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ESPERIENZE

Volontariato telematico: di pace o di guerra?

In Africa a riparar computer e…
31 marzo 2003 - Enrico Marcandalli

Prima di iniziare a raccontare la mia esperienza occorre capire cosa significa volontariato telematico in Africa. Il significato di questo termine è cambiato molto in questi anni perché nel frattempo la tecnologia ha introdotto nuovi strumenti di comunicazione che solo 10 anni fa erano sconosciuti. La situazione economica dei paesi africani viceversa è andata peggiorando e quindi abbiamo da un lato una tecnologia che si è sviluppata sempre più e dall’altro sempre meno persone che hanno la possibilità di accedervi.

Quando iniziai a esplorare il mondo delle ONG che avevano attivato progetti telematici in Africa (nel 1994) mi imbattei in soluzioni che facevano uso di tecnologia "povera" per sopperire alla mancanza di infrastrutture. Anche Internet, che pure non arrivava nell’Africa Sub Sahariana, era quasi solo testo, pochissime immagini e niente animazioni, video, audio, soluzioni interattive e soprattutto pochissimo commerciale.

I primi progetti di connessioni telematiche, dedicate perlopiù a ONG locali, sono stati realizzati da associazioni quali APC (American Progressive Communication), GreenNet: avete mai sentito parlare di loro? Eppure i pionieri della comunicazione elettronica che hanno posto le basi per lo sviluppo telematico del continente africano erano ONG che già avevano individuato come cardine per lo sviluppo economico dell’Africa una maggior possibilità di connessioni e comunicazioni elettroniche.

La rete africana di quegli anni (1992-1995) era costituita da singole reti che comunicavano tra loro attraverso la tecnologia FidoNet (non Internet ma connessioni telefoniche dirette da nodo a nodo). Quindi un email impiegava anche giorni prima di giungere a destinazione. D’altra parte scelte di questo tipo tenevano in considerazione il background tecnologico africano, la qualità delle infrastrutture esistenti e un’etica che puntava più sul rispetto che sul risultato, una sorta di parallelo con la pratica dell’inculturazione in campo missionario.
Squadre di volontari "solidali" occidentali hanno tenuto workshop, seminari per formare tecnici, amministratori e gestori di rete africani con un occhio particolare al mondo delle ONG. Infatti il terreno di crescita di queste strutture era quello delle organizzazioni ecopacifiste dei vari paesi africani. Poi è arrivata prepotentemente Internet e ha aperto nuovi scenari, nuove soluzioni ma anche nuovi problemi che si scontravano con la situazione reale.

Quando ho iniziato la mia esperienza di volontariato telematico in Africa, Internet stava facendo la sua comparsa attraverso il Web in tutto il mondo e tutti stavano già passando dalla pura comunicazione testuale (email, gruppi di discussione, mailing list) a quella più affascinante delle immagini e dell’interattività. Io invece andavo a proporre soluzioni più povere ma che rappresentavano per loro l’unica possibilità per uscire dall’isolamento.

Nel 1995 conosco padre Kizito Sesana che collabora con Koinonia Community: una comunità di cristiani laici kenyani che hanno deciso di vivere la propria esistenza al servizio degli altri scegliendo di mettere in comune tutto, dalla casa, al cibo, al lavoro.
Koinonia ora è soprattutto due centri di accoglienza per bambini (Kivuli) e bambine (Casa di Anita) di strada, ma anche Africa Peace Point, Amani People Theatre, Africanews e progetti di sviluppo e assistenza alle popolazioni Nuba del Sudan, e molto altro ancora; per maggiorni informazioni fate riferimento al sito www.peacelink.it/amani.html

Koinonia Community stava per lanciare una News Features (una sorta di bollettino mensile realizzato da giornalisti africani di vari paesi che trattava temi quali la pace, l’ecologia, la religione, i diritti umani, l’economia e la cultura africana) chiamato Africanews. Africanews era stato pensato per una realizzazione cartacea e una diffusione via posta tradizionale. Dall’incontro con Kizito è nata l’idea di fare un esperimento: partire da subito, dal numero 0 della newsletter, con due versioni: una cartacea e una elettronica. A me spettava il compito di aiutare la redazione a impiantare la parte elettronica e decidere le modalità di diffusione.
Decidiamo per una duplice soluzione (che funziona ancora oggi): una sul Web, con una impaginazione e un’archiviazione cronologica degli articoli e una solo testo da inviare via posta elettronica. PeaceLink, con cui collaboravo, diede la disponibilità di aprire una nuova lista di distribuzione chiamata per l’appunto Africanews. Non solo, lanciamo qui in Italia la campagna PeaceLink for Africa che si occupa di raccogliere fondi per aiutare la realizzazione di Africanews, la diffusione delle informazioni il collegamento tra le varie realtà che si ocupano di Africa e mondo nero in Italia (la prima versione elettronica di Nigrizia è nata proprio da questa campagna).

