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Rwanda, genocidio, Chiesa

Il genocidio ed il ruolo della Chiesa in Rwanda

Qual è stato, esattamente, il ruolo della Chiesa cattolica durante il genocidio in Rwanda? NDAHIRO TOM, un commissario rwandese per i diritti umani, dimostra la profonda complicità storica e politica della Chiesa nella vicenda e la invita a riconquistare la sua credibilità contribuendo al processo di giustizia.
21 aprile 2005 - Ndahiro Tom
Fonte: PAMBAZUKA
www.pambazuka.org

"Non comprendono nulla i malvagi, che divorano il mio popolo come pane? (salmo 14)

Disseminate su colline, valli e montagne di tutto il Rwanda, centinaia di croci segnano le fosse comuni, dove si trovano i corpi delle vittime del genocidio del 1994.

I Tutsi sono stati massacrati anche nelle vicinanze o all'interno dei luoghi di culto, incluse le chiese cattoliche: paradossalmente questo è il paese più cristianizzato dell'Africa, tanto che i cristiani costituiscono circa l'80% della popolazione. I vescovi locali hanno affermato, più d'una volta, che tutti i rwandesi credono in Dio ( v. Kinyamateka, No. 1614, Gennaio 2003, pg.6).
In centinaia di chiese e cappelle, che si trovano in tutto il paese, quasi tutti i giorni i fedeli ripetono il "Padre nostro", invocando il Signore che li liberi dal male (Matteo, 6:13).

A questo punto viene da chiedersi: da dove è provenuta la cattiveria che è alla base del genocidio? Come, da chi è nato questo sentimento?
Sicuramente, una parte della risposta si trova nella Chiesa e nei suoi membri.

Secondo il pensiero di Jean-Pierre Karegeye, un prete gesuita, il genocidio è moralmente deplorevole e in esso il male si esprime dimenticando Dio: esso è, quindi, una nuova forma di ateismo.
A tal riguardo, Karegeye si pone delle domande che meritano considerazione: "Cristiani che uccidono altri cristiani? Come è possibile che dei cristiani, che hanno espresso il loro impegno nella fede, abbiano potuto agire in maniera così crudele? Come può, della gente normale, compiere atti straordinariamente malvagi? Il peccato del genocidio si frappone tra il Dio della Chiesa Cattolica e coloro che hanno commesso tali atrocità? E come spieghiamo che alcuni preti, macchiatisi di crimini crudeli, possano, ancora oggi, guidare delle parrocchie nelle regioni occidentali del paese? Perché il Vaticano li protegge dai procedimenti penali a loro imputati?".
Egli conclude dicendo che "l'attitudine della Chiesa nei confronti del genocidio sembra voler farci capire che i valori religiosi siano altra cosa e rispettino delle priorità diverse rispetto ai valori umani".

Generalmente, in Rwanda, la leadership della Chiesa Cristiana, e specialmente della Chiesa Cattolica, ha giocato un ruolo centrale nella creazione dell'ideologia razzista e nell'appoggio ad essa, incoraggiando un sistema introdotto dagli europei. Alla base di esso ci sono molte problematiche.
In primo luogo, possiamo considerare la visione razzista della storia rwandese, imposta dai missionari e dai colonialisti, che assegnava un'importanza maggiore ad un gruppo etnico piuttosto che ad un altro, secondo i miti camitici e bantu [1].
In secondo luogo, ha contato molto anche un controllo estremamente rigido cui sono stati sottoposti gli studi storici e antropologici relativi al Rwanda.
Infine, la società rwandese è stata "riconfigurata", insistendo sulle differenziazioni di tipo etnico già esistenti. Però mentre, nel periodo precoloniale, esse erano alla base di divisioni socio-politiche, successivamente hanno assunto un carattere propriamente razzista.

Dai tardi anni '50, in seguito al fatto che alcuni concetti erano stati distorti, la democrazia è divenuta esclusivamente una democrazia formale, numerica o, possiamo dire, demografica.
Dopo la cossiddetta "rivoluzione sociale" del 1959, infatti, è prevalsa la filosofia del "rubanda nyamwinshi", tipica espressione Kinyarwanda che politicamente ha assunto il significato di "maggioranza Hutu": essa non rispetta nessun principio democratico.

