Vertice NATO 2026: armi, armi, armi Ma c'è chi dice no

Il calo del potere d’acquisto, l'impennata del costo della vita e l'aumento delle disuguaglianze sono indicatori di una Italia alle prese con un impoverimento strutturale. Eppure sempre più armata
13 luglio 2026

Meloni al vertice NATO

In una intervista di giugno al Financial Times, il segretario generale della NATO Mark Rutte aveva annunciato che il valore degli ordini in armi europei e canadesi, ammonta ad oggi circa 300 miliardi di dollari. Ciò si traduce in quasi 200.000 posti di lavoro negli Stati Uniti.                                      Pertanto l'aumento dei fondi destinati al rafforzamento della difesa hanno avuto un risultato tangibile sotto forma di crescita economica americana.                                                                A pochi giorni dal summit NATO di Ankara, il comandante supremo alleato in Europa (SACEUR) della NATO, lo statunitense Alexus G. Grynkewich, ha dichiarato a Reuters che “nel giro di poche settimane, gli alleati europei hanno in gran parte colmato le lacune lasciate dalle riduzioni degli Stati Uniti al Modello della Forza NATO”. Il Pentagono ha ritirato un gran numero di aerei, droni, navi e sottomarini, annullando la precedente disponibilità per le operazioni NATO. Questo ritiro ha incluso uno dei due stormi di bombardieri a lungo raggio, 54 dei 153 aerei da combattimento e metà dei loro squadroni di incrociatori e cacciatorpediniere. Un esempio di ciò che potrebbe ancora mancare è la sostituzione dei bombardieri a lungo raggio americani.

Una NATO europeizzata?

Tuttavia il sottosegretario alla Difesa per la politica Elbridge Colby ha elogiato Berlino, dopo un incontro con il capo delle forze armate tedesche Carsten Breuer, per aver accettato di aumentare i suoi militari in linea con la visione del presidente Trump: “il presidente Trump ha giustamente stabilito che l’Europa deve fare un passo avanti e ⁠la NATO non deve più essere una tigre di carta. La Germania sta ora assumendo il ruolo di primo piano in questo. Dopo anni di disarmo Berlino si sta facendo avanti”. Colby ha aggiunto che il nuovo piano strategico militare della Germania mostra un “percorso chiaro in avanti” e che il Dipartimento della Difesa non vede l’ora di “collaborare da vicino”. Di fatto il cancelliere tedesco Merz vuole intestarsi la guida della difesa d’Europa in una NATO 3.0 europeizzata: conta pertanto di investire il 3,5% del pil in difesa già nel 2029, anticipando il target Nato del 2035 e assegnando per il 2027 109,7 miliardi di euro alla Difesa, un terzo in più rispetto agli 82 miliardi del 2026. Nel frattempo il CEO della Volkswagen Oliver Blume, starebbe pianificando di tagliare fino a 100.000 posti di lavoro sui circa 657.000 dipendenti del gruppo a livello mondiale, il doppio rispetto ai 50.000 tagli già annunciati a marzo e all'epoca già considerati storicamente significativi. Ad aprile i disoccupati rimangono sopra la soglia psicologica di tre milioni e il partito nazista AFD (Alternative für Deutschland) è in crescita.

Ankara

L’otto luglio al summit di Ankara, Merk Rutte ha annunciato che i 32 leader degli Stati membri della Nato hanno ufficializzato nuovi acquisti per oltre 50 miliardi di dollari in capacita' militari, e che si impegnano 'ad ampliare la capacita' produttiva collettiva e a collaborare con l'industria per accelerare l'innovazione'. Il primo giorno, al NATO Defence Industry Forum ( NSDIF26 ) dedicato alla produzione, agli investimenti e all'innovazione nel settore della difesa transatlantica in vista del 5% del PIL entro il 2035, hanno deciso la “Strategia per la cooperazione tra l'industria e la NATO”.    Naturalmente, per avvallare la necessità di una spesa militare così alta,e la militarizzazione delle infrastrutture, in paesi già afflitti da crisi economiche, si è creato uno scenario di paura e guerra paura permanente. Ed ecco che fra i provvedimenti vengono incluse anche le spese per la componente militare delle attività miste civili-militari. Rientrano in questa categoria aeroporti, servizi meteorologici, porti e ausili alla navigazione, servizi di approvvigionamento congiunti e la ricerca e sviluppo.Fra i 50 miliardi di nuova spesa, che si inserisce fra i 38 progetti già in essere, spiccano:

