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    3 luglio 2022 - Redazione PeaceLink

Campagna: Libia, affinché non succeda mai più

Promossa da: Alberto Cacopardo e Associazione PeaceLink
L’intervento militare della Nato in Libia è stato definito da qualcuno “un fulgido esempio di riuscito intervento umanitario”. Solo la disinformazione che ha imperato in molti media può avvalorare un simile giudizio. In realtà l’intervento militare ha causato in Libia un’autentica catastrofe umanitaria. Le vittime seguite all’intervento si contano in parecchie migliaia, forse decine di migliaia, senza considerare i feriti, i senzatetto, i profughi, le distruzioni e le aberrazioni commesse su larga scala da entrambe le parti in lotta. Per questo abbiamo rivolto questo appello al Procuratore della Corte Penale Internazionale dell’Aia, che il 16 maggio riferisce al Consiglio di Sicurezza sulla situazione libica. Che il mondo ascolti cosa avrà da dire Ocampo, e che lo giudichi.
“Affinché non succeda mai più”
Appello al Procuratore della Corte Penale Internazionale Luis Moreno Ocampo sulla catastrofe umanitaria in Libia
Egregio Procuratore Luis Moreno Ocampo,
sebbene i mezzi d’informazione internazionali abbiano passato la cosa sotto silenzio, non ci è sfuggito a suo tempo il fatto che il 27 ottobre 2011, a pochi giorni dall’uccisione di Gheddafi, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con la sua Risoluzione 2016, abbia deferito espressamente alla Corte Penale Internazionale, in aggiunta ai crimini imputabili al regime di Gheddafi, anche le violazioni compiute dagli insorti, esprimendo in particolare “grave preoccupazione per le persistenti notizie di rappresaglie, detenzioni arbitrarie, incarcerazioni ingiustificate ed esecuzioni stragiudiziali in Libia” ed esortando "al rispetto per i diritti umani di tutte le persone in Libia, compresi gli ex-funzionari e i detenuti”. Meno esplicitamente, si evinceva dalla stessa risoluzione che anche le eventuali violazioni del diritto internazionale umanitario compiute dalla Nato andavano esaminate dalla Corte dell’Aia.
Né ci era sfuggito che pochi giorni prima anche il Rappresentante Speciale del Segretario Generale Onu e capo della missione UNSMIL in Libia Ian Martin aveva riconosciuto la competenza della Corte Penale Internazionale e della Commissione d’Inchiesta del Consiglio Onu per i Diritti Umani ad indagare sulle circostanze della morte di Gheddafi.
Abbiamo pertanto apprezzato la Sua dichiarazione al Consiglio di Sicurezza del 2 novembre 2011, dove esprimeva l’intenzione:
- di investigare le indicazioni relative a “crimini commessi dalle forze Nato” e a “crimini commessi da forze legate al Consiglio Nazionale di Transizione, comprese le asserite detenzioni di civili sospettati di essere mercenari e le asserite uccisioni di combattenti in stato di detenzione” 
- di verificare, ai fini dell’applicazione dello Statuto del TPI, la esistenza e la genuinità di eventuali procedimenti giudiziari libici su tali crimini
- di usufruire del lavoro di indagine della Commissione d’Inchiesta del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite presieduta all’epoca da Philippe Kirsch
Lo scorso 2 marzo 2012, anche qui nella pressoché totale disattenzione dei media mondiali, la Commissione d’Inchiesta depositava il suo rapporto al Consiglio per i Diritti Umani.
Da questa e da altre fonti d’informazione si evince che crimini di estrema gravità sono stati in effetti commessi non solo dalle forze di Gheddafi, ma anche dagli insorti.
Quanto alle forze governative, esse si sono rese responsabili di uso eccessivo della forza contro manifestanti anche disarmati; di attacchi indiscriminati a località popolate da civili; di torture e sevizie su detenuti; di detenzioni arbitrarie e sequestri; e di esecuzioni stragiudiziali su larga scala. Le violazioni più gravi e numerose risultano compiute dopo l’intervento Nato del 19 marzo e comprendono crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Non risulta invece che le forze governative abbiano compiuto attacchi aerei contro civili o insorti armati, né che abbiano usato mercenari, né che abbiano compiuto saccheggi.
Quanto agli insorti, essi si sono resi responsabili di attacchi indiscriminati contro località popolate da civili, fra cui il più massiccio e sanguinoso di tutto il conflitto, quello sulla città di Sirte nell’ottobre 2011; di torture e sevizie su detenuti; di numerosissime detenzioni arbitrarie e sequestri; di almeno un grave caso di pulizia etnica contro i neri libici della città di Tawargha presso Misurata; di aggressioni mirate ad intere comunità locali, anche etnicamente definite, come gli arabi di Tiji, Badr e AbuKammesh, o gli abitanti di vari centri nell’area di Mashashiya; di saccheggi su larga scala; di un gran numero di esecuzioni stragiudiziali, fra cui quelle di Muammar Gheddafi e di suo figlio Mutassim il 20 ottobre 2011. Tali atti comprendono, oltre a violazioni dei diritti umani, anche crimini di guerra e crimini contro l’umanità.
