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Al ministro Bersani chiedo: ma è proprio sicuro che i rigassificatori ci servono?

Mentre gas e petrolio stanno per finire investire in impianti costosi e pericolosi è assurdo
6 settembre 2006 - Sabina Morandi
Fonte: Liberazione (http://www.liberazione.it)

Caro ministro Bersani complimenti. Con consumata abilità è riuscito a trasformare i rigassificatori in una soluzione al problema dell’approvvigionamento del gas e qualsiasi critica in una rivendicazione di campanile. Davvero abile considerando che, nel mezzo, ci si è messo anche la multa dell’antitrust europea comminata all’Eni che lo scorso inverno, mentre fomentava l’allarme scarsità, stoccava il gas per venderselo altrove. Ma non è che i colleghi della stampa si siano fatti in quattro per diffondere la notizia. Così, oggi, non deve temere il ridicolo quando presenta gli impianti di rigassificazione come la soluzione per evitare che nel prossimo inverno si ripeta la crisi del gas (che non c’è stata) sorvolando sul fatto che occorrono una decina d’anni per costruire un singolo impianto e che le navi refrigeranti che servono a trasportare il gas liquido non sono nemmeno in cantiere.
E’ stato geniale evitare un dibattito approfondito sulla sicurezza energetica nazionale riducendo l’opposizione ai rigassificatori a una questione locale - il che è vero soprattutto in quei luoghi, come Livorno, dove si vogliono sperimentare nuove tecnologie - e il confronto democratico con gli amministratori a una mera questione di scambio - insomma, quanto volete per beccarvi l’impianto in cortile? Due piccioni con una fava insomma: rallentare la confluenza dei comitati locali in una coalizione nazionale e costringere anche le forze politiche più restie a patteggiare inseguendo il danno minore.

Ma come il ministro alle Attività produttive sa bene - e se non lo sa lui, chi rimane? - la questione è tutt’altro che locale visto che servono i soldi di tutti i cittadini (non evasori) sui quali, oltre alle bollette energetiche più pesanti, sta per abbattersi l’ennesima stangata. Soldi pubblici insomma, checché se ne dica, perché le compagnie non investono nemmeno nella manutenzione figuriamoci se spendono qualche euro (o dollaro, tutto il mondo è paese) nella costruzione di giganteschi impianti di rigassificazione. Il motivo è noto: i combustibili fossili sono in via di esaurimento. Il fatto che da una decina d’anni le compagnie abbiano smesso di investire la dice lunga sul loro grado di ottimismo sulla questione. Chi lo estrae sa che anche il gas è destinato a esaurirsi entro due o tre decenni, e allora saranno dolori per tutti quei paesi - la maggior parte - che invece di ridurre la dipendenza dagli idrocarburi non hanno fatto altro che aumentarla.

Intendiamoci, la transizione richiederà realisticamente ben più di venti o trent’anni. C’è voluto più di un secolo per allargare il sistema dei combustibili fossili all’intero pianeta, e non sarà certo semplice costruire una o più alternative.

Ma il sistema versa ormai in fase terminale: richiede pesanti trasfusioni di sangue per continuare. Già, non è un segreto per nessuno che, ovunque si è scavato e pompato i diritti umani sono andati a farsi benedire… Un tempo il problema riguardava solo la coscienza di pochi, oggi, con le popolazioni armate e agguerrite, chiama in causa gli eserciti. La connessione fra dipendenza energetica e guerra è talmente evidente che c’è poco da dire: qualunque governo che voglia parlare seriamente di pace dovrebbe lavorare seriamente alla costruzione di un’autonomia energetica reale.
Da questo punto di vista l’Italia è in una situazione ottimale. La condizione fatiscente della rete elettrica nazionale rende possibile, spendendo poco, recuperare tanta energia quanta ne possono produrre parecchie centrali - a carbone, a gas, nucleari o come diavolo vi pare - mentre un serio programma di edilizia conservativa potrebbe addirittura arrivare a dimezzare i consumi - lo dice, pensate un po’, la Commissione europea. La nostra collocazione geografica ci rende perfetti praticamente per tutti i tipi di energia rinnovabile (solare, eolico, geotermico, maree e via dicendo) sui quali le socialdemocrazie del nord Europa - ma ormai anche quelle del sud -ò investono pesantemente. Cominciando ora fra una ventina d’anni potremmo esserci smarcati dal ricatto del petrolio, del gas o del carbone, potremmo aver ridotto considerevolmente le emissioni che causano il riscaldamento globale - le cui conseguenze per la fortunata posizione geografica di cui sopra, sono destinate a impattare pesantemente sul nostro paese - e messo definitivamente la parola fine alla demenziale stagione delle guerre petrolifere.

E invece… Invece, signor ministro, fra una ventina d’anni dovrà spiegare per quale motivo un governo di centro sinistra con forti componenti ambientaliste e uno spirito pacifista non ha scelto la strada più logica e meno costosa, quella appunto della conservazione energetica e del progressivo disimpegno dal fossile. Dovrà spiegare, signor ministro, perché in epoca di vacche magre ha buttato preziose risorse nella costruzione di nuove costose opere che sarà sempre più difficile rifornire. Perché una volta vinta la battaglia dei rigassificatori - democraticamente prima o poi le comunità si dovranno piegare - e fatta a pezzi un altro po’ di costa di questo bellissimo paese, i nostri figli avranno poche possibilità di vederli funzionare. Allora chiederanno perché, invece di foraggiare compiacenti i soliti noti, non abbiamo fatto ciò che era assolutamente necessario fare.

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