- la sostituzione della la flotta di Boeing E-3 Sentry AWACS con i SAAB svedesi per allerta precoce e sorveglianza GlobalEye (Belgio, Canada, Danimarca, Germania, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Norvegia e Romania);                                                                                                       - un nuovo progetto multinazionale per una flotta di aerei militari Airbus A400M (Belgio, Croazia, Francia, Polonia, Spagna, Turchia e Regno Unito);                                                                               - Danimarca, Finlandia, Germania e Norvegia hanno annunciato l'acquisizione di un massimo di cinque velivoli senza pilota Northrop Grumman MQ-4C Triton;                                                              - gli alleati si sono impegnati a investire oltre 40 miliardi di dollari in capacità anti-drone e lancerà un mercato anti-drone per accelerare gli appalti;                                                                                        - l'Agenzia NATO ha assegnato un contratto del valore di centinaia di milioni di dollari per droni di sorveglianza;                                                                                                                                          - quattro diverse iniziative spaziali, tra cui un progetto congiunto di otto nazioni (Canada, Danimarca, Finlandia, Germania, Norvegia, Paesi Bassi, Svezia e Turchia) per esplorare la possibilità di realizzare una costellazione di satelliti militari;                                                                                        - Lockheed Martin ha annunciato due nuove iniziative missilistiche europee: un memorandum d’intesa con Rheinmetall per un hub europeo di produzione del sistema missilistico tattico ATACMS, inoltre Stati Uniti, Germania, Paesi Bassi, Polonia e Svezia valuteranno la possibilità di istituire un impianto di manutenzione europeo per gli intercettori PAC-3 Missile Segment Enhancement and Cost Reduction Initiative della Lockheed Martin;                                                                                   - Canada, Repubblica Ceca, Danimarca, Finlandia, Grecia, Norvegia, Slovacchia, Svezia e Turchia svilupperanno un prototipo di munizione generica NATO da 155 mm per un valore totale di 1,6 miliardi di dollari;                                                                                                                                    - Danimarca, Francia, Italia, Norvegia, Turchia e Regno Unito) hanno inoltre lanciato il progetto multinazionale NATO "Ground-Based Precision Strike Capabilities High Visibility Project" per esplorare lo sviluppo di nuove capacità di attacco di precisione a lungo raggio, inclusi nuovi lanciatori e missili.

Leonardo S.p.A. e le menzogne del governo Meloni

Lorenzo Mariani, nuovo amministratore delegato di Leonardo, al termine del Forum sull'industria della difesa ad Ankara ha annunciato due iniziative con l’Alleanza Atlantica: l’accordo del valore di circa 200 milioni di euro per il programma Protected Business Network per la trasformazione digitale della Nato insieme ad Accenture e la selezione, in consorzio con Thales, per realizzare un nuovo sistema di comunicazione destinato al Comando delle Forze Speciali Alleate.                                  Confermando la piena sintonia con la politica di difesa del governo Meloni, ha dichiarato che l’obiettivo del 5% è realistico e che poco importa se c’è o meno il ricorso ai prestiti del programma europeo Safe, perché i programmi del gruppo poggiano sul bilancio ordinario della Difesa. Ma se è il governo che deve decidere, Mariani non può che ritenersi soddisfatto che sia assegnato il secondo contratto internazionale, dal valore di 4,6 miliardi di sterline, per consentire il completamento della fase di definizione del concept avanzato del Global Combat Air Programme (GCAP). E non può che essere d’accordo con le parole della premier quando afferma che “è tempo che l'Ue garantisca la propria sicurezza da sola” sottolineando però che "se investiamo in difesa quei soldi devono restare in Italia, nelle nostre fabbriche, nella nostra ricerca, nei nostri territori, quindi più sicurezza ma anche più lavoro qualificato, più ricerca e non assegni all'estero”.                                                                Una menzogna colossale se si pensa che l’Italia ha già speso 4,4 miliardi di euro in quattro anno per investimenti americani, e che i 9,9 miliardi di investimenti in armi per il 2026, a cui bisogna aggiungere 3 miliardi del Ministero delle imprese e del made in Italy, riguardano anche programmi americani (e la spesa per acquisto di armi israeliane).

Menzogna quando afferma che esiste un “noi” riferendosi a una fabbrica d’armi che occupa circa 38.320 dipendenti in Italia dei 62.762 nel mondo (dati Leonardo 2025).                                            Menzogna quando si fa riferimento a una filiera di 11.000 aziende nel mondo ci cui 4.500 in Italia.

Complessivamente l’Italia ha speso per la difesa 35,5 miliardi nel 2025 e prevede, solo per i prossimi 2 anni, un aumento di 19 miliardi nel prossimo biennio (6-7 miliardi aggiuntivi nel 2027 e 12-13 miliardi aggiuntivi nel 2028) che porterà l’Italia a un livello di spesa militare di circa il 3,2% del Pil nel 2028. Intanto in Italia oltre 5,7 milioni di persone vivono in povertà assoluta, inclusi molti lavoratori dipendenti e minori. Il calo del potere d’acquisto, l'impennata del costo della vita e l'aumento delle disuguaglianze sono indicatori di una Italia alle prese con un impoverimento strutturale. Eppure sempre più armata.

