L'Africa italiana: il ghetto di Rignano
Capanne costruite con assi di legno e cartone, rivestite da grandi fogli di plastica, nelle quali trovano posto anche una ventina di persone. Se si hanno abbastanza soldi, però, si può anche riuscire a comperare porte e finestre dismesse con le quali realizzare le pareti. In questo non luogo, raggiungibile solo se si conosce a fondo la geografia della capitanata abitano 700 braccianti agricoli stagionali provenienti per lo più dalle varie nazioni africane. In inverno circa 200 immigrati rimangono al ghetto.
Chi è nel ghetto già da giugno affitta strisce di terra dai contadini, costruisce le baracche e poi affitta i posti letto a chi arriva dopo. Spesso oltre al posto letto c’è anche la possibilità di usufruire della cena, sempre se la si paga, ovvio. Chi arriva dopo deve pagare, per dormire, per il pasto, per usufruire del "passaggio” in macchina verso i campi o le città vicine.
Il capo-bianco è un italiano è il “superiore” del “capo-nero” lo contatta per chiede la “squadra” quando c’è bisogno e contratta il prezzo con i contadini. Ma a trarre i veri profitti da queste squadre di lavoratori a cottimo sono le aziende che trasformano il pomodoro. Grazie alla bassa remunerazione di braccianti ricattabili, circa 3,50 euro a cassone, possono continuare ad avere bilanci in positivo per le proprie aziende.
Al Ghetto di Rignano, due volte alla settimana, arriva un autobus di Emergency che offre assistenza sanitaria gratuita ai braccianti. Ogni pomeriggio, dal lunedì al venerdì, il campo di lavoro “Io ci sto”, organizzato da Padre Arcangelo Maira, missionario scalabriniano, porta nel ghetto decine di volontari che insegnano italiano, offrono indicazioni “legali” e trasmettono, da una tenda, “Radio Ghetto” 97.0 . La radio, con il passare delle settimane, è diventata un luogo dove i migranti possono parlare delle proprie storie, scegliere la musica da ascoltare, parlare la loro lingua e, perché no, anche divertirsi e ballare.
Della settimana trascorsa nel campo ricorderò gli occhi dei miei “studenti”, stanchi e stremati dalle troppe ore passate sotto il sole a raccogliere pomodori, ma con ancora la voglia di masticare una lingua nuova. Nemmeno il terreno sollevato dal vento sarà difficile da scordare. Terreno che non andava via nonostante la doccia, nonostante il sapone, quella terra di nessuno che si appropria di chi può.
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