regole vanno rispettate.

La manifestazione di sabato, indetta da Alta Marea (una sigla che riunisce 18 fra associazioni ambientaliste e comitati di cittadini) per dire basta all’inquinamento industriale in una delle città più provate d’Europa, chiedeva un drastico abbattimento dei livelli di diossina emessa dallo stabilimento siderurgico Ilva, oltre il 90% di tutta la diossina che si produce in Italia. Per cogliere appieno l’orrore del fenomeno, riportiamo quanto detto dall’Arpa Puglia, e cioè che “i camini dell’Ilva immettono nell’aria un quantitativo di diossina pari a 10mila inceneritori”.

Taranto vede da quasi cinquant’anni il suo destino intrecciarsi con quello del grande siderurgico che sorge alle sue porte. L’Ilva, già Italsider, sogno di benessere e lavoro per migliaia di persone, elefantiaco stabilimento gestito con poca efficienza da uno Stato che imponeva la vocazione industriale a un territorio inconsapevole, venduto per spiccioli al primo venuto: Emilio Riva.

Lo stabilimento che dà lavoro a 15mila persone vanta una serie di primati: i lavoratori morti ammazzati (e le continuano a chiamare morti bianche), una marea di infortuni sul lavoro, le malattie professionali, il mobbing. E poi le polveri sottili, il piombo, il mercurio, la diossina che imfestano l’aria di una città fortemente segnata da tante altre vicende. Già, l’aria. Quella che respirano i lavoratori e gli abitanti del quartiere Tamburi, il più vicino allo stabilimento, dove si registra una incidenza impressionante di patologie tumorali.

Taranto: sequestrato camion di rifiuti proveniente da Cerano
Un camion carico di rifiuti provenienti dalla centrale Enel di Cerano e destinati alla discarica gestita dalla ditta Vergine in località Palombara, tra Fragagnano e Lizzano, nell'isola amministrativa di Taranto, è stato posto sotto sequestro dai carabinieri del Nucleo operativo ecologico di Lecce. Sono ipotizzate irregolarità nel rilascio delle autorizzazioni al trasporto dei rifiuti. Il controllo è scattato all'arrivo del mezzo in discarica. Ai militari non e' sembrata chiara la documentazione, esibita dal personale della societa' incaricata, la Ikos Puglia, relativa al trasporto di fanghi provenienti dall'impianto di trattamento reflui dell'Enel. Sono in corso controlli da parte del personale dell’Arpa.

“Chiediamo solo questo – ci dice una maestra in corteo con la sua classe - che a Taranto si possa vivere senza l’incubo di ammalarsi”. Un incubo concreto, espresso in cifre spaventose e che non risparmia nemmeno i bambini.

Secondo alcuni medici è possibile che a Taranto si sia prodotto un danno genotossico, vale a dire la predisposizione ad ammalarsi prima di talune patologie, il che spiegherebbe il numero elevato di minori ai quali sono state diagnosticate malattie senili.

E a proposito di bambini, erano forse loro i più numerosi sabato in corteo. Tante le scuole coinvolte e molti anche gli studenti delle superiori e gli universitari. Non c’erano i partiti, visto che gli organizzatori avevano chiesto esplicitamente che non ci fossero bandiere ma solo fazzoletti bianchi, ed erano pochi, e per lo più defilati, gli esponenti del mondo del lavoro.

Quasi del tutto assenti gli operai: una mancanza che fa rumore in una città come Taranto, e che evidenzia, se mai ce ne fosse bisogno, come il ricatto occupazionale pesi sul destino di migliaia di lavoratori. In un momento in cui peraltro l’azienda ha annunciato la cassa integrazione per circa 2mila operai.

Tornando alla manifestazione, nel lungo corteo che ha attraversato il centro della città c’era anche il Presidente della Regione Nichi Vendola, promotore di una legge anti-diossina che dovrebbe vincolare seriamente la dirigenza dello stabilimento e abbattere conseguentemente le emissioni. Una legge che non conosce eguali in Italia e che il Presidente spinge affinché venga approvata entro l’anno. “Taranto ha rotto un tabù – ci ha detto Vendola – perché oggi ha ripreso la parola. Il tabù è quello che ci vorrebbe zitti di fronte al ricatto occupazionale ma la città si è espressa: vuole lavoro ma vuole anche continuare a vivere”. E sulla legge regionale Vendola aggiunge “Continuo a chiedere con grande forza che venga approvata entro l’anno e diremo ai cittadini i nomi e i cognomi di chi cercherà di bloccarla”.

Lo strumento legislativo sembra essere l’unica vera speranza per i tanti tarantini in piazza, che sono ormai consapevoli del fatto che oggi non è più possibile ignorare quello che accade attorno a loro. Alessandro Marescotti, portavoce di Peacelink, una delle associazioni più attive sui temi della salvaguardia ambientale, dal palco allestito nella centrale piazza Garibaldi, ha detto di avere un sogno: “Una città normale. Una città nella quale non ci siano più 1300 pecore piene di diossina da abbattere”. Ecco, una richiesta elementare: quella normalità che, per una cittadinanza vessata e umiliata quotidianamente dalla grande industria, è adesso una priorità assoluta.

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