C’è chi dice no

- Report dell’incontro del 30 giugno presso il Campus Leonardo di Milano fra universitari e lavoratori di Leonardo: “Lavorerò per la guerra? E’ possibile una riconversione industriale da militare a civile per Leonardo S.p.A.?                                                                               - Intervista ai lavoratori Leonardo di Torino 

Report dell’incontro del 30 giugno presso il Campus Leonardo di Milano fra universitari e lavoratori di Leonardo

Rossana De Simone - ex lavoratrice Aermacchi

L’economia di guerra è innanzitutto un cambiamento nei livelli e composizione della spesa pubblica. Una guerra può essere finanziata in cinque modi:

- indebitamento (interno ed estero) - aiuti militari ed economici (donazioni internazionali) - prelievo fiscale - creazione di moneta - vendita di attività (oro, es.: saccheggio oro da parte dei nazisti, e altre attività)

L’aumento delle spese militari, oltre al riarmo chiesto da Trump ai paesi europei della NATO, ha come sbocco naturale la guerra (globale o regionale). Per quella russo-ucraina, in termini di PI, l’aumento è stato di 3,6% del 2021 al 7,01% del 2024 per la Russia e del 3,4% del 2021 al 34,5% del 2024 per l’Ucraina. Dati che indicano una differenza fra mobilitazione parziale e una economia che impiega gran parte delle risorse.

In particolare la teoria del “keynesismo militare”, stimolare l’economia senza redistribuire la ricchezza, sostiene che la crescita degli investimenti nell'industria di guerra è una modalità di fuoriuscita da una crisi economica provocata del sistema capitalistico. Un esempio è la crisi del 1929, ovvero quella crisi economica iniziata negli Stati Uniti, che alla fine degli anni venti colpì l’economia mondiale riducendo su scala globale produzione, occupazione, redditi, salari, consumi e risparmi. Lo scoppio della seconda guerra mondiale dimostra come lo spostamento del finanziamento pubblico alla produzione militare sia stato usato non solo in funzione anticiclica, stabilizzazione dei mercati, ma anche come stabilizzatore politico grazie al controllo statale del mondo del lavoro e della società.

Nell’industria aerospaziale la produzione civile e quella militare si compensano vicendevolmente perché occupano mercati diversi, quello civile è influenzato da oscillazioni economiche globali, pandemie o crisi energetiche, quello militare subisce misure protezionistiche, sostenibilità economica e crisi della domanda (prospettiva di pace) che dimezzano o annullano commesse e contratti già in essere.

Nel 2025 la spesa militare mondiale è stata pari a 2.887 miliardi di dollari, registrando una crescita annua del 2,9% e segnando l'undicesimo anno consecutivo di crescita globale. Gli USA sono sempre al primo posto seguiti da Cina e Russia. Fra i paesi europei la Germania si piazza al quarto posto, la Francia al nono e l’Italia al dodicesimo posto. Complessivamente l’Europa supera la Russia quanto a spesa militare. L’Ucraina è settima mentre Israele è undicesima.                                                                                

Questa massiccia iniezione di denaro pubblico ha orientato la conversione di linee produttive del settore automobilistico europeo in crisi verso prodotti militari (Renault, Mercedes, Peugeot, Volkswagen), generato nuove startup, creazione di joint venture o incentivato la finalizzazione al militare delle tecnologie dual-use.

Altra funzione delle spese militari consiste nel finanziare, almeno in parte, l’innovazione tecnologica del processo produttivo delle aziende militari. Dall’automazione alla robotizzazione sino alla digitalizzazione, il settore militare viene garantito perché classificato strategico per la difesa del paese e per garantire una superiorità tecnologica.

L’industria della difesa e sicurezza deve dunque soddisfare le scelte politiche dei vari governi e collaborare con le Forze armate. Il siluramento dell’amministratore delegato di Leonardo Roberto Cingolani è stata una decisione del governo, presa con i vertici delle Forze armate, non per i risultati finanziari della società, positivi visto il riarmo, e neanche per le capacità tecnico-scientifiche e manageriali, ma perché ha concentrato le attività dell’azienda nei settori della sicurezza informatica, digitalizzazione e intelligenza artificiale. Tutte tecnologie indispensabili alle nuove guerre.

Non sono dunque bastate le joint venture siglate con la turca Baykar (droni), la tedesca Rheinmetall (veicoli e carri armati), e l’accordo con Thales e Airbus (spazio) o altro ancora, quanto piuttosto la troppa indipendenza nelle decisioni strategiche su determinati programmi come il sistema di difesa Michelangelo Dome che ha indispettito gli israeliani e la società statunitense Palantir. Palantir, come le maggiori big tech statunitensi, ha sottoscritto un patto con Trump e fa affari con Israele.

Gio­van­bat­ti­sta Faz­zo­lari, sot­to­se­gre­ta­rio alla pre­si­denza del Con­si­glio del governo Meloni, ha difeso la scelta di sostituire Roberto Cingolani con Lorenzo Mariami, ex Ceo MBDA (missili) Italia, con questa dichiarazione: “E’ cam­biato lo schema di gioco dopo la guerra in Ucraina e quella in Medio Oriente. Tre anni fa ser­viva un visio­na­rio, oggi serve un costrut­tore. Ieri biso­gnava ripen­sare l’azienda, oggi biso­gna riem­pire le linee di pro­du­zione. Ieri l’inno­va­zione, oggi le con­se­gne”.

Lavoratore Leonardo Grottaglie.

Il sito di Grottaglie è nato nel 2006 con produzione civile (aviazione). Da due anni in discussione joint venture con fondo saudita, poche informazioni nonostante le richieste di chiarimento da perte dei sindacati. Cingolani si è lasciato sfuggire possibilità delocalizzazione. Da mesi tutto tace sul tema, con il cambio vertice ancora nessun riscontro su un incontro con i sindacati. Possibile progetto di ricoversione del sito a produzione militare.

