L'Ilva chiede i danni per lo sciopero
Perché sulla vertenza di Cornigliano, imprenditore e operai erano sulla stessa sponda: dall'altra, le istituzioni e il quartiere che chiedevano meno inquinamento e una radicale trasformazione della vasta area - tra le banchine portuali - occupata dall'Ilva.
La spaccatura, violenta e improvvisa, arriva su una questione apparentemente marginale: lo status di sette apprendisti che Riva non intendeva confermare (cinque di loro, dopo due settimane di trattative, sono stati assunti a Novi, ma con l'azienda che aveva alla fine scavalcato sindacati ed enti locali, che invece aspettavano risposte al tavolo in prefettura). È in questo contesto che i metalmeccanici di Cornigliano sono usciti per tre giorni dalla fabbrica e hanno occupato la strada. Uno stile di protesta già visto decine di volte, negli anni duri per la travagliata firma dell'accordo di programma, e che fino al mese scorso aveva sempre visto l'industriale chiudere un occhio. Anzi, tutti e due, visto che le maestranze riuscivano a marciare verso i palazzi del potere genovese accompagnati dai mezzi pesanti e speciali delle acciaierie.
Ieri pomeriggio, i 27 operai-sindacalisti hanno invece ricevuto la notifica di denuncia da parte della procura di Genova, sezione Lavoro. L'esposto è firmato da Claudio Riva, figlio di Emilio e per lungo tempo al timone della vertenza Cornigliano, assistito dai legali Luca Pailla e Stefano Torti. Stamattina, per altro, i metalmeccanici saranno i presidio in Regione: non sono escluse manifestazioni e cortei.
Le accuse sono tre. Prima: violazione degli accordi sindacali interni che prevedono tre giorni di raffreddamento delle trattative prima di proclamare lo stato di agitazione, in ogni caso da far precedere da 24 ore di preavviso (una norma che i sindacati sostengono non sia mai stata applicata prima). Seconda: il blocco - i cosiddetti picchetti - in portineria durante i tre giorni di protesta, con il conseguente mancato ingresso di operai e quadri e con la presenza dentro i confini dello stabilimento di persone esterne (per almeno i primi due giorni, Fim e Uilm avevano preso le distanze dallo sciopero invece sostenuto dalla Fiom; si sa, però, che lo stesso direttore di fabbrica non era riuscito a entrare). Terza accusa, quella che porta alla richiesta di risarcimento per almeno 100 mila euro: gli scioperi e i picchetti avrebbero vanificato l'ingresso e l'arrivo delle merci e dei materiali via camion danneggiando la produzione di tre siti dell'Ilva.
Pensare che in mattinata era intervenuto il leader nazionale Cgil, Guglielmo Epifani: «L'assunzione di quei ragazzi scavalcando il sindacato è un tentativo che sta in questo nuovo clima generale, che riguarda per fortuna solo poche aziende. Di fronte a una richiesta sindacale di assunzione e all'invito alla mediazione degli enti locali, l'Ilva dice no al sindacato e alle istituzioni e trova una via di mezzo che divide i lavoratori. Molto più di buon senso sarebbe stato ascoltare il sindacato e accogliere la mediazione fornita dalla Regione».
Poi la doccia fredda della denuncia dei 27.
La Fiom nazionale: «Un fatto di una inaudita gravità. Un attacco sconsiderato, inaccettabile e arrogante ai legittimi diritti sindacali, oltre a costituire un pessimo segnale di improvviso e immotivato peggioramento delle relazioni sindacali». Dalla Fim-Cisl genovese, l'esponente (denunciato) della Rsu, Stefano Milone: «Un colpo durissimo, che chiude ogni collaborazione tra sindacato e azienda. Sembra un gioco studiato per scatenare la protesta e favorire lo scontro; dopo tutto ciò di buono che il sindacato era riuscito a fare con l'azienda in questi difficilissimi anni. Anziché ricorrere al confronto, anche serrato, l'Ilva ha deciso di denunciare gli operai, citando anche due ex Rsu che hanno cambiato lavoro da un anno. Questo mette tutto in discussione, non vorrei ci fosse sotto la voglia dell'Ilva di far saltare il banco».
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