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Il processo a Torino per i morti di Casale Monferrato

"Così buttavamo l'amianto nel Po"

Eternit, il racconto dell'anziano operaio malato: prassi per decenni


27 aprile 2010
Alberto Gaino

Amianto
«Ha voglia - sbotta l’anziano operaio nel testimoniare - altro che carriole, buttavamo nel Po scarti di amianto in grado di riempire autobotti. A ogni fine turno si puliva il pavimento del reparto con la gomma dell’acqua, la polvere della lavorazione delle lastre in fibrocemento la si spingeva, con l’acqua, nel canale che finiva nel fiume. Poi, al sabato, si scaricavano le vasche di contenimento degli scarti. Si ammorbidiva l’amianto con l’acqua e ne se ne faceva lo stesso uso: il Po. Quando non si riusciva a scioglierlo c’era il motocarro che andava su e giù, dallo stabilimento al greto».

Ezio Buffa, entrato in Eternit, a Casale Monferrato, nel 1954 a 19 anni, è uno dei spravvissuti più longevi. Ricorda ancora di aver visto «le molazze con cui si spappolava l’amianto, manovrandole a mano». Respira con fatica - «per l’asbestosi, quando scoprirono che ce l’avevo, nel 1970, era al 21%, ora è al 76%» - e i ricordi vanno e vengono. Ma è nitido quello delle pulizie. Più gli chiedono di precisare, più s’infervora: «Era dal 1907 che si faceva così. Prima con le scope di saggina, poi con le pompe: c’erano questi canali di scolo, si spazzavano gli scarti dopo aver bagnato i pavimenti. Il greto del fiume, davanti allo stabilimento, ne era pieno».

L’inquinamento del Po era stato trascurato negli scorsi decenni e rivalutato con le testimonianze raccolte nel corso delle indagini per disastro doloso. Guariniello conferma: «Abbiamo acquisito foto aree scattate dal 1975 al 1986, verificando le variazioni morfologiche sulla sponda destra del Po. Mostreremo in aula nella prossima udienza (citata Bresso, forse Cota) come il greto del fiume fosse diventato una discarica di detriti d’amianto: il Po li drenava e continuamente veniva rialimentata con materiale di scarto». L’inquinamento ambientale è un fattore amplificatore del disastro.

In aula Bruno Pesce, storico segretario della Camera del lavoro, rammenta come la bonifica dello stabilimento - «a causa di ricorsi di ditte che avevano perso l’appalto» - sia stata effettuata solo tra il 2000 e il 2004. Pesce ricostruisce: «Il Comune si era mosso prima, vietò nel 1987 che l’amianto circolasse nel proprio territorio e due anni dopo stabilì l’incentivo di 4 mila lire al metro quadro di amianto rimosso. L’assessore regionale Paolo Ferraris, casalese, fece arrivare i primi soldi per la bonifica della città, 3 miliardi di lire, e morì di mesotelioma pochi anni dopo, nel 1997».

Nei racconti dei testimoni i morti ritornano con nomi e cognomi, il maestro di scuola, il giovane bancario che faceva sport, intere famiglie che nemmeno abitavano vicino all’Eternit, operai e dirigenti, una strage ignorata a lungo.
Racconta Pesce: «Dovemmo fare causa all’Inail (ora parte civile) perché prendeva per buoni i dati dell’azienda, e mandare Trentin dal ministro Vassalli perché si potesse fare il processo di Casale. L’Eternit ci faceva spiare da una giornalista locale, Cristina Bruno, che si era infilata fra noi e continuamente ci chiedeva delle nuove iniziative». Sono state sequestrate le sue relazioni alla multinazionale: «La cultura dell’Eternit è stata a lungo dominante».

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