Il dossier mette a paragone civile e militare per sfatare dei miti e aprire dei tavoli di discussione anche istituzionali. Parte da un'analisi di mercato che mette in luce le prospettive di crescita del settore, in particolare legate al rinnovo delle flotte e ai mercati emergenti. Altissima domanda prevista per il futuro.

Riconvertirsi al bellico riduce la resilienza industriale, invece diversificare sul civile riduce i rischi dii mercato. Anche analizzando i dati storici, il civile è meno suscettibile ad oscillazioni di mercato (e.g. crisi energetiche), è sempre stato così tranne che nel periodo Covid. Il militare invece è più oscillatorio, perché dipende da finanziamenti pubblici (tolti di solito al welfare). Il civile spesso attinge da finanziamenti ESG, meno dal pubblico, quindi anche più controlli in merito agli standard ambientali.

Il civile è più stabile, infatti vede una programmazione di 20-30 anni su contratti stabili che permettono il radicamento sul territorio (pacchetti civili). I pacchetti militari di solito si esauriscono in pochi anni. Anche a livello di contratti, il civile ha 70% contratti indeterminato, militare 40%. I pacchetti civili saturano anche più lavoratori, la riconversione al militare apre al rischio di esuberi. Nel militare poi l'indotto è oiù centralizzato nelle mani di pochi.

Dati storici: aumento spesa militare non si è accompagnato a un aumento significativo dell'occupazione, anche perché spesso dipendente da importazioni USA (quindi forse USA unici a beneficiane davvero). L'unico verso vantaggio che porta il militare rispetto al civile sono profitti e quotazioni in borsa nell'immediato.

N.B. Non è vero che una volta riconvertiti al militare è possibile tornare indietro: le linee di produzione spesso sono molto diverse.                                                                           Ambiente: il civile ha normative per accedere ai finanziamenti. Nel militare si fanno spesso esenzioni dagli standard ambientali per necessità di difesa. 

Domande:

1) E' vero che la ricerca sul militare porta a vantaggi sul civile?

Forse un tempo, adesso invece è spesso la ricerca civile a portare vantaggi al militare.

Come è cambiato il mondo della ricerca e sviluppo dopo la crisi del 1989 (crollo del muro di Berlino e del bipolarismo):

Con la crisi dell'89 gli USA hanno cominciato a promuovere l'utilizzo delle tecnologie di derivazione spaziale per applicazioni sia militari sia civili.                                                    Le tecnologie dual-use hanno il pregio di essere più efficienti e a basso costo del trasferimento di tecnologie dal militare al civile. Il percorso che permette un trasferimento di tecnologie diverse ha bisogno di essere organizzato e di aiuti economici ed è lento.        Il ricorso alla riconversione bellica risultava troppo costoso, inoltre era necessario mantenere una base produttiva militare. E’ importante ricordare che in quegli anni i colossi della difesa statunitensi, come li conosciamo oggi, sono nati da fusioni (oligopoli) e dalla entrata massiccia nell’azionariato di soggetti finanziari (per Leonardo la finanziarizzazione della holding è avvenuta più tardi).

Le multinazionali più potenti, Amazon, Microsoft, Meta e Google, a cui bisogna aggiungere le corporation statunitensi di intelligenza artificiale come OpenAI, Anduril, Palantir o Anthropic, costituiscono i nuovi competitors del complesso militare-industriale perché più rapidi nella ricerca e innovazione. La necessità di condividere il valore strategico delle tecnologie digitali ha obbligato i colossi militari a sottoscriver accordi con le nuove big tech. Infatti sebbene le aziende belliche abbiano più esperienza nel settore degli armamenti, le big-tech hanno capito meglio non solo il nuovo modo di concepire la guerra, ma anche le nuove opportunità legate al mercato del digitale.Sono loro a detenere i database fondamentali per l’apprendimento automatico degli algoritmi che servono per l’identificazione di obiettivi, la selezione dei bersagli o l’esecuzione degli attacchi. Alcuni di questi database sono presenti nei sotterranei di Israele. Più inchieste giornalistiche hanno evidenziato come l'accesso diretto ai servizi cloud, da parte del Ministero della Difesa e delle Forze di Difesa Israeliane, abbia avuto un ruolo centrale al compimento del genocidio a Gaza.

Per capire quanto il software sia diventato centrale nei sistemi d’arma possiamo prendere come esempio il caccia F-35 definito “computer volante”. Il software, composto da oltre 8 milioni di righe di codice, gestisce ogni aspetto dell’aereo dalla logistica al puntamento delle armi. Il software è di proprietà della Lockheed Martin che ne impedisce l’accesso. Questo impedimento significa limitare, se non bloccare, l’operatività dei velivoli non statunitensi (Israele è l’unico paese che ha avuto il permesso di apportare modifiche sui propri caccia).

