La furia dei caporali e il grido di Mohammad: “Non ci pagavano”
È drammatico il racconto dell’unico sopravvissuto e le immagini choc delle telecamere.

La strage di Amendolara continua a scuotere la Calabria e l’intero Paese. I quattro braccianti sono morti per dignità.
Sabato vi sarà una manifestazione organizzata dalla CGIL.
La gente intanto nel luogo del rogo depone mazzi di fiori nel punto in cui il minivan è stato trasformato in una trappola mortale. Una processione silenziosa, interrotta solo dai singhiozzi e dai cori contro il caporalato.
«Non ci pagavano da oltre un mese e quindi ci eravamo ribellati. Per questo hanno appiccato il fuoco alla macchina. Volevano ammazzarci tutti».
Il racconto di Mohammad Taj Alamyar, l’afghano 35enne unico sopravvissuto, ha rivelato il movente del barbaro delitto di lunedì scorso. La sua testimonianza è stata raccolta dai magistrati.
Le immagini terrificanti
I due caporali pakistani erano saliti con un pretesto a bordo del minivan col quale le vittime designate tornavano da una giornata di fatica. In base a quanto filtra dagli ambienti investigativi, l’omicidio era già stato pianificato, come la sosta nella stazione di rifornimento. Dieci euro hanno inserito gli assassini nella cassa automatica del distributore per cospargere di benzina la vettura prima di darla alle fiamme, dopo avere danneggiato le maniglie interne per impedire ai cinque braccianti immigrati di scappare.
Tutto ripreso dalle telecamere del sistema di videosorveglianza della stazione di servizio.
Le immagini delle telecamere di sorveglianza sono di una violenza inaudita, si vedono le sagome dei due aggressori che si muovono attorno al furgone con una calma agghiacciante mentre le fiamme divorano le vittime.
E poi c'è la disperata fuga di Mohammad Taj Alamyar, che è riuscito a forzare il finestrino posteriore scappando via con ustioni sulle mani, le braccia e altre parti del corpo. Ha camminato per ore e chilometri, forse tentando di tornare a casa, a Villapiana, una ventina di chilometri più a sud, dove viveva assieme alle vittime: il pachistano Waseem Khan, 29 anni; e gli afghani pashtun Amin Fazal Khogjani di 28, Ullah Ismat Qiemi di 19 e Safi Iayjad di 27 anni.
“Viviamo in dieci in due stanze”
Erano in dieci in due stanze. Il racconto, assieme al video dell’orrore, ha permesso alla procura di Castrovillari di stringere il cerchio attorno ai presunti responsabili, fermati dai poliziotti della squadra mobile di Cosenza. Si tratta dei pachistani Safeer Ahmed e Ali Raza, entrambi di 31 anni. Sono accusati di omicidio plurimo pluriaggravato.
La rivelazione choc del sopravvissuto ha acceso la rabbia dei sindacati: Mohammad ha raccontato che i due caporali li minacciavano con coltelli e pistole per farli lavorare e che, nonostante la busta paga, non erano pagati da mesi. Avevano cibo e un tetto, ma nessun soldo in tasca.
Non è stata una vendetta improvvisa – sostiene la CGIL – è stata un’esecuzione pianificata per aver osato chiedere i propri diritti. Per aver detto “basta” allo sfruttamento e alla schiavitù del caporalato.
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