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Muoviamoci con puro spirito umanitario e compassionevole per evitare ancora troppe sofferenze alla popolazione napoletana

Sui rifiuti l'informazione rischia di essere spazzatura

«Proviamo a superare il grumo di sentimenti, un misto di vergogna e di rabbia, che ci provocano le troppe parole sprecate sul caso Napoli»
17 gennaio 2008 - Ugo Leone
Fonte: Il Manifesto

Sito di stoccaggio del Pantano - Acerra (NA) 28 Maggio 2007

Per cominciare vorrei subito sgomberare il campo da possibili equivoci: questo non è il momento dei processi. Viviamo giorni di reale autentica emergenza e la ricerca del «chi è stato» va fatta nei tempi e nei luoghi deputati. Lo ha scritto anche Paolo Cacciari su Carta: «Proviamo a superare il grumo di sentimenti, un misto di vergogna e di rabbia, che ci provocano le troppe parole sprecate sul caso dei rifiuti di Napoli. In nome dell'emergenza mettiamo un attimo da parte le analisi delle cause e la ricerca dei responsabili. Ogni cosa a suo tempo; chi vorrà potrà sempre dire: è stata colpa sua, oppure: io lo avevo detto. Muoviamoci invece con puro spirito umanitario e compassionevole per evitare ancora troppe sofferenze alla popolazione napoletana: sia quella che vive nell'immondizia, sia quella che difende il territorio».

Lo aveva anche scritto, intorno al 250 a. C. Qoelet in uno dei libri sapienziali del Vecchio Testamento: «Per ogni cosa c`è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo... Un tempo per stracciare e un tempo per cucire, un tempo per tacere e un tempo per parlare». Questo è il tempo per cucire. Per farlo è necessario riflettere su alcuni punti. Innanzitutto i tempi della cosiddetta emergenza. La domanda ricorrente che ci si pone è «quando si risolverà il problema?». Continuando con i metodi in atto la risposta è mai. Sino a quando non si dirà con chiarezza che occorre tempo e che le soluzioni volte a ricercare discariche e siti di stoccaggio provvisori, sono appunto, provvisorie; cercano di tamponare le falle, di mettere pezze a uno stracciatissimo vestito, ma non ne cuciono uno nuovo. È la politica del rattoppo cui si fa ricorso ricorrentemente specie con riguardo ai problemi ambientali. E se questo è «il tempo per cucire», la strategia deve essere un'altra: non può essere imposta, ma deve essere concordata.

Per farlo bisogna saper parlare alla gente esasperata perché delusa, tartassata, spesso ingannata, ma anche malamente informata. L'informazione corretta, fornita in modo convincente da persone convincenti e capaci di guadagnare fiducia, è la principale possibilità di risolvere in modo democraticamente partecipato i conflitti ambientali. E questo alimentato dallo smaltimento dei rifiuti è tra i più gravi. A Napoli e regione, il più grave degli ultimi tempi.

Tempi e modi dello smaltimento

Informare in modo convincente significa saper dire che i tempi non sono brevi; che la temporaneità di alcune soluzioni deve essere un momento, una tappa, per la definitiva soluzione del problema; che questa intanto si potrà ottenere in quanto si abbia ben presente che quello dei rifiuti è un ciclo, del quale siamo tutti protagonisti attivi, che va dalla produzione allo smaltimento. E che è meglio avere una discarica vicino casa che avere sotto casa i rifiuti che magari qualche sconsiderato e/o qualche prezzolato brucia producendo tutte le porcherie che si teme possano essere sprigionate dalla discarica.

Poi i modi. Le invocate dimissioni di Bassolino, il commissariamento della regione risolvono nulla. Così come risolvono nulla le opposizioni, talora preconcette, verso discariche e inceneritori che per il modo in cui si stanno alimentando rischiano seriamente di trasformare l'ormai famoso nimby (not in my back yard) nel meno noto banana (build absolutely nothing anywhere near anything): non costruire nulla in alcun luogo vicino a alcuno.

Il ciclo dei rifiuti è costituito da momenti strettamente connessi che vanno dalla produzione del rifiuto al suo deposito, alla rimozione o raccolta, allo smaltimento. Tutte queste fasi sono intimamente collegate fra loro ma è chiaro che meno rifiuti si producono minore è la rilevanza quantitativa del problema. Quindi, punto primo, è costituito dalla riduzione della quantità di rifiuti prodotti. Molti di questi (tra il 40 e il 50%) sono legati agli imballaggi (contenitori in cartone, plastica, vetro, alluminio e altri materiali) i quali non necessariamente devono accompagnare il prodotto che contengono sin dentro i luoghi di consumo. Non è facile da realizzare senza un'adeguata opera di informazione e formazione dei consumatori, ma anche questa deve costituire un impegno.

