Taranto Sociale

Non si tratta soltanto di ricordare ma di capire la direzione verso cui stiamo andando

Bakari Sako e la sconfitta di una comunità, quando l'odio diventa normalità

L'iniziativa "Credo negli esseri umani (che hanno il coraggio di essere UMANI)", promossa da ARCI Statte, ANPI Statte e APS Gambe di Mazinga il prossimo 15 giugno a Statte, assume un significato che va oltre il semplice dibattito pubblico. Si tratta di comprendere cosa la sua morte dice di noi.
14 giugno 2026
Giovanni Pugliese
 
Bakari Sako Ci sono fatti che non possono essere archiviati nella semplice cronaca nera.
Ci sono vicende che interrogano una città, una comunità e persino un Paese intero.
L'omicidio di Bakari Sako, il bracciante maliano di 35 anni ucciso all'alba del 9 maggio in Piazza Fontana, nella Città Vecchia di Taranto, appartiene a questa categoria.
 
Secondo la ricostruzione degli investigatori, Sako sarebbe stato accerchiato, insultato, picchiato e infine accoltellato da un gruppo di giovanissimi mentre si recava al lavoro.
Una violenza brutale che, secondo gli elementi emersi dalle indagini, non sarebbe nata da una reale lite o da un conflitto personale, ma da motivazioni futili e da un'aggressione nei confronti di un uomo scelto come bersaglio.
 
La domanda che oggi dobbiamo porci non è soltanto chi abbia materialmente colpito Bakari Sako.
Di questo si occuperanno la magistratura e i tribunali.
 
La domanda più difficile è un'altra, cosa ha reso possibile tutto questo?
 
Perché un gruppo di adolescenti e giovani adulti arriva a considerare normale accanirsi contro un uomo che stava andando a lavorare? Perché una vita umana può essere ridotta a un bersaglio, a un passatempo notturno, a una dimostrazione di forza davanti agli amici?
 
Le responsabilità individuali sono evidenti e non possono essere attenuate.
Ma esistono anche responsabilità collettive.
 
Da anni assistiamo a un progressivo imbarbarimento del linguaggio pubblico.
Da anni il diverso, il migrante, lo straniero vengono utilizzati come strumenti di propaganda politica.
Da anni si alimenta l'idea che chi arriva da un altro Paese rappresenti un pericolo, un problema, una minaccia da cui difendersi.
Naturalmente nessun leader politico impugna un coltello.
Nessun comizio ordina un omicidio.
Ma le parole costruiscono il clima culturale dentro il quale crescono le persone.
 
Se per anni si ripete che il migrante è un invasore, un problema di ordine pubblico o una presenza indesiderata, si finisce per disumanizzarlo.
E quando una persona viene disumanizzata diventa più facile insultarla, umiliarla, aggredirla.
In casi estremi, persino ucciderla.
 
La vicenda di Bakari Sako sembra raccontare proprio questo.
 
Un uomo che non aveva provocato nessuno, che non era coinvolto in attività criminali, che stava semplicemente andando a lavorare, è diventato l'obiettivo di una violenza cieca.
Una violenza che richiama il fenomeno delle baby gang, il disagio giovanile, la perdita di riferimenti educativi e culturali, ma che non può essere separata dal contesto sociale nel quale matura.
 
Per questo l'iniziativa "Credo negli esseri umani (che hanno il coraggio di essere UMANI)", promossa da ARCI Statte, ANPI Statte e APS Gambe di Mazinga il prossimo 15 giugno a Statte, assume un significato che va oltre il semplice dibattito pubblico. Credo negli esseri umani
 
Non si tratta soltanto di ricordare Bakari Sako. Si tratta di comprendere cosa la sua morte dice di noi.
 
L'incontro partirà proprio dai tragici fatti di Piazza Fontana per interrogarsi sulle radici dell'odio, del razzismo e del disagio giovanile, cercando di costruire percorsi alternativi fondati sull'accoglienza, sulla solidarietà e sul rispetto della dignità umana.
 
Perché la morte di Bakari Sako non può essere liquidata come una tragica fatalità.
È una ferita aperta che ci obbliga a guardare dentro la nostra società.
Ci obbliga a chiederci quali esempi stiamo offrendo ai più giovani, quali parole stiamo legittimando, quale idea di umanità stiamo trasmettendo.
 
Quando un uomo viene ucciso perché percepito come diverso, non è soltanto una persona a morire.
Muore un pezzo della coscienza collettiva di una comunità.
 
E allora la vera sfida non è soltanto ottenere giustizia per Bakari Sako.
La vera sfida è impedire che altri ragazzi crescano pensando che il più debole sia il bersaglio più facile e che lo straniero sia meno umano degli altri.
Perché Bakari Sako non era "un migrante".
Era un uomo.
E il modo in cui una società tratta gli ultimi dice molto di più su quella società che non sugli ultimi stessi.
 

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