Parto quindi per Nairobi nell’ottobre di quell’anno non sapendo bene cosa mi attende e quali possibilità avrò per aiutare i koinonians nella realizzazione della redazione telematica di Africanews. Il Media Center, la redazione è in una stanza della casa dove vive la comunità, nel quartiere di Riruta, alla periferia di Nairobi e ai margini dello slum di Kawangware. Povere case, strade rosse di polvere, e di fango quando piove, ma anche frotte di bambini scorrazzanti, donne che vendono pannocchie abbrustolite ai margini della strada, concertini improvvisati dai vari predicatori, matatu che schizzano sulle strade in una nuvola di fumo e tanto, tanto colore.
L’Africa vera, quella degli africani mi aveva aperto le porte.
Quelli, sono stati, seppur pochi, giorni intensissimi. Per un europeo come me che incontrava per la prima volta l’Africa è stata una svolta, un giro di boa. La nostra connessione, ricordo ancora perfettamente il giorno in cui la stabilimmo, fu creata da un tecnico della compagnia telefonica che aveva unito i fili con un cerotto che io avevo portato (in mancanza di altro). Questa è l’arte di arrangiarsi, l’esuberante creatività tutta africana che coniuga tecnica e vita, quella vera. Il cerotto funzionò perfettamente, tant’è che il giorno stesso spedii un email in Italia e per tutto il periodo della mia permanenza quello fu l’unico, ma anche molto efficiente mezzo di comunicazione con la mia famiglia.

In quei pochi giorni, fra un ugali e sukumawiki e una Tasker gustata al Top Life bar, stabilimmo delle procedure per facilitare la realizzazione della versione elettronica della newsletter. Come modificare i testi, le problematiche inerenti alla codifica ASCII (il set di caratteri usato nella posta elettronica), la formattazione dei testi, le modalità di spedizione: insomma tutto ciò che concerne la trasformazione di articoli arrivati nei modi più disparati a Koinonia (lettere cartacee, fax, email) in un testo uniforme pronto per essere diffuso in tutto il mondo.

Nell’aprile 1996 parte il primo numero di Africanews (ora siamo al numero 84) e da allora il flusso di informazioni tra Koinonia e l’Italia non si è mai interrotto. Forse i metodi sono ancora molto tradizionali ma il risultato è di tutto rispetto.
Più di 3000 visitatori al mese sulle pagine Web di Africanews, centinaia di iscritti alle newsletter. La versione elettronica ora ha una diffusione maggiore di quella cartacea e, ovviamente, un abbattimento dei costi di stampa e spedizione notevole.

Nel dicembre del ’97 riparto per Nairobi con il compito di tenere un corso di formazione per realizzazione di pagine Web allo staff di Africanews. 20 giorni sono pochi, lo so, ma lavoriamo alacremente tutti i giorni (anche il 31 dicembre!) e alla fine sembra che un minimo di infarinatura sia stata acquisita. Purtroppo la vita e gli impegni di tutti i giorni non consentono allo staff di praticare frequentemente le tecniche acquisite e quindi nei mesi successivi si ritorna alla situazione precedente. Io mi ero anche illuso di poter seguire lo staff via email ma come sempre la realtà non corrisponde sempre con le nostre aspettative, soprattutto perché esse non tengono conto della vita in un quartiere disagiato alla periferia di una grande città africana.

Nel dicembre 2002 torno a Nairobi, questa volta con mio figlio, Simone, e nonostante non fosse nelle nostre intenzioni impegnarci nella risoluzione di problemi tecnici sono di nuovo qui a pensare con altri amici di PeaceLink soluzioni affidabili e proponibili per rendere lo staff di Africanews autonomo. In questi mesi lo staff tecnico di PeaceLink sta lavorando a un “motore” che possa consentire a ONG in giro per il mondo, anche nelle situazioni più disagiate (ad esempio in Palestina o altre situazioni di guerra) di mettere in piedi facilmente un server web autonomo e di poterlo gestire grazie ai nuovi strumementi software studiati per situazioni di questo tipo (realizzazione di news, bollettini, appelli, forum di discussione, petizioni, raccolta di firme, comunicazioni veloci tra i membri dell’associazione, pubblicazione di pagine su server remoti dislocati in altri continenti).

Naturalmente questa volta pensiamo a training di formazione con tempi più lunghi, adeguati alla situazione del paese in cui si opera.
Nella creazione di questo tipo di servizi si cerca di privilegiare l’utilizzo di software libero (Linux, Open Source) che svincola l’utente dal cappio delle licenze, che diventa un vero debito con multinazionali occidentali per paesi il cui PIL è inferiore al reddito del presidente di queste società.

Dal filo telefonico unito con il cerotto al CMS (Content Manager System, il sistema di gestione di pagine che consente di rendere autonome redazioni come quella di Africanews) di strada insieme se n’è fatta. Ma sono sicuro che senza l’allegria degli amici di Koinonia, i loro abbracci calorosi quando ci incontra anche a distanza di anni, senza i profumi intensissimi della periferia di Nairobi, gli occhi spalancati di Nicolas, il sorriso di Kennedy, l’esuberanza di Kema, la forza di Joseph (alcuni degli ex street children ospitati e seguiti dalla Koinonia Community) tutto questo non avrebbe senso.

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