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Fonte: Liberazione (http://www.liberazione.it)

Sarà pure il Dpef della svolta ma sui rigassificatori il governo suona sempre la stessa musica senza nemmeno preoccuparsi di confezionare un nuovo arrangiamento. Basta con gli egoismi di campanile! Per «evitare continue e pericolose crisi di fornitura» verranno stanziati fondi per la «realizzazione di nuovi terminali di rigassificazione del gas e gasdotti, il potenziamento dei gasdotti esistenti e la rapida attivazione di nuovi stoccaggi di riserva», tutte condizioni indispensabili che «rispondono ad esigenze di primario interesse nazionale sia nel breve che nel lungo periodo». Non la spazzatura nelle strade, né il grande caldo o le piogge torrenziali che cancellano interi paesi: sono le continue e pericolose crisi di fornitura del gas a mettere in ginocchio l'Italia. Le comunità locali sono avvertite: i rigassificatori s'hanno da fare, con o senza le valutazioni d'impatto ambientale previste dalla legge.
Ora, va bene il dibattito sulla decrescita o il conflitto fra gli interessi nazionali e quelli locali, ma non si capisce come il governo speri di convincere i cittadini continuando a mentire spudoratamente. Prima di tutto sulle «continue e pericolose crisi di fornitura» che nel nostro paese semplicemente non si sono mai verificate. La "guerra del gas" che ha contrapposto Russia e Ucraina nell'inverno del 2006 non ha provocato alcuna crisi di fornitura. Malgrado l'isteria dei media e le esagerazioni delle compagnie la crisi è risultata una vera e propria bufala. Appena sei mesi dopo l'Eni veniva sanzionata dall'Authority italiana che si occupa di energia e da quella europea che si occupa di concorrenza per avere venduto all'estero il gas stoccato per le emergenze. Una finta crisi quindi, che peraltro i rigassificatori non avrebbero potuto risolvere visti i tempi lunghi della loro realizzazione.
L'ampliamento dei metanodotti esistenti sarebbe una gran bella idea, almeno sulla carta. Peccato che la demenziale privatizzazione del settore energetico renda tale ampliamento molto poco conveniente, come dimostrano i ritardi della suddetta compagnia a fare la propria parte nel potenziamento del Trans Austria Gasleitung: mentre la consociata austriaca ha completato i lavori nei tempi prefissati, l'Eni invece ha trovato sulla sua strada il solito paesino ribelle. Provvidenziale, verrebbe da dire, considerando la quantità di bacchettate che la compagnia ha incassato anche dall'Authority austriaca per i ritardi nell'ampliamento del metanodotto. Ma l'Eni non ha tutte le colpe: è lo Stato che, come azionista di maggioranza, chiede che la compagnia curi i propri interessi mentre, come controllore super-partes, chiede che l'Eni potenzi i propri gasdotti favorendo così la concorrenza.
Una volta chiuso il capitolo delle finte crisi ricorrenti, resta aperto quello della crisi futura, quella transizione al di fuori dei combustibili fossili che perfino le mega-coporation petrolifere sanno di dover affrontare. Ora, sul lungo periodo il gas non è certo una soluzione in quanto anch'esso è destinato a finire. Governanti lungimiranti metterebbero bei soldi (non pochi spiccioli) sulle rinnovabili, sull'edilizia efficiente e sulla manutenzione della rete, e non certo su grandi opere - alcune anche sperimentali come l'off-shore di Livorno - che verranno completate fra una ventina d'anni, quando la produzione del gas comincerà a declinare. Sul breve periodo, poi, puntare sul gas è ancora più assurdo: nessuno si occupa delle navi gasiere o criogeniche, cioè in grado di mantenere il proprio carico alla temperatura di -160. Di navi criogeniche, nel mondo, ce ne sono appena 60 (non bastano nemmeno per i rigassificatori esistenti) e quelle attualmente in costruzione sono predisposte per solcare gli oceani non il trafficatissimo Mediterraneo.
Nel resto del mondo il dibattito ferve. C'è chi sostiene ad esempio che, una volta costruiti, i rigassificatori funzioneranno a pieno ritmo giusto per una decina d'anni, ed è per questo che le compagnie cercano di coinvolgere i governi nella partita direttamente o indirettamente, attraverso i soliti contratti zeppi di postille. Per quale motivo uno stato nazionale debba investire su risorse in via di esaurimento invece di finanziare la transizione alle rinnovabili, non è dato sapere. Così come non è dato sapere perché le comunità locali debbano sacrificare la loro salute e le loro attività economiche - turismo, pesca e quant'altro - senza avere diritto alle compensazioni previste in altri paesi - come gli States - dove è riconosciuto il forte impatto di queste strutture sulle coste e sulla fauna marina.
L'ultimo capitolo riguarda il terrorismo, che è poi il primo capitolo negli Stati Uniti dove l'eterogenea rete che si oppone agli impianti di gas liquido vanta la presenza di molti patrioti. Oltreoceano non si teme tanto che gli impianti saltino in aria come è successo il 19 gennaio 2004 in Algeria (ma i rigassificatori non erano sicuri?) quanto il fatto di fornire ai terroristi nuovi e succulenti bersagli. Anzi, se si pensa alle navi, più che di bersagli si tratta di vere e proprie bombe viaggianti molto facili da innescare: basta una barchetta carica di esplosivo per ottenere l'effetto di un'atomica e radere al suolo intere città portuali. Delle due una: o la minaccia terrorista è concreta e in crescita, come ci viene detto quando si vuole giustificare l'aumento delle spese militari, e allora non è certo una buona idea riempire il Mediterraneo di bombe galleggianti, oppure è solo teatro. Allora forse, a proposito di teatro, sarebbe più dignitoso che lor signori dicessero chiaramente che se ne fregano dell'ambiente, di Kyoto e della crisi climatica e che sono stati eletti solo per rappresentare degnamente l'interesse di una lobby, piccola ma evidentemente molto potente.

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