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No ad Heliantos sì all'energia intelligente

Anteprima dell'intervento di CulturAmbiente all'istruttoria pubblica del 23 luglio sull'impianto di Italgest energia spa. Un impianto ad olio vegetale grezzo complessivamente insostenibile e dannoso per il territorio.
18 luglio 2008 - Andrea Aufieri

- L’associazione CulturAmbiente onlus esprime il suo parere negativo alla realizzazione dell’impianto ad olio vegetale grezzo “Heliantos1” di Italgest energia spa perché lo ritiene complessivamente insostenibile e dannoso per il territorio.
Prima di analizzare i dettagli che ci hanno portato a tale conclusione è doveroso premettere che una città come Lecce, che ha il dovere di aprirsi all’uso di energie alternative, non può prescindere da una riduzione del consumo energetico che la renderebbe realmente “alternativa” e sostenibile: una riduzione mirata all’individuazione degli sprechi ed alla revisione dell’assetto energetico cittadino.

La nostra prima richiesta è dunque indirizzata all’amministrazione comunale affinché riveda il regolamento edilizio e rediga un piano energetico che razionalizzi i consumi dell’illuminazione stradale, degli impianti semaforici, il condizionamento e l’illuminazione degli edifici pubblici.

Non realizzare quanto detto, infatti, significherebbe assegnare uno sterile contenuto al vecchio dibattito del secchio bucato: ci si porrebbe il problema del rubinetto al quale riempirlo piuttosto che della soluzione da adottare per ripararlo.
Posta questa fondamentale premessa, citeremo alcune fonti autorevoli alla base della nostra decisione.

Anzitutto, uno studio dell’Università di Berkeley condotto dai noti scienziati Pimentel e Patzek, pubblicato su numerose riviste scientifiche tra le quali “Science”, che conferma l’assenza di benefici energetici nell'uso di biomasse vegetali come combustibili liquidi. Dalla dettagliata analisi, infatti, è risultato che, nel caso del biodisel, le piante di soia richiedono il 27 percento di energia in più di quella fornita dal carburante, e i girasoli addirittura il 118 percento in più. Una scelta errata ed insostenibile, dunque.

L’Università del Minnesota ha invece condotto uno studio sulla conversione degli ecosistemi nativi in coltivazioni adatte alla produzione di biocombustibili, giungendo alla conclusione che tale operazione avrà “effetti molto negativi sul riscaldamento globale”. Ancora una volta dalla rivista “Science” apprendiamo che “il carbonio perduto convertendo foreste fluviali, boschi, savane e praterie supera di gran lunga il risparmio nelle emissioni garantito proprio dal consumo di combustibili derivati dalle colture agricole invece che di combustibili fossili”. L’estensione di colture di mais e di canna da zucchero per ricavarne etanolo, e di palme e soia per la produzione di biodiesel, rilascerebbe annualmente da 17 a 420 volte più carbonio di quello che si immetterebbe in atmosfera con i combustibili fossili.

Ad ulteriore conferma dell’insostenibilità globale di questo sistema, un altro insigne studioso, Joe Fargione, puntualizza che “se l’obiettivo è mitigare il riscaldamento globale, non è possibile semplicemente convertire i terreni alla produzione di biocombustibili”perché“tutti i biocombustibili che utilizziamo attualmente causano la distruzione diretta o indiretta degli habitat”. L’agricoltura mondiale produce alimenti per 6 miliardi di persone: se da essi si producono anche biocombustibili, occorrerà allora convertire terreni che sono già destinati all’agricoltura.

Il Parlamento europeo sembra aver recepito il messaggio, deliberando lo scorso 7 luglio la riduzione della quota di biocarburanti dal 10percento entro il 2020 al 4percento entro il 2015, mentre una recente stima della Banca mondiale sottolinea l’incremento del 140percento dei prezzi dei prodotti alimentari tra il 2002 e il 2008: tre quarti di questa crescita, il 105percento, sono dovuti all’impatto della domanda per la produzione di biocarburanti.

Il crescente sfruttamento delle colture per la produzione di olio di palma, di girasole e di soia sta infatti alimentando la distruzione delle foreste pluviali nel Sudest asiatico, la violazione dei diritti umani e l'inquinamento.

Italgest ha assicurato che i biocombustibili importati ad integrazione della produzione di “Heliantos1” faranno parte di filiere certificate, provenienti dunque da terreni incolti. CulturAmbiente chiede che si possa verificare tutto ciò, ma il punto resta l’abbandono della filiera corta.

Per inquadrare localmente questo problema globale, analizziamo la situazione salentina: di recente Confagricoltura, Copagri, l’Ordine degli agronomi e Aprol hanno esteso un comunicato nel quale sottolineano aspetti già citati e puntualizzano che nella provincia di Lecce “le attuali tecniche di coltivazione generano un bilancio energetico negativo per tutte le colture ed ancor più per il girasole”.

“Le condizioni pedoclimatiche del territorio-concernenti cioé l'interazione tra il terreno ed il clima- richiedono un impiego di fertilizzanti ed acqua tali da rendere la coltura scarsamente competitiva, anche dal punto di vista economico, rispetto ad altre zone maggiormente vocate del paese”.

Le succitate associazioni auspicano l’utilizzo di impianti collegato all’interno di un processo di utilizzazione in loco delle energie prodotte e non megaimpianti che nulla lascerebbero al territorio se non la presenza invasiva di stabilimenti assolutamente scollegati da ogni vocazione naturale del territorio salentino ed estranee ad una corretta cultura localistica.

