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Una riflessione sul momento che viviamo a Taranto

Cosa è oggi la speranza?

La speranza, affermava Havel, è la certezza che quello che si fa ha un senso. E' questa speranza progettuale l'eredità che mi ha lasciato mio padre, un uomo che ha partecipato alla Resistenza e che ha formato in me la capacità di resistere.
21 dicembre 2017 - Alessandro Marescotti

Sono un ottimista. Cosa è la speranza?

Ringrazio mio padre per avermi dato la capacità di resistere, di resistere sempre, e di nutrirmi delle positività che la vita mi offre.

Voglio far conoscere la speranza perché lo scetticismo e lo scoramento sono spesso la via di fuga degli ignavi.

Il mio scopo è costruire un progetto realistico di speranza, sulla quale poggiarmi saldo con entrambi i piedi. Questo senso di concretezza me lo sussurra ancora mio padre, nel profondo dell'anima. Morì dicendomi di non dimenticare mai gli ideali per cui siamo vissuti insieme per tanti anni. Mi voleva concreto, mi mise in mano i libri, voleva che leggessi, che aprissi la mia mente al passato e al futuro per cambiare il presente.

Veniamo all'oggi. Non credo che dopo dieci anni a Taranto siamo allo stesso punto di prima. Lo può dire solo chi non sa distinguere il prima dal dopo. Prima non riuscivamo neppure a riempire una sala per parlare dell'inquinamento. Non avevamo i dati. Non avevamo la consapevolezza della nostra forza. Ma chi allora non c'era è ovvio che non sappia cogliere le differenze. 

Penso in effetti di vivere in un mondo diverso e parallelo rispetto a chi si scoraggia in continuazione credendo di non fare alcun passo in avanti. Anche perché vengo chiamato in continuazione in iniziative piene di gente e di domande, ricche di curiosità e di voglia di fare, come quella di ieri al quartiere Tamburi con mamme che non si piangono addosso ma prendono la parola. E ne ho viste tante, attente, con gli occhi sgranati, sedute e pensino in piedi. Tutto questo alla faccia di chi dice che la gente non partecipa, che saremmo elitari perché non urliamo, perché usiamo termini scientifici, perché conosciamo le leggi i i nostri diritti e perché magari facciamo persino formazione alla cittadinanza attiva con tanto di slides. 

A Taranto esiste uno strato privo di cultura e consapevolezza, che somministra qualunquismo, che blatera di ribellione salvo poi squagliarsela perchè tanto non le vale la pena. Gli eterni "ti faccio vedere io come si fa". 

Ciò nonostante a Taranto resiste una società civile vivace, che prende la parola e partecipa nonostante tutto, nonostante i seminatori di scetticismo, malgrado alcuni ripetano che facciamo cose "che non servono a niente". Viviamo accerchiati dai seminatori di pessimismo che sguazzano in una vita buia e triste. Quelli sono i migliori alleati dell'ILVA. Poi magari si svegliano sotto le elezioni e ti chiedono i voti perché sono i portatori della palingenesi che tu non hai saputo realizzare.

Ci sono quelli che a Taranto ripetono che "la partecipazione ad assemblee e manifestazioni si assottiglia" e parlano del nostro presunto fallimento. 

Mi sono abituato e li compatisco.

Ma non mi ci ritrovo in questo pessimismo di maniera e di comodo che non coglie le differenze. Vorrei infatti clonarmi perché ricevo inviti a ripetizione. Ho un lungo elenco di no che dico purtroppo. Attualmente ho almeno tre articoli da scrivere che ho promesso e che non ho il tempo neppure di abbozzare. Vivo con un'agenda fitta di cose fatte, da fare e non fatte. Mi sto organizzando con Trello e le sue bachece di planning sul cloud. Quante cose non ho ancora fatto!

Sono contento di vivere in un mondo dove c'è la grinta e la speranza, e lascio volentieri il pessimismo a chi vive nello scoramento, a chi non sa cogliere questa positiva lievitazione delle coscienze, che coinvolge soprattutto le mamme del quartiere Tamburi.

Io punto sui miei ideali. Quando mio padre partecipò alla Resistenza seppe tenere fede ai suoi ideali alleandosi anche con persone diverse da lui. E vinsero.

Oggi non ho la certezza di vincere, e neppure mio padre l'aveva. Il 25 aprile, mi raccontò, arrivò quando ormai la sua capacità di resistere era al lumicino. Erano tempi difficili, nulla rispetto a ciò che oggi viviamo.

Per questo, come ho scritto all'inizio, sono ottimista.

C'è una frase di Vaclav Havel che mi accompagna e con la quale vorrei concludere perché in questo momento della vita rappresenta il senso di ciò che stiamo facendo: "La speranza non è ottimismo; e non è la convinzione che cio' che si sta facendo avrà successo: la speranza è la certezza che quello che si fa ha un senso, che abbiamo successo o meno".

C'è una pagina web che nel sito di PeaceLink è fra le più lette: "I have a dream", di Martin Luther King.

La rileggo con commozione e mi dico forte, oggi, qui a Taranto: I have a dream.

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