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Le conseguenze della marea di plastica

Ogni settimana ciascuno di noi mangia e beve fino a cinque grammi di microplastica

Un quantitativo pari a una carta di credito: è questo il numero di particelle di plastica che già oggi le persone assumono con l’alimentazione, stimano i ricercatori. Tuttavia, ci sono differenze regionali
26 luglio 2019
Deutsche Presse Agentur
Fonte: Der Tagesspiegel - 13 giugno 2019

Ogni giorno le persone introducono microplastica nel proprio corpo – tramite l’alimentazione, l’acqua potabile o semplicemente respirando. Fino a cinque grammi di minuscoli frammenti finiscono ogni settimana nel corpo degli esseri umani – a prescindere dalle loro condizioni di vita. Questo è perlomeno quanto stimano i ricercatori dell’Università di New Castle (Australia) che, per conto dell’organizzazione ambientalista WWF, hanno esaminato più approfonditamente gli studi già esistenti. L’indagine, tuttavia, non è stata ancora verificata o pubblicata dai ricercatori indipendenti.

Più piccole di cinque millimetri, più grandi di un millesimo di millimetro

Fibre di microplastica identificate in ambiente marino

L’indagine dei ricercatori si basa sui dati delle microplastiche – quindi dei frammenti più piccoli di 5 millimetri – presenti nell’aria che respiriamo, nell’acqua potabile, nel sale, nella birra e nei crostacei. Nell'analisi australiana le microplastiche che probabilmente assumiamo per altre vie non sono state prese in considerazione, critica l’esperta di microplastiche del WWF Caroline Kraas. Neppure il pesce, malgrado i dati disponibili, è stato esaminato dai ricercatori, giacché non è chiaro quanta microplastica ingeriamo con il suo consumo e quanta ne rimanga per esempio nelle frattaglie degli animali.
Il WWF pretende un accordo globale contro l’inquinamento da plastica che preveda obiettivi vincolanti. “Se non vogliamo plastica nel nostro corpo, dobbiamo impedire che ogni anno milioni di tonnellate di rifiuti plastici si riversino in natura”, ha affermato la direttrice del programma marino di WWF Germania, Heike Vesper, secondo quanto riporta un comunicato.
Per la microplastica non esiste una definizione ufficiale. Secondo l’Istituto federale tedesco per la valutazione dei rischi (BfR), a essere prese in considerazione sono solitamente le particelle di plastica più piccole di cinque millimetri e più grandi di un micrometro (cioè un millesimo di millimetro). All’atto pratico, è tecnicamente impossibile rimuovere dall’ambiente i piccoli frammenti. Ecco perché dobbiamo assolutamente impedire che la plastica finisca dispersa in natura, sostiene il WWF.

I quantitativi di plastica nel cibo differiscono di molto da regione a regione

I piccoli frammenti vengono originati, tra le altre cose, dall’abrasione degli pneumatici o delle suole delle scarpe, dall’usura di pezzi di plastica più grandi o dal lavaggio di capi sintetici. Anche le particelle derivanti dai cosmetici, dai calcinacci e dalla dispersione aerea intorno ai campi sportivi e da gioco finiscono nell’ambiente sotto forma di microplastiche. In uno studio dell’anno scorso il Fraunhofer Institut partiva dal presupposto che in Germania soltanto un quarto circa del materiale plastico che si disperde nell’ambiente sia costituito da macroplastiche. Tra queste vi sono i sacchetti in polietilene e altri prodotti plastici. Il resto, all’incirca il 74 per cento, è perciò composto da microplastica.
Stando allo studio del WWF, è attraverso l’acqua potabile che le persone assumono la maggior parte della microplastiche – in generale, ciò riguarda più l’acqua in bottiglia che quella del rubinetto. La causa, presumibilmente, risiede nella bottiglia stessa o nel processo di produzione o, più esattamente, di trasporto. In Germania l’acqua del rubinetto proveniente dalle falde freatiche, secondo l’esperta del WWF Kraas, non comporta rischi: “Allo stato attuale della ricerca, si suppone che la falda acquifera tedesca non mostri reale positività alle microplastiche.”

Secondo lo studio, nel caso dell’acqua potabile vi sono evidenti differenze regionali. Negli Usa o in India è stata dimostrata una presenza di plastica pari a due volte quella riscontrata in Europa o in Indonesia. “La quantità di microplastica che ciascuno di noi assume dipende dal luogo di residenza, dalle condizioni di vita e dal regime alimentare”, ci ha comunicato Heike Vesper (WWF). La quantità chiamata in causa di cinque grammi a settimana, all’incirca equivalente al peso di una carta di credito, va considerata, perciò, come la stima del quantitativo medio.