Occorre sottolineare che, mentre le forze governative non sono più in grado di nuocere, le gravi violazioni ad opera degli insorti sono continuate nel corso del 2012 e fino ad oggi.
Infatti la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza 2040 del 12 marzo 2012 (anch’essa completamente ignorata dai media), nel ribadire il deferimento della situazione libica alla Corte Penale Internazionale, esprime ancora una volta “grave preoccupazione per le persistenti notizie di rappresaglie, detenzioni arbitrarie senza giusto processo, incarcerazioni ingiustificate, sevizie, torture ed esecuzioni stragiudiziali in Libia”, aggiungendo torture e sevizie a quanto già condannava nella precedente Risoluzione 2016.
Quanto alle forze Nato, appare attendibile la tesi della Commissione d’Inchiesta Onu che esse abbiano fatto moltissimo per evitare le vittime civili, che non sembra siano mai state intenzionalmente prese di mira. Non c’è ragione di dubitare che quella di Libia sia stata “la prima campagna aerea della storia” in cui sono state impiegate “esclusivamente munizioni guidate di precisione”. Cionostante la Commissione documenta la morte di almeno 60 civili, di cui 14 bambini, in cinque specifici attacchi a Majer, Surman, Tripoli, Zlitan e Bani Walid, e forse altri 58 a Sirte il 16 settembre 2011. C’è ragione di ritenere che questo conteggio sia in considerevole difetto. Da una parte non si può non rilevare che l’esperto militare della Commissione era per l’appunto un alto ufficiale di un paese Nato (“a former head of high-value targeting with a Nato member state government”). Dall’altra si nota che la Commissione non fa menzione di almeno due episodi certi, come il bombardamento della casa di Seif al-Arab, figlio di Gheddafi, in cui perirono tre bambini sotto i tre anni, avvenuto a Tripoli il 30 aprile 2012; e il bombardamento della TV di stato libica del 30 luglio 2011, che appare un crimine di guerra in base alla Quarta Convenzione di Ginevra. Né mostra di aver fatto accertamenti su vari altri episodi a suo tempo riportati dai media, come la presunta “strage degli undici imam” a Brega il 14 maggio o la presunta “strage del mercato” a Tawargha il 28 giugno. E’ possibile insomma che varie altre decine di vittime civili degli attacchi Nato restino ancora da accertare.
Riteniamo tuttavia che la più grave responsabilità del comando Nato in questa guerra non risieda tanto in questi sia pur gravi episodi, quanto nell’aver indefettibilmente sostenuto, esorbitando clamorosamente le autorizzazioni della Risoluzione 1973, l’azione militare degli insorti, anche quando essi stavano commettendo proprio quei crimini che la Risoluzione stessa mirava ad impedire, ed anche quando le autorità che quella Risoluzione incaricava di cercare la pacificazione sembravano sul punto di ottenere importanti risultati, in particolare in occasione della visita in Libia della delegazione dell’Unione Africana il 10 e 11 aprile.
Le ricordiamo infine che la Commissione d’Inchiesta del Consiglio per i Diritti Umani ha espresso profonda preoccupazione nel constatare la grave carenza di iniziative concrete da parte libica per perseguire imparzialmente in giudizio le violazioni compiute dagli insorti.
Egregio Procuratore,
L’intervento Nato in Libia fu giustificato con l’intento di scongiurare morti, feriti, crimini, ingiustizie e distruzioni. Adesso tutti quanti constatiamo che troppe morti, troppi feriti, troppi crimini, ingiustizie e distruzioni sono seguiti a quell’intervento.
Affinché sciagure simili non si abbiano a ripetere mai più, noi la esortiamo a fare tutto ciò che è in suo potere, con la massima imparzialità ed equaniminità, perché tutti i responsabili di qualunque parte siano perseguiti e puniti.
Lei ha oggi il potere di dimostrare al mondo che il grande sogno di giustizia e di pace universale sul quale nacquero un tempo le Nazioni Unite non è spento, ma vive ancora nel pensiero e nell’opera dei giusti.
Ci auguriamo che Lei non verrà meno a questo compito.
Italia, 14 maggio 2012
Primi firmatari:
Umberto Allegretti, Nancy Bailey, Angelo Baracca, Nino Buttitta, Paolo Cacciari, Tonio Dell’Olio, Nando Dalla Chiesa, Tonino Drago, Luigi Ferraioli, Dario Fo, Iacopo Fo, Domenico Gallo, Johann Galtung, John Gilbert, Alberto L’Abate, Franco La Cecla, Raniero La Valle, Flavio Lotti, Alfio Mastropaolo, Moni Ovadia, Antonio Papisca, Pancho Pardi, Nanni Salio, Alessandro Santoro, Gianroberto Scarcia, Alex Zanotelli.
Promotori: Alberto Cacopardo, Alessandro Marescotti, Patrick Boylan e l’Associazione PeaceLink.
Estensore del testo: Alberto Cacopardo – Contributi in revisione: Alex Zanotelli, Antonio Papisca, Patrick Boylan, Marco Palombo
Si ringraziano Alberto L’Abate, Emilia Cestelli, Vania Valoriani e Augusto Cacopardo per l’assistenza nella campagna di raccolta firme.
Per seguire l'evolozione di questo appello e delle iniziative collegate clicca su http://albertocacopardo.blogspot.it/ (blog a cura di Alberto Cacopardo).

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Adesioni dal 16 maggio 2012: 109 persone , 8 associazioni

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