Guerra in Libia, il grido dei migranti dai centri di detenzione
Da due giorni sono senza acqua, cibo ed elettricità. E attraverso whatsapp lanciano un appello disperato: “Aiutateci o moriremo”. Sono le persone detenute nel centro di Qaser Bin Ghashir, vicino Tripoli: oltre 600 in tutto, tra cui almeno 112 bambini, 7 donne che allattano e 4 incinte. A fare da tramite l’avvocata per i diritti umani Giulia Tranchina, basata a Londra, ma in contatto diretto con un ragazzo minorenne. “Da venerdì la situazione è precipitata - racconta Tranchina a Redattore sociale- . Sono disperati ma non sono ancora stati tirati fuori di lì. Le forze di Haftar hanno preso possesso del centro di detenzione: da sabato mattina fino a ora le persone sono senza luce, l’acqua va con la pompa quindi non ne hanno nè per bere nè per lavarsi. Non hanno cibo. Mi dicono che ieri i soldati sono andati via, abbandonandoli”.
Il centro di detenzione di Ain Zara, dove pochi giorni fa il segretario generale delle Nazioni Unite ha constatato “la sofferenza e la disperazione” di rifugiati e migranti, si trova ora nel pieno degli scontri, con quasi 600 persone vulnerabili, compresi donne e bambini, intrappolate al suo interno. Testimonianze arrivate da un altro centro suggeriscono che alcune persone vengano costrette a lavorare per i gruppi armati. MSF chiede che tutti i rifugiati e migranti detenuti in Libia siano evacuati dalle zone a rischio appena possibile e, in attesa del loro rilascio, che vengano garantiti la loro sicurezza e i loro bisogni essenziali. Il conflitto attuale non fa che evidenziare ancora una volta che la Libia non è un porto sicuro dove la protezione di migranti e rifugiati possa essere garantita.
Il centro è in una situazione di sovraffollamento: si parla di circa 600 persone, erano 450 fino a due mesi fa, poi sono arrivate almeno un altro centinaio di persone tra migranti arrestati a Tripoli e persone portate dai trafficanti. Nella sezione maschile si vive in condizioni estreme, ha spiegato all’avvocata uno dei migranti che si trova attualmente nel centro. “Ci sono molti bambini e minorenni, ci sono anche diverse donne. I bambini e i neonati sono nella sezione femminile - aggiunge -. Quello che chiedono è di aiutarli, di andarli a salvare: è un appello che rivolgono innanzitutto all’Unhcr, ma il personale locale, contattato da uno di loro, ha detto di non potersi avvicinare al centro per ragioni di sicurezza”. I soldati hanno comunicato alle persone che a breve potrebbero essere spostate, ma la paura è che questo sia solo l’inizio di una nuova agonia. Hanno paura di essere portati via per essere torturati di nuovo: “non ci lasceremo vendere un'altra volta” - ripetono - “non vogliamo ricominciare di nuovo questo inferno in un altro centro di detenzione. Moriremo qui”. Tranchian è in contatto con i migranti di Quaser Bin Gashir da agosto: "le persone vivono in questo centro da almeno un anno masono in Libia da molto prima, sono stati tutti riportati indietro dalla Guardia costiera libica e sono tutti registrati dall’Unhcr. Il rischio è che se provano a spostarli possa accadere qualcosa di brutto - spiega Tranchina - Temono che vogliano farli fuori o trafficarli di nuovo”.
---
Aggiornamenti del 18 aprile 2019
Articoli correlati
I tragici fatti di Amendolara, la Calabria si stringe attorno ai braccianti bruciati viviLa furia dei caporali e il grido di Mohammad: “Non ci pagavano”
Sabato la CGIL organizza una manifestazione per dire basta al caporalato e allo sfruttamento. Emerge un quadro spaventoso dello sfruttamento degli immigrati nelle campagne della Calabria.4 giugno 2026 - Redazione PeaceLink
Comunicato stampaL'omicidio di Bakari Sako interroga la coscienza di tutti
PeaceLink esprime vicinanza alla famiglia di Bakari Sako e solidarietà alla comunità africana di Taranto e a tutte le associazioni che hanno promosso il presidio del 14 maggio, in Piazza Fontana alle ore 17.30, con lo slogan «Taranto non restare in silenzio».13 maggio 2026 - Direttivo PeaceLink
"Non ci sono decreti sicurezza che tengano, dobbiamo cambiare la cultura"L'uccisione di Bakari Sako a Taranto
Le parole della procuratrice Eugenia Pontassuglia dopo l'omicidio del 35enne immigrato maliano ucciso da una baby gang a Taranto mentre andava al lavoro. Il titolare del bar lo avrebbe cacciato fuori, lasciandolo in balia dei suoi aguzzini.13 maggio 2026 - Redazione PeaceLink
Un'opera corale contro la narrazione distortaDossier statistico immigrazione: i numeri contro le menzogne
L'edizione 2025, realizzata con il contributo di oltre cento autrici e autori tra studiosi ed esperti nazionali e internazionali, è ora disponibile e se ne consiglia la lettura a quanti vogliono ragionare sui fatti, non sulle paure.27 marzo 2026 - Redazione PeaceLink
sociale.network