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Dalla Campania l’emergenza rifiuti rischia di travolgere l’Italia

L’utopia della raccolta differenziata

La Campania è in uno stato di emergenza, ma non si tratta di un’emergenza d’oggi. E il resto del paese deve darsi da fare se non vuol esser travolto da una montagna di spazzatura che continua a crescere
Giacomo Alessandroni9 aprile 2008 - Giacomo Alessandroni

Raccola indifferenziata

In questi mesi si parla - e scrive - molto sulla cosiddetta "emergenza rifiuti" che imperversa sulla Campania. Perché proprio adesso? Chi ha acceso il detonatore? è un fatto sotto gli occhi di tutti: la spazzatura in Campania straripa in ogni dove. Tuttavia, all'osservatore attento questo fatto deve porre un interrogativo al quale è difficile sfuggire: "Si è arrivati in un solo giorno a questa emergenza?" La risposta la sento dalla bocca di tutti: "no".

Proviamo quindi a ragionare: i casi non sono tanti. Una prima possibilità è: le persone preposte allo smaltimento dei rifiuti non hanno fatto esattamente il loro dovere. Una seconda opzione è: la loro - e non solo - cecità [almeno sino a ieri]. Oppure il coup de théâtre: "Ma tu l'avevi vista tutta quella munnezza. Forse che ieri non c'era???". Poco probabile.

I Kg di rifiuti prodotti per abitante, suddivisi per aree geografiche
Nord: 534,6
Centro: 635,2
Mezzogiorno: 496,2
Italia: 540,5
Dati espressi in Kg/abitante

Fonte: Istat
Poco importa il mio pensiero: qualunque sia lascia solo il tempo che trova. Tentiamo l'analisi di alcuni dati. I rifiuti urbani nel 1996 ammontavano a 26 milioni di tonnellate. Di queste il 7,2% erano raccolti in modo differenziato. Nel 2005 si era già passati a 32 milioni di tonnellate di rifiuti [raccolti]. Qui però va sottolineato un dato molto importante: i chilogrammi di rifiuti prodotti per abitante, suddivisi per aree geografiche. Perché il Mezzogiorno, il quale produce meno rifiuti pro-capite, ha una situazione peggiore sia del Nord che del Centro?

Una parentesi. Io vivo a Pesaro, una città - tutto sommato - neutra al dibattito nord/sud. Alcuni anni fa ho dovuto risolvere un problema personale: sbarazzarmi di una cisterna piena di non ricordo cosa, ma era una sostanza nera, densa, somigliava al petrolio. Il mio primo pensiero [ingenuo] è stato telefonare all'Aspes SpA [l'ex azienda municipalizzata che ora ha l'appalto per la raccolta differenziata ed indifferenziata dei rifiuti urbani]. Risultato: "No grazie, noi raccogliamo solo carta, vetro e affini". "Capisco, ma questa roba dove la metto?". Nessuna risposta. Minacciando di buttare tutto nel fiume ho ottenuto una ragione sociale che mi ha aiutato a smaltire i rifiuti come si conviene. Io non sono un santo, ma credo di avere una mediocre sensibilità ecologica. Una persona con meno pazienza penso avrebbe adottato politiche diverse dalle mie. Chiudendo la parentesi torniamo al capoluogo partenopeo.

Dai dati che ho scomodato emerge una verità che nessuno può negare: i napoletani producono tanta mondezza quanta il decantato nord. Forse meno. Meno, non perché lo dice l'Istat. Forse la domanda è mal posta. Dovremmo chiederci: perché siamo in Europa? Forse perché molte aziende del fiorente nord hanno risparmiato sulla gestione dei rifiuti speciali, trasformando il sud in un'immensa pattumiera, più o meno come stiamo facendo noi, la Cina [e non solo] con l'Africa?

"La conversione ecologica potrà affermarsi solo se apparirà socialmente desiderabile". Non sono parole mie, ma di Alexander Langer, pronunciate nel corso dei uno dei Colloqui di Dobbiaco del 1994 dal titolo "Benessere ecologico e non illusioni di crescita". Una vera e propria profezia di un politico come oggi ne esistono pochi. Non si può dire a Napoli ed ai napoletani - dopo averli ignorati per decenni - "suvvia, fate i bravi, affidatevi a De Gennaro senza fare storie". Questa non è "conversione ecologica", e anche se De Gennaro dovesse risolvere i problemi di Napoli, cosa di cui chi scrive dubita, questi si riformeranno certo in breve tempo perché non è cambiata la cultura dei napoletani.

Attenzione: Napoli è solo un esempio, domani sarà il turno di un'altra città. Qualcuno pensa: "Speriamo non sia la mia!". Questo atteggiamento non lo condivido. La politica "not in my garden" [non nel mio giardino] non può funzionare: siamo tutti responsabili dell'ambiente che condividiamo. Un bellissimo proverbio dei pastori nomadi del Kenya recita: "Tratta bene la Terra. Non ci è stata data dai nostri padri, ci è stata prestata dai nostri figli". Questo per insegnarci che, anche se un domani noi non ci saremo, altri abiteranno dove ora siamo noi, e siamo noi i responsabili del loro ambiente. Tutto questo, però, funziona "solo se apparirà socialmente desiderabile". Non è cosa da poco. Il compito è della politica, e – purtroppo - chiedere ad un politico se farà una certa cosa in campagna elettorale è come chiedere all'oste se il suo vino è buono. Siamo costretti ad aspettare un po’.

Tuttavia va ricordata una seconda cosa: non si può fare politica una volta ogni cinque anni. La politica è qualcosa con la quale confrontarsi ogni giorno, per discutere, tentare di capire, ma - soprattutto – per essere protagonisti. Solo così possiamo sperare di risolvere i nostri problemi: insieme.


Note:

Questo articolo è stato pubblicato nella rivista Social News (Mensile di promozione sociale) anno 5, numero 3, marzo 2008; pertanto può essere riprodotto solo nei termini specificati dalla licenza d'uso.

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