Chi paga davvero la guerra?
Quando è scoppiato il conflitto militare in Iran, alcuni commentatori hanno rassicurato l'opinione pubblica americana: «Siamo produttori netti di petrolio, non ci riguarda».
E' vero o no?
E' vero che gli Stati Uniti hanno raggiunto l'autosufficienza energetica, come abbiamo spiegato in un altro articolo che illustrava le ragioni per cui questa guerra fa aumentare i profitti del comparto petrolifero americano.
E' vero che Trump ha un buon rapporto con la lobby petrolifera.
E' vero che con la rivoluzione del fracking (fratturazione idraulica) e l'estrazione di shale oil e shale gas (idrocarburi contenuti in rocce scistose facilmente friabili), gli Stati Uniti hanno raggiunto l'autosufficienza energetica, diventando esportatori netti di petrolio e gas dal 2019-2020.
E' vero che questa svolta tecnologica ha trasformato il Paese nel principale produttore mondiale, riducendo drasticamente la dipendenza dalle importazioni estere.
E' vero che un embargo sul petrolio non metterebbe in ginocchio gli Stati Uniti dal punto di vista energetico.
Ma non è vero che l'attuale tempesta economica non riguardi anche la società americana, ossia i consumatori, e che possano dormire sonni tranquilli. Sarebbe una bugia confortante. Paul Krugman, sul suo Substack, la smonta con la precisione chirurgica dell'economista e la chiarezza del divulgatore.
La guerra e la complessità economica
La realtà economica è più complessa di come l'ha immaginata Trump: esiste infatti un mercato globale unico del petrolio. Quando i prezzi salgono a causa di una guerra in Medio Oriente, salgono ovunque — a Los Angeles come a Roma, a Tokyo come a Berlino. Che il tuo paese estragga petrolio sotto casa propria cambia poco, se non sei azionista delle compagnie che lo vendono.
Gli Stati Uniti producono più petrolio e gas di quanto ne consumano. Eppure le famiglie americane pagano alla pompa lo stesso prezzo aumentato che pagano le famiglie europee o giapponesi — paesi privi di giacimenti rilevanti. Perché? Perché la stragrande maggioranza dei cittadini non possiede quote delle compagnie petrolifere. I profitti dell'estrazione vanno agli azionisti; il costo del pieno lo paga chiunque guidi.
Il blocco dello stretto di Hormuz
Questa è la verità della guerra economica che stiamo vivendo. Trump lancia le bombe, l'Iran risponde con il blocco dello stretto di Hormuz. E chi dice che l'Iran non stia mettendo in difficoltà gli Stati Uniti non ha compreso gli effetti economici complessivi di questo scossone sulla stessa società americana. Una società che ha dato in maggioranza il consenso a Trump e che ora è esposta alla crisi quanto la società europea. Anzi, secondo Krugman, le famiglie americane rischiano di essere ancora più esposte di quelle di altre economie avanzate, a causa dell'alta intensità petrolifera dell'economia statunitense: una società costruita sull'automobile, sulla dispersione urbana, sui grandi spazi da percorrere.
Guerra e profitti petroliferi
La guerra è profitto, almeno per alcuni.
Le compagnie petrolifere americane avevano già registrato guadagni eccezionali post-invasione ucraina: +125% profitti nel 2022 per le Big Five (ExxonMobil, Shell, Chevron, TotalEnergies e BP).
Krugman non ha dubbi su chi guadagna, anche adesso, da questa guerra all'Iran: le compagnie petrolifere americane e i loro azionisti. Ma c'è di più.
L'impennata che fa comodo a Putin
Il dato che dovrebbe far riflettere è che brinda anche il governo russo.
Mosca incassa petrodollari anche mentre i suoi missili volano. Analisi di marzo 2026 indicano che la Russia sta incassando fino a 150 milioni di dollari in entrate extra al giorno dalle tasse sulle esportazioni di petrolio, grazie al rialzo dei prezzi. E' una boccata d'ossigeno per Putin che ha messo un economista a governare il ministero della difesa (Andrey Belousov). La guerra in Ucraina costa tantissimo. Analisi indipendenti indicano 900 milioni di dollari giornalieri nel 2023, inclusi salari, munizioni e riparazioni (27 miliardi mensili). Il budget statale russo 2026-2028 assegna il 38% alla Difesa, il livello più alto dai tempi dell'URSS, suggerendo costi superiori a 500-800 milioni/giorno tra produzione armi e mantenimento truppe.
La Cina, il petrolio e i satelliti
Curiosamente protetta dallo shock è invece la Cina, nonostante dipenda pesantemente dalle importazioni di idrocarburi.
Pechino importa petrolio russo con sconti del 20-25% sul Brent, rendendolo il principale fornitore (oltre 20% delle importazioni), aggirando sanzioni via navi "fantasma" e pipelines terrestri.
Nella geopolitica energetica, le posizioni di forza non sempre coincidono con l'indipendenza produttiva. Tra l'altro l'Iran sta facendo passare dallo stretto di Hormuz le petroliere cinesi mentre blocca le altre. E la Cina ricambia la cortesia fornendo presumibilmente dati satellitari di precisione all'Iran. Come alternativa al GPS, la Cina ha prodotto BeiDou, con 56 satelliti a disposizione, il doppio rispetto a quelli del GPS, e 120 stazioni di terra a supporto che comandano la costellazione (11 sono quelle del GPS). BelDou ha una precisione centimetrica. I missili iraniani colpiscono con precisione sospetta i bersagli e non subiscono le interferenze delle contromisure elettroniche. Un costoso drone italiano è stato colpito a terra in Kuwait il 15 marzo, in un luogo protetto, in una base dove c'erano anche militari americani: l'Iran ha colpito con precisione.
I fertilizzanti, l'agricoltura e i prezzi del grano, della frutta e della verdura
Lo shock petrolifero non si ferma al distributore. Il gas naturale è la materia prima dei fertilizzanti. Il gas naturale viene utilizzato per produrre ammoniaca, che alla base per quasi tutti i fertilizzanti azotati, come l'urea. Quando il prezzo del gas sale, l'agricoltura mondiale ne risente. Anche i prezzi alimentari salgono. L'inflazione si diffonde a strati: prima l'energia, poi i trasporti, poi il cibo. Chi ha meno reddito disponibile è colpito in proporzione maggiore.
Krugman chiude la sua analisi senza illusioni: «Vorrei poter dipingere un quadro meno deprimente, ma questa è la situazione». E aggiunge un'avvertenza che suona come un campanello d'allarme: l'impennata dei prezzi del petrolio potrebbe essere appena all'inizio.
La guerra la pagano le famiglie povere
L'analisi di Krugman conferma una verità che il movimento per la pace ripete da decenni: le guerre non sono mai "a costo zero" per le popolazioni civili. Il costo non è solo in vite umane — che rimane il più alto e il più invisibile nei bilanci economici — ma in potere d'acquisto eroso, in bollette impossibili, in inflazione che colpisce i più vulnerabili.
E mentre i governi discutono di sicurezza energetica e le compagnie contano i profitti record, le famiglie — americane, europee, italiane — pagano alla pompa la loro quota di un conflitto che non hanno scelto.
Chiedersi a chi serve la guerra non è retorica pacifista. È economia applicata.
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