L’acqua in bottiglia contiene più microplastiche dell’acqua del rubinetto

Che la maggior parte dei pezzettini di plastica giunga nel corpo umano attraverso l’acqua potabile è stato dimostrato anche da uno studio pubblicato, soltanto poco tempo fa, sulla rivista specializzata Environmental Science & Technology (EST). L’analisi, relativa agli Stati Uniti, arriva alla conclusione che l’acqua in bottiglia contiene sostanzialmente più microplastiche dell’acqua del rubinetto. Lo studio stabilisce fino a 121.000 il numero delle particelle che con l’alimentazione, tra le altre cose, un uomo adulto assume ogni anno. Poiché i ricercatori sono riusciti a esaminare soltanto una parte delle possibili fonti di ingestione di microplastiche, essi suppongono che le loro stime siano drasticamente sottodimensionate.
Nella maggior parte dei casi, gli abitanti degli Stati Uniti, secondo lo studio, introducono microplastica attraverso l’aria che respirano, l’acqua in bottiglia e gli organismi marini. Sia lo studio del WWF che quello dell’EST non consentono di trarre conclusioni sulla situazione in Germania. Essi non contengono informazioni neppure sugli effetti sulla salute dell’uomo causati dall’ingestione della plastica – a questo proposito, le ricerche devono ancora essere effettuate.

Le conseguenze sulla salute rimangono ignote

Se le microplastiche abbiano effetti nocivi sul corpo umano non è stato sin qui dimostrato, sostiene il BfR. “Al momento, la tesi secondo cui le microplastiche presenti nel cibo fanno ammalare l’uomo non è scientificamente dimostrata”, ha dichiarato all’inizio di giugno il presidente dell’istituto Andreas Hensel alla Funke-Mediengruppe.
Gli autori dello studio pubblicato sull’EST scrivono che le ripercussioni delle microplastiche sulla salute dell’uomo sono in gran parte ignote e che, ciò nonostante, le possibili cause di disfunzioni sono state già descritte. Anche il BfR non intende escludere possibili effetti negativi. Secondo un contributo di Alfonso Lampen dell'Istituto tedesco, la maggior parte dei cosiddetti polimeri, di cui è principalmente composta la plastica, non reagisce con il corpo umano. Presumibilmente, quindi, così Lampen, un effetto tossico risulta improbabile – sebbene molte questioni a tal proposito rimangano aperte.

Alla plastica, inoltre, sempre secondo Lampen, i produttori spesso aggiungono additivi quali plastificanti, coloranti e sostanze odorose. In determinate condizioni questi potrebbero essere rilasciati nel corpo. È possibile in aggiunta, continua Lampen, che i pezzettini di plastica siano stati contaminati dall’ambiente, per esempio dalle tossine algali o dai biocidi – in questo caso non è chiaro se nell'uomo possa verificarsi un rilascio di queste sostanze.

Le piccole particelle dell'ordine di grandezza di pochi micrometri potrebbero essere assimilate direttamente dalle cellule dei polmoni o dell'intestino, così lo studio dell'EST. La banca dati, tuttavia, non sarebbe ancora abbastanza grande da consentire di trarre conclusioni circa le ripercussioni sulla salute. L'esperto del BfR Alfonso Lampen scrive che in tutti tessuti con cui le particelle entrano in contatto potrebbero insorgere soprattutto effetti indesiderati. Ecco perché la questione dei rischi sulla salute dovuti alle microplastiche presenti negli alimenti costituisce uno dei principali quesiti della valutazione dei rischi.

Mancano ancora i dati

La ricerca, tuttavia, è complicata. Le particelle un po' più grandi, ovvero dell'ordine dei millimetri, sono più semplici da analizzare. Per quanto riguarda quelle più piccole, c'è il rischio che non vengano intercettate con le tecniche di filtrazione e screening, allo stesso tempo, però, sono queste ad aver più importanza nell'assunzione da parte dell'uomo.

Nel complesso, ai ricercatori mancano ancora innumerevoli dati per poterne stabilire gli effetti sulla salute. Il BfR suppone che nei prossimi anni lo stato delle conoscenze sulle microplastiche migliorerà sensibilmente e con ciò anche le analisi. Fino ad allora lo studio dell'EST si richiama al principio di precauzione: per ridurre l'ingestione di microplastiche, la cosa più concreta sarebbe quella di produrre e utilizzare meno plastica.

Tradotto da Stefano Porreca per PeaceLink. Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte (PeaceLink) e l'autore della traduzione.
N.d.T.: Per il profilo completo del traduttore clicca qui: www.proz.com/profile/2546108.

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