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Fonte: Il Manifesto

La conoscenza è la «sede» per elaborare, sperimentare, connettere e contaminare tra loro punti di vista e esperienze maturate all'interno di «universi» locali. La realtà planetaria e reticolare costituita da Internet sembra definire un contesto in cui tutta la complessità di questa concezione della conoscenza richiese analisi e risposte adeguate. Il World wiade web è una rete per tanti aspetti simile a una rete neuro-cerebrale che un insieme di ecosistemi differenziati e collegati tra loro all'interno della biosfera. Ogni computer, ogni nodo della rete, come parte del tutto, contribuisce alla sua evoluzione qualitativa e quantitativa, così come questa ricchezza sistemica diversificata può passare tutta per il piccolo nodo, il tutto nella parte. Non si tratta dunque solo di un nuovo strumento tecnico interno ad un modello classico di relazione verticale «uno a molti»: il web può essere tale solo all'interno di una relazione bidirezionale. Una delle prime conseguenze di questa interattività è la moltiplicazione di funzioni e un «nomadismo» culturale nel quale ai battaglioni irrigimentati si sostituiscono gli sciami nella loro composizione\scomposizione e mobilità. Proprio per queste caratteristiche, la «rete delle reti» è una estensione delle possibilità cognitive che manifesta una resistenza a qualsiasi tentativo di riduzione della sua complessità.

Conseguentemente, la riduzione a merce dei contenuti della comunicazione risulta un'operazione «propotente» e, al tempo stesso, goffa. Prendiamo ad esempio la musica memorizzata su cd o i racconti che stanno nei libri o i film che stanno su nastro: a queste produzioni si sta applicando in modo estensivo le norme sulla proprietà al punto intellettuale. Da sempre, però, ogni prodotto ha avuto un «carico informativo», ma che nel corso del tempo è diventato sempre più determinante al punto che la stessa conoscenza è diventata essa stessa un processo produttivo. Per questo motivo si cerca di applicare ad essa i modelli a tutela della proprietà intellettuale propri della società industriale.

Gli eccessi del copyright, però, non conoscono limiti, tant'è che i familiari di John Cage, nel nome del diritto d'autore, hanno intentato causa ad un musicista colpevole di aver inserito in un album 60 secondi di silenzio totale, silenzio già usato da Cage per un suo brano.

In queste sede non interessa mettere in luce il sistema internazionale sulla proprietà intellettuale come elemento indispensabile per operazioni di marketing da parte di imprese multinazionali che, nel settore dell'agricoltura o in quello informatico, tendono a definire condizioni monopolistiche. Né solo denunciare come queste imprese «fidelizzano» il cliente attraverso relazioni di tale dipendenza da risultare un vero e proprio asservimento. Contro questa logica è cresciuta una consapevolezza planetaria. Ovunque nel mondo, infatti, dall'agricoltura al software, la proprietà intellettuale dà luogo a conflitti sociali e a contenziosi giuridici tra istituzioni pubbliche e imprese monopoliste. Tuttavia c'è qualcosa che va oltre la natura di un modello commerciale e chiama in causa, in modo irripetibile, la politica istituzionale: queste realtà monopolistiche tentano di scambiare come prodotti, da tutelare tramite brevetti, gli alfabeti utilizzati per produrli. Siano alfabeti appartenenti alla sfera biologica, come i codici genetici, o appartenenti alla sfera antropologica come gli algoritmi o le sequenze di accordi musicali. Con la riduzione degli alfabeti ad una logica proprietaria è dunque a rischio la libertà di narrazione, di comunicazione, naturale o culturale, di espressione, di creazione culturale e colturale.

In questo consteso, è più che lecita la domanda sull'utilità dei brevetti e del copyright. Un quesito di difficile risposta che apre comunque la strada a soluzioni intermedie come il ritorno a tutele differenziate a seconda del prodotto o del processo, la libertà d'uso di una conoscenza per finalità no-profit. Basti pensare al ruolo «progressivo» della licenza Gpl di Gnu-Linux che rovescia la logica proprietaria del diritto d'autore. L'esperienza del software libero ha infatti dimostrato l'utilità produttiva e sociale della condivisione della conoscenza. Una nuova frontiera per la giurisprudenza e per i parlamenti risiede nel riconoscere le conoscenze prodotte in ambiti pubblici (università e centri di ricerca) come patrimonio pubblico universale non disponibile e non riducibile ad alcuna privatizzazione. E al tempo stesso spinge alla definizione di un nuovo modello di tutele che non freni l'innovazione e la condivisione delle conoscenza che dal supporto digitale si estenda alla sfera biologica. A conforto di tale progetto legislativo vengono dall'opposizione alla «brevettabilità del vivente», che da Seattle a Cancun ha sostenuto che «il mondo non è in vendita».

Con l'iniziativa di domani alla Iulm di Milano sui «Creative Commons» (inizio alle ore 9.00, Via Carlo Bo, 1) , che vedrà, tra i tanti contributi, le relazioni di studiosi come Lawrence Lessig, Claudio Prado, Stefano Rodotà, Mauro Pagani, vogliamo riaprire la possibilità di un altro modello giuridico, che attraverso gli assunti teorici della necessità della disponibilità degli alfabeti e dei contenuti digitali, ormai condivisi da tante e tanti. divenga pratica concreta nelle politiche delle istituzioni, delle università, finanche delle imprese. Aggiornata la cassetta degli attrezzi, è ormai tempo di cominciare a lavorare.

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