2) Intervento Giovani Palestinesi

In questa fase è importante il protagonismo dei lavoratori perché conoscono i rapporti di forza interni alle aziende. Bisogna capire come mettere in atto una pressione interna per costruire un'alternativa. Le mobilitazioni dell'autunno sono riuscite a produrre un costo sull'economia della guerra. Per aumentare la conoscenza dell’ingranaggio della guerra si è pubblicato il dossier che GPI ha redatto (link al dossier: https://www.embargoforpalestine.com/italia )

3) Cosa si può fare dall'interno?

Creare delle reti verso l'esterno e agire in maniera sinergica, al di là delle differenze. Fondamentali le prese di posizione durante i dibattiti, anche usare le dimissioni dove possibile come strumento. Importante fare la rete con gli studenti che potrebbero essere i futuri lavoratori del settore militare. Leonardo ci tiene molto alla sua immagine e investe molto nell'acquisizione dei nuovi talenti. E' fondamentale conoscere il funzionamento degli accordi che il Politecnico sottoscrive con Leonardo, eliminare il principio di segretezza presente anche nei progetti di ricerca (sapere da dove arrivano i finanziamenti e quali sono i veri obiettivi). 

4) Come approcciare i lavoratori soprattutto in mancanza di gruppi attivi nelle aziende?

Importante il coinvolgimento dei sindacati che permettono di arrivare ai lavoratori. Il lavoratore singolo ha paura. Far dialogare i sindacati locali e creare una pressione dalla base, anche con assemblee interne all'azienda e assemblee cittadine. Necessario mappare il territorio per sapere come è strutturato dal punto di vista economico, sociale e culturale. Tener conto che spesso i sindacati sono complici dei vertici aziendali. Si possono portare avanti anche azioni legali contro le aziende che violano la legge 185/90.

5) Intervento CARC

Far comunicare tra loro i lavoratori, anche di realtà produttive diverse. Le aziende ormai sono delle caserme. Usare le pressioni esterne per iniziative interne. Alcune fabbriche possono essere riconvertite, fare pressione sull'azienda per il rispetto dell' Art. 11 e della legge 185. Fare volantinaggi e azioni informative. Ci sono accordi di cui neanche i lavoratori sono a conoscenza (vedi joint venture con la Baykar turca). Produrre per la NATO vuol dire diventare un obiettivo militare. Far capire che la questione è anche politica. 

6) Intervento Studente

Far girare le informazioni è il primo passo. E' un lavoro che portiamo avanti nel movimento antimilitarista spezzino ( https://speziamolearmi.org ) in collaborazione con il movimento No Base), Il nostro è un territorio molto militarizzato. Lavoro mappatura interregionale: prima basi militari, poi economia di guerra (pubblicato nel bollettino https://speziamolearmi.org/hub/ ). Importante il coordinamento tra le varie realtà e tra i lavoratori, anche al di là dei sindacati.

7) Qual è il ruolo della scienza nell'economia di guerra?

La scienza non è un mondo a parte. E' inserita all'interno di un sistema economico ed è condizionata dai finanziamenti. Riportare in primo piano un'idea di scienza "di base", non legata esclusivamente alle logiche di mercato. La ricerca universitaria deve essere pubblica e non finalizzata al militare.

Intervista ai lavoratori Leonardo di Torino a cura della rivista Antitesi

1. Qual è la situazione del vostro stabilimento dal punto di vista produttivo? Cosa produce? Qual è la funzione principale del vostro lavoro? Quanti siete? Avete percepito picchi di lavoro? Sapete se ci sia cassa integrazione nello stabilimento? Ecc.

Oggi lo stabilimento di Leonardo Torino ha un organico che sfiora i 1800 dipendenti, ed essendo in una fase di forte crescita occupazionale non prevede nessun ammortizzatore sociale come la cassa integrazione. Dal punto di vista economico, il programma che resta il più redditizio e che continua ad essere moneta corrente per i lavoratori di Torino e lo stabilimento di Caselle è l’Eurofigther Typhoon (Efa), il caccia di quarta generazione avanzata bimotore sorto nella seconda metà degli anni Novanta, che ha visto la progettazione e la produzione a carico di un consorzio formato dalle aziende leader del settore aeronautico di Germania, Regno Unito, Spagna e Italia.                                            Il concetto progettuale di questo velivolo prevedeva la difesa dello spazio aereo come caccia intercettore da superiorità aria/aria e rientrava quindi in un contesto di difesa di obiettivi anche civili.

È chiaro che il suo adattamento nel corso degli anni a caccia bombardiere e il corredo di sistemi d’arma da fuoco messi a sua disposizione, ha spostato l’asse concettuale da velivolo di difesa a velivolo d’attacco. La nascita del progetto Efa coincise col trasferimento di numerose lavorazioni civili dal sito di Torino verso gli stabilimenti campani, pugliesi e lombardi, allora in crisi di commesse, e il piano industriale del 1995 svuotò Torino della sua anima civile portando via il Boeing 767 a Pomigliano, le gondole motore a Venegono, le fibre di carbonio a Foggia, le lavorazioni a controllo numerico a Nola e le lamiere a Casoria.                                                                                                        

