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Riflessioni sugli scontri di Roma

Dieci cose che so sulla Violenza

La vera lotta da combattere non è solo la lotta collettiva contro le strutture violente di potere organizzato, ma anche la lotta individuale contro la tentazione del potere in tutte le sue forme.
16 ottobre 2011 - Carlo Gubitosa

Gandhi

1) In Italia e nel mondo esiste una violenza economica, finanziaria, politica culturale e sociale che si alimenta di guerre, sfruttamento, negazione dei diritti umani, oppressione delle minoranze e repressione del dissenso. Questo è il dato di base da cui partire, il nodo politico da sciogliere, la sfida che i popoli si trovano ad affrontare in una precarietà che per la prima volta accomuna il terzo mondo a Roma, Pechino, New York e Parigi.

2) Questa violenza sta togliendo futuro, speranza, lavoro e dignità di vita a milioni di persone, e per questo moltissime persone lottano con cuore puro e onestà di intenzioni affinché questo non avvenga.

3) La lotta nonviolenta è lo strumento più evoluto che abbiamo a disposizione per combattere questa violenza. Quello più primitivo è la lotta violenta. Quello più inutile sono le chiacchiere di chi non lotta ma critica la lotta degli altri.

4) Che la reazione violenta alle ingiustizie sia preferibile all'inazione impotente quando non c'è la possibilità di lottare in modo nonviolento è un principio sostenuto dallo stesso Gandhi: "It is better to be violent, if there is violence in our hearts, than to put on the cloak of non-violence to cover impotence. Violence is any day preferable to impotence. There is hope for a violent man to become non-violent. There is no such hope for the impotent". In sintesi: chi è impotente e non lotta non deve travestirsi da nonviolento per nascondere la sua inazione puntando il dito contro gli altri. Chi lotta in modo violento deve sapere che esiste una forma di lotta migliore.

5) In ogni caso la violenza di strada che abbiamo visto in azione a Roma non c'entra nulla con la lotta alle ingiustizie di cui parlava Gandhi. Può essere considerata come uno sfogo sociale, come un termometro di un disagio che la politica ha il dovere di intercettare rispondendo ai bisogni delle persone prima che alle sollecitazioni dei "mercati", sarebbe meglio capirla che demonizzarla, ma in nessun caso può essere elevata al rango di lotta violenta contro l'oppressione del sistema politico/economico/militare. Infatti questa violenza non produce risultati efficaci sul piano concreto e fornisce al sistema strumenti culturali e simbolici per legittimare la propria violenza. Una madonna di gesso spaccata è una foglia di fico per fetta per nascondere le vite spaccate dalle "guerre umanitarie" e dallo sfruttamento.

6) Anche di fronte ad una violenza di strada discutibile sotto molti aspetti, la critica all'inutilità, all'inefficacia o all'ingiustizia di questa violenza non è accettabile se priva di coerenza e onestà intellettuale. Ci vuole infatti coerenza e onestà intellettuale per dare la giusta proporzione tra il sasso lanciato a Roma e la bomba lanciata a Kabul, e per affermare senza ipocrisia che peggio della violenza individuale a mani nude c'è la violenza armata di stato contro i cittadini, e peggio di questa c'è la guerra, violenza armata degli eserciti e dei governanti contro popolazioni che non li hanno eletti.

7) Purtroppo le voci dei movimenti nonviolenti sono censurate, così come il pensiero anarchico libertario, quello a cui si riferiva Gandhi quando diceva "The ideally non-violent state will be an ordered anarchy. That State is the best governed which is governed the least". Per questa ragione il discorso su etica e violenza rimane prerogativa di una classe intellettuale e mediatica zeppa di ipocriti dalla doppia morale, forti contro le violenze dei deboli e muti contro le guerre dei forti. Gente che magari nel '68 non lanciava sassi, ma si portava le P38 da casa, e oggi si straccia le vesti sdegnate contro la violenza dei cittadini tappandosi gli occhi di fronte alle guerre degli stati.

8) Per questa ragione condividerò e farò mia ogni critica alle azioni violente di Roma che arrivi da persone stimabili e impegnate in azioni dirette nonviolente che lottano da sempre contro ogni forma di violenza, e sosterro' ogni forma di resistenza nonviolenta al potere che sta schiacciando i popoli come mai era capitato nella storia recente. Guarderò con diffidenza alle critiche della gente che sta con le mani in mano a casa propria, e pretenderò che oltre alle critiche suggeriscano anche delle alternative praticabili di lotta nonviolenta, impegnandosi a realzzarle in prima persona anche rischiando manganelli e carcere come chi fa violenza di strada oggi e come chi ha fatto lotta nonviolenta ieri ai tempi di Gandhi e Martin Luther King. Respingerò al mittente le critiche dei guerrafondai perbenisti e ipocriti che si mettono la "maschera della nonviolenza" per riempirsi la bocca di grandi principi, quando in realtà sono complici sul piano culturale, morale, politico e giornalistico di una violenza ben superiore a quella che criticano.

9) Tutto ciò premesso, sono convinto che il settore dell'antagonismo, che ho avuto modo di conoscere direttamente e di stimare per tantissime ragioni è purtroppo pieno di colossali teste di minchia che non vedono l'ora di menare le mani per sfogare le loro frustrazioni facendo i capetti delle masse popolari. E in tanti anni che li seguo, non ho mai visto un grande leader antagonista sanguinare per i manganelli tanto quanto i ragazzi onestamente indignati e stufi del potere e delle sue violenze, mandati al macello sul fronte dello scontro sociale assieme alla loro voglia di cambiare il mondo.

10) Aggiungo anche che il settore del giornalismo, che ho avuto modo di conoscere direttamente e di stimare per tantissime ragioni, è purtroppo pieno di venduti e sepolcri imbiancati, che strillano a comando come galline spennate quando i cassonetti bruciano a Roma, e festeggiano le grandi conquiste della democrazia quando i cassonetti bruciano in guerra assieme alle case e alle persone. E in tanti anni che li seguo, non ho mai visto un grande opinionista consumarsi le scarpe per raccontare le guerre e le tensioni sociali rischiando tanto quanto i cronisti onestamente indignati e stufi del potere e delle sue violenze, mandati al macello sul fronte delle guerre umanitarie assieme alla loro voglia di raccontare il mondo.

Ne concludo pertanto che la vera lotta da combattere non è solo la lotta collettiva contro le strutture violente di potere organizzato, ma anche la lotta individuale contro la tentazione del potere in tutte le sue forme: il potere di poter spaccare impunemente quello che ci pare quando siamo in piazza a viso coperto, il potere che ci permette di far crollare impunemente le economie di intere nazioni premendo dei tasti sul computer giocando in borsa, il potere che ci permette di ordinare impunemente agli stati la devastazione del loro stato sociale e dei diritti dei lavoratori quando scriviamo letterine ai governi dall'alto della Banca Centrale Europea, il potere che ci permette di benedire impunemente potenti, dittatori e criminali anche nome di un dio che li maledice nei cieli quando vestiamo un abito relgioso, il potere che ci permette di controllare impunemente con le menzogne l'opinione di milioni di persone quando facciamo i giornalisti sui media di massa, il potere che ci permette di picchiare impunemente cittadini inermi quando siamo in divisa, il potere che ci permette di approvare impunemente guerre e missioni militari dopo aver preso i voti di pacifisti, nonviolenti, antimilitaristi e cittadini stufi dei soldi buttati nel cesso per il controllo militare e poliziesco di un mondo in rivolta, che potrà salvarsi combattendo le mille facce del potere con le mille tecniche della nonviolenza.

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