Feltri e Maroni: Siamo proprio sicuri che sia Bruxelles a dover andare all’inferno?
Asini. Questa è la prima parola che il cervello mi ha suggerito quando ho letto le dichiarazioni di Roberto Maroni sull’inutilità dell’Europa e, a strascico, quelle di Vittorio Feltri su Libero del giorno dopo, a supportarne la fondatezza. Essendo io, per di più, membro del Movimento Federalista Europeo, laureato in Scienze Diplomatiche e in procinto di prendere un Master in Studi Europei, rabbia, nausea e sconforto hanno annebbiato le mie facoltà analitiche, lasciandomi in balia di quell’ultimo e unico pensiero: gli asini. E il loro rauco ragliare. Pertanto, incapace di visualizzare altro, mi soffermerò su tale bucolica figura - estremamente, genuinamente e coerentemente padana in un certo qual modo -, per esprimere qualche commento sulla doppietta Maroni – Feltri dei giorni 12 e 13 aprile, 2011.

(Figura . Metaforici Asini Postmoderni) Infine, tenta di stimolare un genuino e sano sentimento europeo, scrivendo “… ridono degli italiani in genere, giudicandoli pasticcioni, bontemponi senz’arte né parte. Aggiungete che le amministrazioni locali del Mezzogiorno non sono in grado di attingere ai fondi a loro disposizione per realizzare opere infrastrutturali, e il quadro è completo. Da imbecilli ci comportiamo e imbecilli siamo ritenuti”. Europa, Italia, Sud Italia: anti-solidarismo multilivello. Leggete, per favore, il passaggio conclusivo: “mezza Africa è in ebollizione e si attrezza per invaderci e islamizzarci. Quando anziché ventimila extracomunitari, ne sbarcheranno qui - e giuro che succederà - duecentomila o due milioni, che faremo? Il cuscus”. La battuta merita applausi. E già mi immagino altri asini riderne ragliando. A me, tuttavia, non riesce di scherzare più. E quando l’odio, di stampo razzista, è veicolato dall’idiozia e dalla leggerezza di frasi come questa, mi viene solo da rabbrividire. Asini, calzati e vestiti.
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