Studenti e lavoratori insieme contro il riarmo e la crisi sociale
Da Nord a Sud, i cortei si sono riempiti di studenti, lavoratori, precari, pensionati, famiglie e attivisti, uniti da una richiesta comune: meno armi, più risorse per la vita delle persone.
La partecipazione ha superato le aspettative. Secondo le stime diffuse dall'USB, oltre un milione di persone ha preso parte alle mobilitazioni, articolate in circa 60 piazze. Il dato non coincide con le cifre del Viminale ma questo non cancella la dimensione nazionale della protesta e l'ampia presenza di giovani, cittadini e lavoratori.

A Milano, Bologna, Torino, Firenze, Napoli, Genova e Livorno, come in tante altre città, studenti e lavoratori hanno sfilato insieme. Un nuovo soggetto collettivo prende forma. Siamo di fronte a una convergenza che rappresenta forse il risultato più significativo della giornata: la consapevolezza che il riarmo non è una questione astratta ma incide direttamente sulle condizioni materiali della popolazione.
Mentre crescono le spese militari, salari e pensioni perdono potere d'acquisto, la sanità pubblica fatica a garantire le prestazioni, la scuola subisce tagli, il lavoro diventa sempre più precario. La mobilitazione ha messo in relazione tali questioni. Tanta gente riventica alternative alla corsa agli armamenti.
Un significato particolare ha assunto la protesta dei portuali. La mobilitazione internazionale contro il traffico di armi ha coinvolto oltre 100 porti in 17 Paesi. Anche in Italia, da Genova a Livorno, da Trieste a Napoli, i lavoratori portuali hanno portato il loro contributo.
La giornata non è stata priva di tensioni ma il dato prevalente è stato quello di una partecipazione pacifica e radicata nelle diverse città.

Ciò che abbiamo visto il 30 ottobre è andato ben oltre le aspettative che avevamo nutrito scrivendo il precedente editoriale «Contro il riarmo un'ondata di mobilitazioni pacifiste unisce studenti e lavoratori». Quella che alla vigilia appariva come una convergenza possibile si è trasformata in un'ampia mobilitazione unitaria reale.
Adesso la sfida è dare continuità a questa unità. Occorre costruire legami stabili tra scuole, università, luoghi di lavoro, porti, associazioni e movimenti per la pace e contro il riarmo.
La questione riguarda il modello di società che vogliamo. Vogliamo un'economia orientata alla produzione di armi e alla preparazione di una futura guerra oppure vogliamo investimenti nella sanità, nell'istruzione, nella tutela ambientale, nel lavoro e nella sicurezza sociale?
Il 30 ottobre ha dimostrato che esiste un pezzo importante del Paese che non accetta di considerare inevitabile l'economia di guerra.
Insieme contro il riarmo e la crisi sociale: questa convergenza può diventare una forza capace di cambiare le priorità del Paese. E il nostro comune futuro.
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