Desiderio di classe

Il capitalismo ti vende l’identità che non puoi permetterti

Pier Paolo Pasolini considerava il consumismo come il "nuovo fascismo" in quanto "ha distrutto in pochi anni ciò che secoli di storia non erano riusciti a toccare”.
24 giugno 2026
Jacopo Tallarico

Pasolini

“Il nuovo fascismo — cioè il consumismo — ha distrutto in pochi anni ciò che secoli di storia non erano riusciti a toccare”.

Pier Paolo Pasolini

C’è una critica che la sinistra culturale ripete da decenni sul consumismo, e che sbaglia bersaglio ogni volta. È la critica dall’alto: la gente è superficiale, si fa abbindolare dalla pubblicità, corre dietro al Rolex e alla supercar senza capire che è manipolata.

È una critica vera nei fatti e profondamente ipocrita nella forma, perché assume che chi desidera quelle cose sia stupido e chi le critica sia lucido.

È esattamente la distanza di classe che dice di combattere.

Il punto non è che la gente sia stupida. Il punto è che il sistema ha costruito un mondo in cui l’unico linguaggio disponibile per dire “esisto e valgo” è il possesso. Il rolex non è vanità, è una risposta a un mondo che ti nega dignità in ogni altro modo. Se l’unico metro con cui la società misura il tuo valore è quello che hai, è perfettamente logico che tu voglia averlo. Il capitalismo non ti opprime soltanto col salario basso e gli straordinari non pagati. Ti opprime a un livello più profondo: costruisce i criteri con cui misuri te stesso. ti consegna una scala di valori già fatta — l’auto, la casa, il brand, la vacanza — e poi ti mette in competizione con tutti gli altri per scalare quella classifica. Non hai scelto tu i criteri. Non hai scelto tu il gioco. Ti hanno messo dentro e ti hanno detto che perdere è colpa tua.

Questo meccanismo funziona attraverso una narrazione precisa: quella dello sviluppo.

La società cresce, il pil sale, escono nuovi modelli, nuovi prodotti, nuove versioni.

E tu devi stare al passo.

Non farlo significa essere rimasto indietro, significa aver fallito. Ma lo sviluppo non è progresso.

Pasolini lo vedeva già negli anni settanta: l’Italia si stava sviluppando furiosamente — più auto, più televisori, più consumi — e regrediva allo stesso tempo, perdendo culture locali, legami comunitari, capacità critica. Oggi la dinamica è identica e amplificata: puoi avere l’ultimo iphone e zero potere contrattuale. Puoi fare la vacanza a rate e non permetterti il dentista. Lo sviluppo gira, la ruota gira, i rapporti di forza non si spostano di un millimetro. Dentro questo sistema il lavoro ha smesso di essere un mezzo ed è diventato un fine.

Non lavori per vivere — lavori per realizzarti, per crescere, per dimostrare chi sei.

Questa trasformazione è funzionale. Un lavoratore che si identifica col proprio lavoro non si organizza. non fa fronte comune coi colleghi — ci compete, per la promozione, per il riconoscimento, per quei due euro in più che non cambiano niente ma che spostano l’asse dell’antagonismo dal capitale al collega. La rivalità orizzontale è la forma più efficace di controllo verticale.

E allora la domanda giusta non è come smetti di volere il rolex. Quella è ancora la domanda sbagliata, ancora la domanda snob. La domanda giusta è un’altra: chi ha interesse a farti desiderare esattamente quello che non puoi avere? Chi guadagna mentre tu lavori una vita per comprare i simboli di una classe che non sarai mai? Il desiderio non è nato spontaneamente — è stato costruito, coltivato, finanziato. E finché continuiamo a trattarlo come debolezza individuale invece che come prodotto politico, continuiamo a fare il lavoro sporco al posto loro.

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