Il capitalismo ti vende l’identità che non puoi permetterti

Pier Paolo Pasolini
C’è una critica che la sinistra culturale ripete da decenni sul consumismo, e che sbaglia bersaglio ogni volta. È la critica dall’alto: la gente è superficiale, si fa abbindolare dalla pubblicità, corre dietro al Rolex e alla supercar senza capire che è manipolata.
È una critica vera nei fatti e profondamente ipocrita nella forma, perché assume che chi desidera quelle cose sia stupido e chi le critica sia lucido.
È esattamente la distanza di classe che dice di combattere.
Il punto non è che la gente sia stupida. Il punto è che il sistema ha costruito un mondo in cui l’unico linguaggio disponibile per dire “esisto e valgo” è il possesso. Il rolex non è vanità, è una risposta a un mondo che ti nega dignità in ogni altro modo. Se l’unico metro con cui la società misura il tuo valore è quello che hai, è perfettamente logico che tu voglia averlo. Il capitalismo non ti opprime soltanto col salario basso e gli straordinari non pagati. Ti opprime a un livello più profondo: costruisce i criteri con cui misuri te stesso. ti consegna una scala di valori già fatta — l’auto, la casa, il brand, la vacanza — e poi ti mette in competizione con tutti gli altri per scalare quella classifica. Non hai scelto tu i criteri. Non hai scelto tu il gioco. Ti hanno messo dentro e ti hanno detto che perdere è colpa tua.
Questo meccanismo funziona attraverso una narrazione precisa: quella dello sviluppo.
La società cresce, il pil sale, escono nuovi modelli, nuovi prodotti, nuove versioni.
E tu devi stare al passo.
Non farlo significa essere rimasto indietro, significa aver fallito. Ma lo sviluppo non è progresso.
Pasolini lo vedeva già negli anni settanta: l’Italia si stava sviluppando furiosamente — più auto, più televisori, più consumi — e regrediva allo stesso tempo, perdendo culture locali, legami comunitari, capacità critica. Oggi la dinamica è identica e amplificata: puoi avere l’ultimo iphone e zero potere contrattuale. Puoi fare la vacanza a rate e non permetterti il dentista. Lo sviluppo gira, la ruota gira, i rapporti di forza non si spostano di un millimetro. Dentro questo sistema il lavoro ha smesso di essere un mezzo ed è diventato un fine.
Non lavori per vivere — lavori per realizzarti, per crescere, per dimostrare chi sei.
Questa trasformazione è funzionale. Un lavoratore che si identifica col proprio lavoro non si organizza. non fa fronte comune coi colleghi — ci compete, per la promozione, per il riconoscimento, per quei due euro in più che non cambiano niente ma che spostano l’asse dell’antagonismo dal capitale al collega. La rivalità orizzontale è la forma più efficace di controllo verticale.
E allora la domanda giusta non è come smetti di volere il rolex. Quella è ancora la domanda sbagliata, ancora la domanda snob. La domanda giusta è un’altra: chi ha interesse a farti desiderare esattamente quello che non puoi avere? Chi guadagna mentre tu lavori una vita per comprare i simboli di una classe che non sarai mai? Il desiderio non è nato spontaneamente — è stato costruito, coltivato, finanziato. E finché continuiamo a trattarlo come debolezza individuale invece che come prodotto politico, continuiamo a fare il lavoro sporco al posto loro.
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