Dal mio punto di vista, i ripetuti genocidi rwandesi, praticati da quell'anno in avanti, avevano lo scopo di mantenere "la maggioranza Hutu" al potere, uccidendo i Tutsi. Poi la "giustizia distributiva" è stata messa in relazione alle proporzioni etniche e regionali delle due etnie, cosicché la rivoluzione si è tramutata in un genocidio legittimo dei Tutsi.

Le autorità ecclesiastiche hanno continuato a diffondere le teorie razziste soprattutto nelle scuole e nei seminari, sui quali esercitavano il loro controllo: l'elite che poi ha governato il paese è stata educata proprio in questi istituti.

Secondo quanto afferma lo storico della chiesa Paul Rutaysire, sia prima che dopo il genocidio alcuni autorevoli ecclesiastici, tra cui vi erano sia vescovi che preti, hanno diffuso gli stereotipi culturali usati dal governo rwandese, dominato dagli Hutu, al fine di deumanizzare i Tutsi.
La Chiesa Cattolica e il potere coloniale hanno lavorato insieme per organizzare movimenti politici razzisti come il Partito per l'Emancipazione degli Hutu (Parmehutu).
Quando il Movimento Rivoluzionario Nazionale per lo Sviluppo (MRND), a metà degli anni '70, ha introdotto e istituzionalizzato le politiche di discriminazione razziale, chiamate da loro "equilibrio etnico e regionale" (un sistema basato su proporzioni numeriche) la Chiesa ha dato tutto il suo appoggio.

Tuttavia, il 30 aprile del 1990 il silenzio è stato rotto da 5 preti della diocesi di Nyundo. In una lettera indirizzata agli arcivescovi rwandesi, essi hanno definito il sistema "proporzionale" come "razzista" e hanno evidenziato la necessità urgente che "la Chiesa di Gesù Cristo che ha sede in Rwanda denunciasse a voce alta e instancabilmente la situazione", dal momento che questa era "un'aberrazione" in seno alla Chiesa. Hanno altresì ribadito che l'unica e vera giustizia, nelle scuole e nelle attività lavorative, era data dalla valorizzazione delle capacità individuali, piuttosto che dalle origini etniche. Solo su questa base il paese avrebbe potuto avere dei cittadini capaci di guidarlo con competenza ed equità.
In conclusione, essi hanno scritto: "La Chiesa non dovrebbe essere vassalla del potere secolare, ma piuttosto essere libera di parlare con sincerità e coraggio, quando ciò si rende necessario". Gli autori della lettera erano: Fr. Augustin Ntagara, Fr. Callixte Kalisa, Fr. Aloys Nzaramba, Fr. Jean Baptiste Hategeka, Fr. Fabien Rwakareke.
Escluso gli ultimi due, sono stati tutti uccisi durante il genocidio.

All'interno della Chiesa Cattolica, la politica discriminatoria è rimasta a lungo nei seminari. A quanto afferma Fr. Jean Ndolimana, i Tutsi che entravano all'interno degli istituti diocesani di formazione dei sacerdoti erano solo il 4% del totale. Sul documento scolastico, i seminaristi dovevano indicare l'appartenenza etnica delle loro famiglie.
Invece di condannare coloro che si dichiaravano contro il sistema razzista e di giocare un ruolo importante, convincendo i confratelli ad accettare una politica così immorale, i capi della Chiesa avrebbero dovuto denunciare la discriminazione. Purtroppo, la Chiesa si è messa affianco al regime politico dimostrandosi, per questo, inadatta a svolgere il suo ruolo profetico.

Non ha denunciato le ingiustizie politiche e sociali, così come non ha condannato i primi omicidi di massa, né tantomeno quelli che sono seguiti.
E' difficile descrivere la posizione presa dalla Chiesa istituzionale sia prima che durante il genocidio.