Un’alternativa che andrebbe valutata con serietà, perché potrebbe attuarsi con il ricorso alla biomassa locale per l’alimentazione della centrale: residui di potatura di ulivi e vite, residui di distillazione, scarti dell’industria olearia, biogas, rifiuti organici. Questa soluzione porterebbe un valore aggiunto a prodotti di scarto che oggi vengono in gran parte bruciati nelle campagne o gettati nelle discariche, contribuendo al miglioramento delle condizioni economiche degli agricoltori.

Il Piano energetico provinciale mostra come il potenziale di questi prodotti sia interessante e comunque sufficiente ad alimentare centrali di piccola o media taglia come quella in oggetto, sia pure con il ricorso ad un combustibile integrativo.

CulturAmbiente ha calcolato che le risorse idriche di cui abbisogna la centrale”Heliantos 1” ammontano a ben 13mila metri cubi (pari a 13milioni di litri) da estrarre direttamente dalla falda. Chiediamo che sia definita la rilevanza dei prelievi idrici in relazione alla disponibilità locale.

Dallo stesso parere ricordiamo che il progetto di Italgest prevede l’utilizzo dei soli terreni in disuso oppure non destinati a produzioni alimentari, come il tabacco, che ammonterebbero a 20mila ettari,dato per altro sottostimato per la resa produttiva delle piante sul territorio.

Riteniamo debba porsi attenzione a tale dato, perché l’ultimo censimento Istat ha quantificato i terreni in disuso e adibiti a tabacco per le tre province salentine, quelle di Lecce, di Brindisi e di Taranto, ad un totale di circa 13 mila ettari, ben al di sotto del fabbisogno della sola centrale: in uno studio realizzato da Domenico Laforgia, Antonio Trevisi ed Arturo De Risi, del Dipartimento di Ingegneria dell’innovazione di Lecce, pubblicato sulla rivista “Energia”, sono state calcolate le superfici coltivate necessarie agli impianti a biomasse e la loro estensione territoriale in funzione dei suoli non utilizzati. Ne risulta che la taglia massima per ogni centrale non dovrebbe superare i 6-8 megawatt, al fine di evitare trasporti di biomassa su distanze superiori ai 10 km, rompendo così la sostenibilità della filiera corta.

L'ultima considerazione è dedicata allo spauracchio che troppo spesso politici e giornalisti utilizzano per presentare Heliantos come qualcosa di necessario: la riduzione dei fumi di Cerano.

Sarebbe bene che si capisse che per coprire un centesimo dell'energia prodotta dalla centrale Federico II quella di Italgest dovrebbe produrre olio vegetale da 40 mila ettari di terreno. E poi un freno alla produzione di fumi da parte di Enel dovrebbe essere raggiunto con accordi politico-istituzionali e assetti energetici ben più articolati che non trovano un contributo importante in “Heliantos1” a causa della sua antieconomicità.

Concludendo questa analisi, ritorniamo alle decisioni dell’Unione europea, che ha bandito i biocarburanti prodotti da coltivazioni sorte su terreni incolti e rispetto ai quali non si può stabilire

un chiaro beneficio in termini di riduzione dei gas serra. La direttiva che la Commissione sta preparando sulle energie rinnovabili prevede sistemi di certificazione di sostenibilità obbligatori, senza i quali i biocarburanti non potranno essere commercializzati nell’Ue.

Qualora al termine di questa istruttoria non si arrivasse ad una soluzione come quella prospettata dall'associazione, qualora cioé si decidesse di autorizzare il progetto così come è stato presentato, CulturAmbiente chiede che siano rispettati almeno i seguenti parametri:

1. effettuazione di monitoraggi a bocca di camino con aggiornamenti in tempo reale su internet;
2. utilizzo di parte delle royalties spettati al Comune per l'istituzione del catasto comunale delle emissioni, consultabile anch’esso via internet;
3. pubblicazione su internet delle analisi a campione dell’olio combusto nella centrale al fine di evitare la presenza di inquinanti acquisiti durante la lavorazione e/o il trasporto;
4. costituzione di un piano potenziale di approvvigionamento ( da presentare come integrazione progettuale) che conduca la centrale, entro un periodo transitorio di 1 – 2 anni , ad un’alimentazione costituita da:
a. 25 – 30 % di approvvigionamento da sostanze oleaginose di scarto ( olio di sansa - olio lampante)
b. 45 – 50 % di approvvigionamento da sostanze oleaginose provenienti da filiera corta ( 70 km di raggio a partire da Lecce), caratterizzata da specie autoctone che non abbiano impatto sul territorio per esigenza idrica e trattamento antiparassitario/ fertilizzante, possibilmente variegando l’offerta di colture da produrre per la produzione dell’olio grezzo.
c. 20 – 25 % di approvvigionamento da sostanze oleaginose di IMPORTAZIONE CERTIFICATA come stabilito dalla Comunità Europea
5. gestione transitoria non superiore ai 2 anni necessaria per portare l’impianto a regime con le percentuali di approvvigionamento sopraindicate, alimentando l’impianto con oli vegetali grezzi di IMPORTAZIONE CERTIFICATA;
6. organizzazione di una delegazione che visiti il luogo di produzione dell’olio importato nel Salento.

Note:

http://www.culturambiente.it

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