Analogo impegno di informazione e sensibilizzazione che va fatto presso i consumatori domestici e i centri di ristorazione per il massimo riciclaggio possibile nelle pareti domestiche di alimenti (pane e cibi cotti) che finiscono generalmente tra i rifiuti. Infine andrebbero coinvolti i mercati ortofrutticoli per una riorganizzazione della vendita al dettaglio capace di mandare al consumo solo la quantità di prodotto effettivamente commestibile, depurandolo a monte (il discorso, evidentemente, riguarda le verdure) di quanto non utilizzabile per l'alimentazione e che, in tal modo, diventa rifiuto, ma molto più agevolmente raccoglibile e indirizzabile verso trasformazioni produttive quali il compost.

Così alleggerito a monte il rifiuto va comunque depositato per essere rimosso e smaltito. È su questa fase che l'impegno combinato di cittadini e amministratori deve essere massimo e può dare risultati se non risolutivi comunque di notevolissima importanza per uno smaltimento anche produttivamente corretto. Si tratta della raccolta differenziata che intanto si può realizzare ai massimi possibili livelli per tutte le componenti merceologiche contenute nei rifiuti (carta, vetro, stagno, plastica eccetera) in quanto il deposito avvenga correttamente nei contenitori preposti a accoglierli. La diffusione di questi contenitori e delle «isole ecologiche» che li raggruppano deve essere capillare. Capillare deve essere l' informazione sulle modalità del deposito e anche sulle «sorti» di quei rifiuti raccolti in modo differenziato. Incentivi ai comportamenti virtuosi e disincentivi a quelli incuranti degli interessi collettivi costituiscono un utile strumento, meglio ancora se affiancato con la raccolta porta a porta.

Ecoballe di dubbia qualità

A questo punto resta pur sempre una quantità, sia pur minima e minimizzabile, di rifiuti il cui smaltimento alimenta polemiche e preoccupazioni: sia che si proponga di mandarli in discarica, sia che si proponga di incenerirli o termovalorizzarli. Soprattutto quest'ultima soluzione vede contrapposti due schieramenti a favore o contro la costruzione di questi impianti e di quelli di produzione di cdr (combustibile da rifiuti) che necessariamente devono precederli. Sono fermamente convinto che non esista una sola soluzione: tutto in discarica, tutto incenerito, tutto riciclato. Chi propone scelte di questo tipo, nella migliore delle ipotesi non sa quello che dice.

Ancora: un aspetto che preoccupa e alimenta opposizioni, blocchi e rivolte popolari (quando non alimentate da altri interessati sobillatori) è quello degli effetti del mancato smaltimento dei rifiuti sull'ambiente e sulla salute. Anche in questo caso si legge e si sente di tutto. Le voci più preoccupanti sono quelle che associano i rifiuti al colera; nessuno ancora ha paventato la peste diffusa dai topi che razzolano tra i rifiuti. Anche in questo caso è necessario che siano messi punti fermi capaci di dare un'informazione priva di equivoci. Penso che questo sia compito da affidare all'Arpac, all'Istituto superiore di sanità, all'Oms.

Infine va ricordato che il problema non è «limitato» allo smaltimento dei rifiuti che si stanno producendo e si produrranno. Esistono milioni di tonnellate di rifiuti accumulate sotto forma di ecoballe di dubbia qualità. Dove mandarle, come trasformare i siti che le stoccano è un quesito che obbligatoriamente bisogna porsi per dare soluzioni definitive. Se, come si è letto nei giorni scorsi, la Germania li vuole per trasformarli in energia, almeno una parte di questi può prendere quella via. Per il resto potrebbe essere possibile provvedere a una «naturalizzazione» dei siti che accolgono quelle che restano, come avviene in altri paesi del resto d'Europa.

Ma chi deve decidere tutto questo? Oggi, per 4 mesi, c'è un Commissario straordinario il cui compito dovrebbe essere quello di imporre le scelte. Se così facesse avrebbe vita ancora più breve dei 120 giorni che gli sono stati assegnati. Come l'esperienza insegna le soluzioni non vanno imposte, ma concordate per acquisire preventivamente il consenso degli interessati e non per contrattarlo «a valle» delle decisioni. Esistono metodi collaudati di partecipazione alle scelte - quella che si chiama democrazia partecipata - buone pratiche che possono essere non solo portate ad esempio, ma concretamente realizzate per adottare soluzioni definitive e non di tampone. Vengono spesso citati questi esempi. Generalmente si tratta di comuni medi o piccoli. Cioè di realtà inconfrontabili con Napoli e il suo milione di abitanti. Ma Napoli è anche un insieme di dieci municipalità, ciascuna delle dimensioni demografiche di una città media. Credo che anche da qui si potrebbe cominciare per dare inizio all'opera di cucitura di cui dicevo. E, magari, perché non da Pianura?

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