Dall'auto al cannone: il riarmo tedesco e lo spettro dell'estrema destra
Il numero 6/2026 di Limes, intitolato Vogliamo la guerra totale?, dipinge un quadro dell'Europa sull'orlo di un baratro. Al centro di questo scenario torna a pulsare la "questione tedesca" con una forza che non si vedeva dalla fine della Seconda guerra mondiale. Il volume analizza una metamorfosi profonda, in cui la Germania sta compiendo un salto epocale: da locomotiva economica a potenza militare, rompendo tabù storici in un contesto di crisi industriale e di fragilità politica interna.

La fine del tabù e la riconversione industriale
Il riarmo della Germania, come descritto da Limes, non è più un'ipotesi ma una realtà in atto, portata avanti dalla grande coalizione tra CDU (cristiano-democratici) e SPD (socialdemocratici). Il cuore pulsante di questa trasformazione è la riconversione delle fabbriche civili in stabilimenti per la produzione bellica, un passaggio che il direttore della rivista definisce come il passaggio "dall'auto al cannone". Questa strategia si presenta come un tentativo di salvare l'ecosistema industriale tedesco, in crisi profonda .
La crisi della Volkswagen è un esempio emblematico di questa realtà. Il gruppo automobilistico, un tempo simbolo del miracolo economico tedesco, sta attraversando la più grande ristrutturazione della sua storia. Con un divario di competitività stimato intorno al 20% rispetto ai competitor asiatici, il CEO Oliver Blume ha confermato che sono a rischio fino a 100.000 posti di lavoro a livello globale. Le fabbriche di Hannover, Emden, Zwickau e Neckarsulm sono sul filo del rasoio, e l'industria della difesa viene indicata come una possibile "soluzione" per gli stabilimenti sottoutilizzati .
Una crisi di modello: i mercati perduti
La Germania sta pagando a caro prezzo la rottura dei legami con i suoi due principali mercati di riferimento: Russia e Cina.
Dopo aver individuato nella Russia la minaccia strategica da contrastare, Berlino ha dovuto fare i conti con il crollo di un rapporto commerciale che nel 2021 valeva quasi 60 miliardi di euro. Le importazioni dalla Russia sono crollate del 94,6% e le esportazioni del 71,6%, facendo precipitare Mosca al 59° posto tra i partner commerciali della Germania.
Allo stesso tempo, la Germania cerca di tenere aperto un canale con la Cina, il suo principale partner commerciale. Il cancelliere Friedrich Merz si è recato a Pechino alla fine dello scorso febbraio per rilanciare i rapporti, cercando di evitare una guerra commerciale che sarebbe letale per l'economia tedesca. Ma dietro le strette di mano si nasconde un punto di rottura politico che si è consumato nel febbraio 2022, con l'invasione russa dell'Ucraina. La Germania si è completamente allineata alle ragioni militari della Nato non solo per non dipendere economicamente dal gas di Mosca (il governo federale tedesco non vuole ripristinare il gasdotto Nord Stream danneggiato da un commando ucraino su ordine di Kiev) ma anche per allentare la dipendenza dal mercato cinese.
L'appoggio politico ed economico di Pechino alla Russia preoccupa Berlino, che percepisce di avere una dipendenza commerciale dalla Cina. Dal 2022 l'idillio dell'era di Angela Merkel finisce per sempre e inizia un difficile tentativo di bilanciamento tra un nemico dichiarato (la Russia) e un partner scomodo (la Cina), rende la Germania sempre più inquieta di fronte a dinamiche geopolitiche che fatica a controllare mentre cresce una crisi economica senza precedenti. Tra maggio 2025 e la prima metà del 2026, il mercato del lavoro tedesco ha perso una media di 16.000 occupati al mese.
L'ombra dell'AfD e il pericolo per la democrazia
Ed è proprio in questo contesto di crisi economica e di profondo malcontento sociale che cresce il consenso per l'estrema destra. L'Alternative für Deutschland (AfD), partito monitorato dai servizi di intelligence per sospette tendenze anticostituzionali, sta raccogliendo i frutti della disillusione popolare. Come sottolinea Limes, l'ascesa dell'AfD è evidente: è ormai in testa ai sondaggi. Rappresenta il fronte interno tedesco sempre più inquieto.
L'AfD si attesta stabilmente tra il 27% e il 29% delle preferenze. Nello Stato della Sassonia-Anhalt, i sondaggi in vista delle imminenti elezioni regionali di inizio settembre attribuiscono all'AfD il 41%-42% dei voti. [1, 2]
Questa percentuale apre per la prima volta nella storia tedesca del dopoguerra lo scenario concreto in cui un partito di estrema destra possa puntare a ottenere la maggioranza assoluta dei seggi in un parlamento regionale, potendo così governare da solo.
La CDU/CSU (il partito del Cancelliere Merz) è finita in seconda posizione, oscillando tra il 20% e il 22%, segnando il distacco più ampio mai registrato a favore dell'AfD.
Il crollo dei Socialdemocratici: la SPD (storico partito di centrosinistra) è scivolata intorno al 12%-13%, venendo raggiunta persino dal partito della sinistra radicale (Die Linke) in alcune rilevazioni.
I Verdi pagano la poco popolare scelta di staccare le case dal gas e di autorizzare la riapertura temporanea delle centrali a carbone, l'energia più inquinante in assoluto.
I recenti congressi del partito di estrema destra hanno riconfermato Alice Weidel e Tino Chrupalla alla guida, con un consenso in crescita, mentre le proteste di piazza radunano decine di migliaia di manifestanti. La prospettiva descritta da Limes è inquietante: l'estrema destra, cavalcando il disagio sociale, potrebbe giungere al governo in un momento storico in cui la Germania disporrà del più grande esercito europeo e di una capacità produttiva riconvertita al militare. Un comparto verso cui convogliare i disoccupati in aumento, come avvenne durante l'ascesa di Hitler negli anni Trenta.
Questo scenario, in cui un partito nazionalista e xenofobo potrebbe ereditare una macchina da guerra appena costruita, è il vero, agghiacciante nodo del riarmo tedesco. La storia non si ripete mai nelle stesse forme ma le analogie con il passato sono oggi troppo forti per essere ignorate da chi ha studiato la storia.
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