Oggi le ultime lavorazioni civili, presenti nel sito di Caselle Nord, sono riconducibili all’occupazione di circa 40 maestranze sul programma Falcon 2000, un jet bimotore della famiglia Dassault.                                                                                                                    A livello regionale, nella sua versione stealth, il caccia di quinta generazione F-35 viene oggi assemblato nello stabilimento di Cameri. Il percorso che ha portato all’adesione italiana a questo programma è stato coronato da una serie di proclami politici che sbandieravano e ostentavano l’occupazione di 10.000 lavoratori a pieno regime sul sito di Cameri (Novara), quando al 31/12/2025 il dato occupazionale è di 1109 maestranze di cui 80 somministrati. Inoltre, gli ingegneri e i tecnici italiani inviati dall’allora Alenia Aermacchi Finmeccanica in Lockheed Martin, non hanno mai potuto assistere agli sviluppi progettuali del velivolo restando al di fuori delle logiche Engineering basilari per il suo utilizzo, e quindi essenzialmente dipendenti dai diktat americani.

Il velivolo che dovrà sostituire l’Eurofigther Typhoon e che sarà il futuro dello stabilimento di Torino sembra essere il nuovo caccia di sesta generazione Gcap (Global Combat Air Programme), il programma che vede in campo Regno Unito, Italia e Giappone. Anche se oggi il programma subisce una fase d’incertezza dovuta ai ritardi finanziari di Londra, gli investimenti del Governo italiano e le massicce assunzioni avvenute in Leonardo in questi ultimi anni con conseguenti picchi di lavoro per lo stabilimento torinese, sono soprattutto volti ad accrescere le fila degli ingegneri e dei tecnici per la produzione di un velivolo al cui sviluppo potrebbero partecipare partner come Canada e Germania, che non vogliono essere dipendenti in futuro da un velivolo made in Usa e riconoscono i benefici della cooperazione con Paesi affini e affidabili.                                                                             Su questa scia europeista s’inserisce la produzione dell’Euromale o Eurodrone, la cui entrata in servizio è programmata per i prossimi decenni. Si tratta di un aereo senza pilota progettato per supportare le missioni di sorveglianza, acquisizione e riconoscenza dei bersagli strategici sia ad ampio raggio sia nei teatri operativi, che garantirebbe il raggiungimento della superiorità operativa attraverso un’ampia capacità modulare.          Non sono inoltre da sottovalutare sia le produzioni legate agli addestratori M345 e M346 i cui laboratori impegnano a Torino una cinquantina del personale Leonardo, sia quelle del C27J che alternano missioni civili di consegna materiale per operazioni di primo soccorso a missioni militari per trasporto truppe negli scenari di guerra.

Resta un mistero invece se si proseguirà con il progetto per un nuovo sistema avanzato di difesa integrata progettato da Leonardo per rispondere alle minacce emergenti in uno scenario globale sempre più complesso, cioè lo scudo protettivo “Michelangelo Dome” ideato dall’ex amministratore delegato Roberto Cingolani, sparito dai radar Leonardo in maniera repentina dopo la presentazione del nuovo Piano Industriale.                               In conclusione, noi crediamo che ogni risorsa in Leonardo sia un piccolo ingranaggio di un sistema atto a progettare e produrre i prodotti sopracitati ed che sia difficile stabilire la funzione principale del proprio lavoro, essendo inoltre quest’ultimo molto compartimentato, spesso si fa fatica ad intravedere la sua destinazione finale; parliamo, per esempio, di quei lavoratori che operano nelle funzioni come Budget, documentazione a supporto della produzione ma anche di chi fa software o sviluppa algoritmi per la cyber security e l’Ia.

2. La tendenza alla guerra sta impattando sul vostro lavoro? Si intende sia sul fronte lavorativo stretto che sull’ambiente e la sensazione sul posto di lavoro, coi colleghi, coi capi, coi sindacati

Se per impatto si intende una ricaduta in qualche misura associabile alla pratica quotidiana, diremmo di no. Riferendosi specificamente al sito di Torino, si rileva semmai una massa consistente di giovani nuovi assunti che ha intrapreso con legittimo entusiasmo l’approccio alla realtà aziendale, seppure in concomitanza di questa fase critica. E per via della rilevanza numerica di questa forza lavoro, il clima ambientale risulta loro sin da subito perfettamente affine e congeniale da un punto di vista generazionale, e favorevole in termini motivazionali. Propizio anche in virtù del fatto che i più hanno modo di ritrovare e consolidare la propria rete di relazioni stabilite nel corso degli anni universitari (trascorsi presso il Politecnico nella stragrande maggioranza dei casi).          Ne consegue che la tipologia di questi dipendenti ha generalmente uno sguardo benevolo e conforme nei riguardi di tutta la accurata opera di fidelizzazione che l’azienda mette in opera, anche e soprattutto attraverso una strategia che punta scientemente a mitigare o allontanare ombre e circostanze di imbarazzo che possano essere poste in relazione con l’attuale contesto geo-politico: i giovani neo-assunti hanno generalmente accesso a un allettante novero di benefit e opportunità lavorative; a loro sono garantite discrete opportunità di carriera; e infine, da un punto di visto retributivo c’è chi ha rilevato nei loro confronti trattamenti particolarmente favorevoli.                                                                Leonardo rappresenta per moltissimi di loro il naturale approdo del percorso di studi a cui si sono lungamente dedicati. Un polo di riconosciuto sviluppo tecnologico, che garantisce un impiego generalmente stabile e duraturo. Se poi nella comunicazione questo gruppo industriale si premura di mostrarsi con una immagine che ispira efficienza e modernità, opportunamente glissando sui risvolti meno edificanti, per i suoi giovani ingegneri non è certo il caso di eccepire.                                                                                                  Date queste premesse, intravedere per questi giovani lavoratori una possibilità di consapevolezza della estrema tragicità insita nei presupposti a cui già la semplice concezione di una industria bellica si richiama, e che trovano conferma nell’unica tipologia di quadro geo-politico che ne possa davvero garantire la sussistenza e la sopravvivenza – ovvero quella di uno scenario di guerra permanente – implica un grado di fiducia molto alto nella possibilità di instaurare una adeguata opera di sensibilizzazione. E anche relativamente agli scenari più recenti, fattisi ancora più cruenti, questa tendenza è ampiamente confermata.

