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In Iraq, un giornalista nel limbo

Bilal Hussein, un fotografo iracheno che l'anno scorso ha aiutato l'Associated Press a vincere un premio Pulitzer, è al suo sesto mese di reclusione in una prigione dell'esercito americano in Iraq. Non sa perché si trova lì, e neanche i suoi colleghi dell'AP lo sanno.
1 ottobre 2006 - Tom Curley (Presidente e capo dirigente dell'Associated Press)
Fonte: Washington Post - 23 settembre 2006

Fotografia di Bilal Hussein, scattata durante la guerra a Fallujah L'esercito dichara che Bilal avrebbe troppi contatti tra gli insorti. Ha fatto foto che secondo l'esercito sarebbero state possibile solo con la connivenza degli insorti. Quindi anche Bilal dev'essere uno di loro, o almeno un simpatizzante.
Il fatto che sospetti di questo tipo siano considerati basi adeguate per rinchiudere un uomo e buttare la chiave dà la misura di quanto l'Iraq sia oggi pericoloso e disperante.

Dopo aver tentato per oltre cinque mesi di portare alla luce del sole la vicenda di Bilal, l'AP è ormai convinta che all'esercito non interessi se Bilal sia un insorgente o meno. Non è un problema dell'esercito. Bilal è stato tolto dalle strade, e l'esercito non si ritiene perseguibile da alcuna autorità giudiziairia che possa mettere in discussione la sua colpevolezza.
Ma l'incarceramento di Bilal porta un ulteriore bonus. Lui non è più libero di circolare nella sua città nativa Fallujah o a Ramadi, per fare foto che i comandanti della coalizione preferirabbero non vedere pubblicate.
La provincia di Anbar è una zona calda in un paese caldo. Violenza e assenza della legge in quella zona sono particolarmente problematiche per le forze USA praticamente fin da quando sono arrivate in Iraq, il che significa che il flusso di notizie è stato continuo, e la maggior parte di esse erano cattive.
I giornalisti americani sono fortemente vincolati nelle possibilità di muoversi in sicurezza, farsi capire e trovare delle fonti in aree come questa. L'Associated Press ha imparato a superare questi limiti, usando tecniche sviluppate in decadi di copertura di conflitti settari e spargimenti di sangue in Medio Oriente.

La pratica di assumere e formare persone del luogo negli uffici internazionali permanenti dell'agenzia esiste da lungo tempo. Molti sono diventati abili giornalisti dalla decennale carriera all'interno dell'AP. Molti fanno parte dello staff di seconda generazione. Il loro lavoro non è mai stato più importante per l'Associated Press e per il pubblico globale che si affida alla sua copertura giornalistica.
Senza le possibilità di accesso e visione dall'interno di ciò che succede nei loro paesi che ci offrono, la comprensione della storia che si sta facendo in quei luoghi ogni giorno sarebbe limitata e unidimensionale. Sarebbe inoltre molto più vulnerabile e controllabile dalle 'fonti ufficiali'.
Sia i gruppi ufficiali che quelli ufficiosi, di una o dell'altra di qualsiasi conflitto, cercano di screditare o nascondere le notizie spiacevoli. Ciò accade ovviamente anche in Iraq, dove i giornalisti sono continuamente maltrattati, minacciati, aggrediti e rapiti. Secondo l'ultimo bilancio ne sono morti 80.
Bilal Hussein fa parte dell'ultima generazione di assunti dall'AP in Medio oriente. Era un negoziante di Fallujah, che vendeva telefoni cellulari e computer. Nonostante una laurea al Baghdad Institute of Technology, era l'unica opportunità offertagli dalla disastrata economia irachena.

L'AP l'ha inizialmente assunto come autista e traduttore. Si è dimostrato brillante e degno di fiducia, e aveva già confidenza con telefoni, pc portatili e macchine fotografiche che sono gli strumenti di lavoro del giornalista. Nei mesi successivi ha cominciato a fafe foto di qualità professionale, tra cui una degli insorti impegnati in uno scontro con le forze della coalizione che faceva parte della serie vincitrice del premio Pulitzer dell'anno scorso.
Bilal ha condiviso le difficoltà di tutti gli iracheni nelle aree disputate – difficoltà che sono maggiori per i giornalisti, il cui lavoro consiste nell'arrivare il più vicino possibile ai luoghi dove si usano bombe e fucili. La sua casa è stata colpita da raffiche di proiettili. La sua famiglia è dovuta fuggire. Almeno una volta ha dovuto abbandonare il suo equipaggiamento fotografico per correre per salvarsi la vita.
Ora si trova davanti percioli forse anche maggiori. Dalla prigione, ha detto ai suoi legali che ha paura di essere un uomo 'marchiato' tra i detenuti, che ora sanno che è un giornalista che lavora per un news service occidentale. Allo stesso tempo, agenti del paese più potente della terra l'hanno etichettato come un nemico. Dicono di aver prove sufficienti dal loro punto di vista, e non hanno bisogno di provare alcunchè a nessun altro.

In quanto organizzazione che ha fornito a Bilal la macchina fotografica che l'ha portato dove si trova oggi, l'Associated Press non può voltargli le spalle. Non possiamo ignorare l'insistenza di Bila sul fatto che non è un insorto soltanto per i sospetti non provati che ci ha dato l'esercito americano.
Se Bilal ha fatto qualcosa di male, i tribunali iracheni sono pronti a perseguirlo. Le autorità irachene hanno chiesto più volte che lui e gli altri cittadini iracheni in custodia prolungata sotto l'esercito USA siano loro consegnati per processarli. Noi chiediamo la stessa cosa.

Note:

Articolo originale: http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2006/09/22/AR2006092201444.html

Tradotto da Chiara Rancati per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile per scopi non commerciali citando la fonte, l'autore e il traduttore.

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