Sarebbe giusto riportare una dichiarazione di alcuni "cristiani", incontratisi a Londra nel giugno del 1996: "La Chiesa è malata e le radici di tale malattia fanno capo, in parte, alle "chiese madri" [2]. La crisi che sta affrontando è una delle più gravi della storia: la Chiesa ha fallito nella sua missione e ha perso la sua credibilità, soprattutto a cusa del genocidio rwandese. Ha bisogno di pentirsi davanti a Dio e alla società rwandese e deve cercare conforto nel Signore".
La diagnosi riassume efficacemente la situazione: la Chiesa, mancando di rimorso per ciò che ha fatto, non può pentirsi. La conseguenza, secondo me, è che essa svolge tuttora un ruolo attivo, che è proprio dell'ultima fase della pulizia etnica: la rimozione del dramma.

Nel 1994 ventinove preti cattolici rwandesi, da Goma, nello Zaire, avevano scritto una lettera al papa, chiedendo che il governo del loro paese permettesse agli esiliati di tornare nelle proprie case e, successivamente, indire un referendum per decidere delle sorti politiche del Rwanda.
Gli autori della lettera, in realtà, non avevano delle buone intenzioni, ma volevano esprimere chiaramente il loro disprezzo per il giudizio del papa sulla situazione. Infatti, il 15 maggio di quell'anno, il pontefice aveva dichiarato che i massacri avvenuti in Rwanda non erano solo massacri, ma un vero e proprio genocidio.
I preti avevano scritto: "Tranne coloro che non vogliono sapere o non vogliono capire la realtà, tutti sanno che i massacri avvenuti in Rwanda sono il risultato della provocazione della gente da parte della RPF [3]". Quindi questi preti, contaminati dall'ideologia razzista, hanno ritenuto che anche il papa fosse tra coloro che "non vogliono sapere la verità"; per coprire, in realtà, i loro errori e quelli commessi dal governo che servivano.

Accettare il fallimento è una virtù. Ciò nonostante, farlo è difficile per un'istituzione come la Chiesa cattolica, che è nota per il rispetto di cui gode in tutto il mondo. Ed è sicuramente più difficile accettare il fallimento in questo caso, poiché si è resa colpevole di aver partecipato alla discriminazione razziale e ad un genocidio.

La Chiesa ha deciso di adottare, come strategie, il silenzio e la calunnia. Ma la domanda è: perché il Vaticano ha consentito tale atteggiamento? Sembra che sia visto come inutile e problematico, per la Chiesa cattolica, chiamare i propri membri al rimorso e al pentimento

Nel marzo del 1996 papa Giovanni Paolo II, rivolgendosi al popolo rwandese, ha detto: "La Chiesa non può essere ritenuta responsabile per le colpe di coloro che hanno agito contro la legge del vangelo: essi saranno chiamati a rendere conto delle proprie azioni. Tutti i membri della Chiesa che hanno peccato durante il genocidio dovranno avere il coraggio di assumersi le responsabilità dei loro atti, che sono contro Dio e contro tutti i credenti".

Se questo fosse stato messo in pratica, avrebbe aiutato il Rwanda a porre fine ad una cultura dell'impunità che va avanti da più di 35 anni. Sarebbe stato un monito per tutti coloro che volessero accogliere l'ideologia obsoleta del razzismo.
Ammettere che la continuazione di tali pratiche contravviene ai principi della giustizia e, come tale, può essere punito dalla legge, sarebbe stato un utile deterrente per le guide spirituali di altri paesi. Infine, convenire alle parole del pontefice sarebbe l'unica premessa reale sulla quale si possano basare una durevole riconciliazione, la riabilitazione e la ricostruzione di un paese in seguito ad una tragedia del genere.

Ho scelto di parlare della Chiesa cattolica in relazione al genocidio rwandese per dimostrare che è l'unica istituzione coinvolta in tutte le sue fasi.
Come uomo di legge, per me è sbalorditivo sentir parlare di "amore, verità e fede" portate in Rwanda dalla Chiesa, quando questo paese ha visto massacrare più di un milione di vite umane in soli 100 giorni e l'istituzione ecclesiastica, oggi, continua a proteggere alcuni importanti "uomini di fede" che sono accusati di genocidio tra le sue fila. Dovrebbe punirli, o, quantomeno, denunciarli.