Ma si è detto ampiamente dei giovani.                                                                               Più generalmente tra i dipendenti, di guerra e delle forti contraddizioni che il lavoro in ambito militare comporta, soprattutto sul piano etico, semplicemente non si discute.     Non si tratta, nel caso del dipendente Leonardo, di una aderenza incondizionata a una politica di tipo belligerante. Si connatura piuttosto come una sorta di assuefazione, con sfumature che variano individualmente dal fatalismo di chi ritiene che la deontologia sia il valore da privilegiare (rispetto all’etica); alla vera e propria indifferenza di chi non prova alcuna compartecipazione al dolore altrui o comunque non è disposto a stabilire alcun nesso con la propria condizione di responsabilità; a chi infine ricorre ad autentici meccanismi di rimozione. E di guerra certo non si discute con i responsabili, che con ogni probabilità hanno acquisito il loro status anche in virtù di una condotta aziendale sempre aderente. Tuttavia, nulla ci ha realmente rammaricato quanto l’aver personalmente constatato la difficoltà di discutere queste tematiche presso l’apparato sindacale, circostanza che sicuramente ha lasciato in noi uno strascico di profonda amarezza e disaffezione. E che ci ha indotto a prendere in considerazione strade e percorsi alternativi.

3. Visti i mega profitti di Leonardo, avete sentito che questo abbia migliorato la vostra condizione salariale?

Per quanto riguarda il mondo dei colletti bianchi, la ricaduta di questi profitti arriva in misura infinitesimale nelle tasche dei dipendenti. La misura di “aggancio” dello stipendio al “profitto” aziendale è costituita dal Premio di Risultato (PdR) che viene calcolato a partire da una cifra fissa e con meccanismi di rivalutazione a parametri finanziari e industriali. Il nostro stipendio, quindi, coincide con il Contratto Nazionale dei metalmeccanici e la parte in più è legata esclusivamente al PdR.                                                                                  I parametri finanziari sono gli indicatori di Ebita (per il 20% del PdR) e Focf (per un ulteriore 20%). Il 60% del PdR invece è agganciato ad Indicatori di Produttività (on time delivery / milestones, indicatori di performance, indicatori di efficienza).                           Quindi, ipotizziamo, un valore di PdR medio di 4mila euro, circa 800 euro derivano da Ebita e altrettanti da Focf. Che fanno 1600 € anno.                                                           Se ipotizziamo che in tutte le aziende della galassia Leonardo ci sia un meccanismo simile e quindi moltiplichiamo per 60.000, che è il numero di dipendenti dichiarato da Leonardo (stiamo facendo veramente delle grandi approssimazioni!) arriviamo a 96 milioni di euro.                                                                                                                                  Prendendo quindi come riferimento i dati Leonardo 2026, lo 0,5% del profitto aziendale in termini di Ebita e Focf viene distribuito tra i dipendenti.                                                      Sicuramente, dal punto di vista del trattamento economico, in Leonardo si sta bene, in particolare se il metro di paragone sono i dipendenti di altre aziende di altri settori produttivi. Consideriamo però che l’incremento di stipendio correlato all’andamento del profitto viene attualmente assorbito, almeno in parte, dalla perdita del potere d’acquisto che tutti abbiamo subito in conseguenze delle stesse manovre geo politiche che stanno portando il comparto bellico a crescere e generare “profitto”.                                            Dando un’occhiata ai dati sul potere d’acquisto: dai dati Istat e Codacons relativi al mese di maggio 2026 si legge che, per una famiglia media con due figli, l’aumento di spesa si attesta attorno ai 1300 euro annui.                                                                                    Quindi, per rispondere alla domanda, direi che l’aumento dei profitti aziendali, nemmeno in Leonardo, che va a gonfie vele, possiamo dire che abbia contribuito a migliorare la condizione salariale dei dipendenti.                                                                                     Anzi, la deviazione di parti consistenti della spesa pubblica verso il comparto bellico sta drenando risorse dal welfare (sanità, ma anche scuola, trasporti) e questo sta generando ulteriori incrementi dei costi che le famiglie devono sostenere per “riprodursi”.                 Per tornare al discorso della ricaduta dei profitti, una riflessione a parte merita il discorso della quotazione in borsa. Le azioni di Leonardo hanno raddoppiato il valore negli ultimi due anni e questo grazie non solo all’andamento dei profitti aziendali, ma anche alle prospettive di crescita generate dall’aumento del numero e intensità delle guerre.

I dipendenti Leonardo possono godere di condizioni agevolate per acquistare le azioni del gruppo, in particolare se investono il PdR, con l’unico impegno a non rivendere le azioni prima di tre anni. Questo genera una convenienza economica “immediata” per i dipendenti che decidono di acquistare azioni di Leonardo, ma anche un vincolo per il futuro ed una rafforzata condivisione delle scelte aziendali che sostengono la crescita di Leonardo in borsa. Concludendo, a fronte di un’azienda con grandi profitti e ottima posizione in borsa, la magra distribuzione di briciole di questi profitti e la fidelizzazione attraverso l’incentivazione all’azionariato diffuso fanno sì che, come dipendenti, godiamo del riflesso di questa ricchezza. Ma è un riflesso che ci distoglie e non è sufficiente a risarcire il prezzo quotidiano che paghiamo e pagheremo perché questo “eldorado” possa continuare a realizzarsi.

4. Tra i lavoratori si discute di guerra? E nel caso, che ragionamenti circolano? Come sono stati visti gli scioperi di settembre – ottobre per la Palestina?

Ci troviamo spesso a riflettere con amarezza su un dato innegabile: all’interno dei corridoi e dei reparti della nostra azienda, il tema della guerra sembra essere circondato da un muro di assoluto disinteresse. Tra i lavoratori non si discute quasi mai di ciò che sta accadendo e l’atteggiamento complessivo che respiriamo quotidianamente risulta purtroppo segnato da un profondo e diffuso menefreghismo. Questa apatia ha trovato una conferma evidente anche nella bassissima partecipazione agli scioperi proclamati negli ultimi mesi, giornate che sono passate quasi sotto silenzio, senza raccogliere adesioni significative e senza innescare alcun tipo di dibattito o commento tra i colleghi.

Tuttavia, non vogliamo cedere al pessimismo. Proprio di recente, in occasione dell’assemblea da noi organizzata insieme alla Fiom territoriale lo scorso 26 maggio, abbiamo assistito a un segnale inaspettato che riaccende la nostra speranza: l’affluenza è stata di gran lunga superiore rispetto alle previsioni. Questa buona partecipazione ci suggerisce una chiave di lettura differente. Quel silenzio assordante che avvolge i temi etici non è necessariamente frutto di una totale insensibilità; potrebbe piuttosto derivare da una forte e comprensibile – sebbene un po’ remissiva – paura di esporsi in ditta su argomenti così delicati, o semplicemente dal fatto che molti colleghi, pur nutrendo forti dubbi etici nel proprio intimo, non sanno ancora a chi rivolgersi per poterne parlare liberamente. È da questa consapevolezza che vogliamo ripartire, per offrire a tutti un punto di riferimento sicuro e condiviso.

5. Dall’autunno ad oggi le cose sono cambiate, ma anche senza le masse in strada si vedono aperture da parte di pezzi di sindacato silenziosi negli anni passati. Come vedete dalla vostra posizione il lavoro da fare che si prospetta? Cosa direste a dei vostri colleghi altrove, che parole avreste (a partire dalla vostra esperienza) per chi sta in altri stabilimenti, altre fabbriche, insomma, a quei lavoratori che soffrono la condizione che la fase dettata dalla tendenza alla guerra impone loro?

Ai nostri colleghi degli altri stabilimenti rivolgiamo un invito accorato e fermo: vi suggeriamo di far sentire sempre e comunque la vostra voce, senza cedere alla rassegnazione. Vi esortiamo a pretendere con insistenza l’appoggio delle rappresentanze sindacali, a redigere comunicati incisivi da affiggere nelle bacheche aziendali e a presidiare i cancelli con attività pacifiche ma determinate di volantinaggio. È inoltre fondamentale richiedere con fermezza che all’interno delle assemblee si trovi lo spazio e la dignità per discutere non solo di questioni salariali, ma anche di urgenti dilemmi etici che interpellano la nostra coscienza di lavoratori.                                                             Per quanto riguarda il nostro stabilimento, stiamo portando avanti un impegno preciso e cioè favorire l’ingresso in ditta del sindacato USB. Questo obiettivo nasce dalla nostra necessità di trovare una realtà che dimostri una sensibilità autentica verso quelle tematiche etiche e sociali che sentiamo così vicine. Questa scelta si è resa indispensabile anche a fronte del supporto offerto finora dalla Fiom interna, rivelatosi purtroppo del tutto inconsistente e insignificante di fronte alle nostre istanze.                                                 Un’altra azione concreta che ci proponiamo di fare è un lavoro di sensibilizzazione sui colleghi più giovani, che al momento sembrano decisamente distanti e insensibili alla nostra causa. Crediamo sia fondamentale trovare il modo di coinvolgerli e scuotere questo loro disinteresse, per far capire anche a chi è entrato da poco quanto siano importanti e urgenti questi temi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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