Non ci sono dubbi sul fatto che, nella storia del Rwanda, i capi della Chiesa hanno sempre avuto stretti legami con il potere politico. La Chiesa è stata coinvolta nella politica dello scontro etnico, degenerato in odio razziale.

Allo scopo di portare avanti una missione pacificatrice, la Chiesa, in Rwanda come in altre parti del mondo, dovrebbe verificare l'opinione, le pratica, le politiche sociali dei suoi membri e delle sue istituzioni, che troppo spesso, al contrario, hanno incoraggiato le divisioni etniche.
Invece che appoggiare i perpetratori di un genocidio e coloro che ne negano la realtà, la leadership della Chiesa dovrebbe mettersi dalla parte della giustizia e delle vittime dell'ingiustizia e così dovrebbe essere percepita dalla gente.
La Chiesa dovrebbe ricordare che cosa scrisse Dietrich Bonhoffer nel suo saggio dell'aprile del 1933, "La Chiesa e la questione ebraica".
Secondo Bonhoffer, un modo tramite cui la Chiesa potrebbe combattere le ingiustizie politiche sarebbe quello di contestarle e chiamare lo stato alla responsabilità; un altro modo sarebbe quello di aiutare le vittime dell'ingiustizia, che siano esse membri della Chiesa o no.

Per far cessare i meccanismi dell'ingiustizia, disse, la Chiesa non si può limitare ad aiutare coloro che ne rimangono schiacciati, ma deve intromettersi e rischiare in prima persona.

Poiché l'ingiustizia è un elemento strutturale di cui il processo di riconciliazione non può fare a meno, la Chiesa dovrebbe trovarsi tra coloro che chiedono una punizione per i perpetratori del genocidio rwandese. Se contribuisse al processo di giustizia, ne conseguirebbe sicuramente la riconciliazione del popolo rwandese, e, in particolare, dei cristiani.

Sarebbe l'unico modo per la Chiesa di riconquistare la sua credibilità e per svolgere il compito cui è tenuta: essere testimone di fede, speranza e amore, verità e giustizia.
Solo così la Chiesa Cattolica potrà, in Rwanda, aiutare il popolo- tutto il popolo- ad evitare sofferenza e spargimenti di sangue nel futuro.

Note:

[1] La colonizzazione europea introdusse, come parte integrante del cristianesimo rwandese, dei miti camitici, secondo i quali i Tutsi - che avevano una carnagione più chiara ed erano dediti alla pastorizia - fecevano parte di un gruppo etnico più civilizzato, proveniente dall'esterno del paese, d'origine camitica. Al contrario, gli Hutu, agricoltori e più scuri di pelle, erano originari della zona e di orgine bantu. Ciò, oltre a non essere assolutamente vero (Hutu e Tutsi fanno parte dello stesso ceppo, i Bantu, e anche la loro lingua appartiene alla stessa famiglia), è stato poi strumentalizzato dalla filosofia del "rubanda nyamwinshi" elaborata dall'ideologia Hutu, che ha così giustificato la legittimità del genocidio sulla base della differenza etnica.
Per una spiegazione più dettagliata delle motivazioni culturali pertinenti alle divisioni etniche sfociate nel conflitto Hutu-Tutsi, vedi: http://www.africaaction.org/docs96/zair9612.nzo.htm

[2] Una chiesa madre è , in un dato territorio, la chiesa preminente sulle altre.

[3]RPF: nel 1986, In Uganda, gli esili rwandesi sono tra le truppe dell'Esercito di Resistenza Nazionale di Yoweri Museveni, che prende il potere a scapito del dittatore Milton Obote. In seguito a tale vittoria, gli esiliati, a maggioranza Tutsi, formano il Fronte Patriottico Rwandese (RPF).
Per una cronologia completa della storia rwandese: http://www.pbs.org/wgbh/pages/frontline/shows/rwanda/etc/cron.html

Tradotto da Roberta Casillo per www.peacelink.it
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