Latina

Ecuador: Abrogato il "paquetazo" (+ audio intervista)

È solo l'inizio e la repressione deve terminare
15 ottobre 2019
Giorgio Trucchi

Protesta a Quito (teleSUR)

Domenica è stata una giornata campale per l'Ecuador. Da una parte migliaia di persone in piazza a sfidare il coprifuoco, decretato il giorno prima dal presidente Lenín Moreno, e la repressione incessante di poliziotti e militari, dall'altra il tentativo di imbastire un dialogo tra le organizzazioni indigene -con in testa la Conaie e la Confeniae- e il governo, per arrivare a un accordo che ponesse fine alle proteste contro le riforme neoliberiste made in FMI.

Tali riforme, contenute nel decreto 883 ribattezzato paquetazo económico, prevedono, tra l'altro, l'abolizione dei sussidi ai carburanti il cui prezzo raddoppierebbe, e una riforma strisciante del mercato del lavoro che riduce salari e attacca i diritti di lavoratori e lavoratrici, sanciti dal codice del lavoro e da trattati internazionali ratificati dall'Ecuador.

Il tutto per risanare un asfissiante deficit fiscale ed accedere ai 4,2 miliardi di dollari promessi dal FMI in cambio del taglio dei costi sociali e l'aumento degli ingressi fiscali. Insomma, la solita ricetta "lacrime e sangue" del FMI.

Ma per Lenín Moreno era anche l'occasione per dare il colpo di grazia ai suoi "vecchi alleati" del Movimento della rivoluzione cittadina -grazie ai quali oggi è presidente- i cui principali esponenti sono in carcere o in esilio, come l'ex presidente Rafael Correa e l'ex ministro degli Esteri, Ricardo Patiño.

Per fare ciò, Moreno ha anche usato la solita carta del "nemico esterno", molto apprezzata dagli Stati Uniti e dai governi satelliti latinoamericani, accusando il Venezuela di Maduro, Correa e le Farc colombiane, di manovrare i fili dietro la protesta.

Dopo ore di alta tensione e la mediazione delle Nazioni unite e della Conferenza episcopale, le parti hanno raggiunto un accordo che prevede l'abrogazione -avvenuta ieri- del decreto 883 e l'immediata creazione di una commissione per l'elaborazione di un nuovo decreto che dovrebbe -il condizionale è d'obbligo- raccogliere le richieste di chi ha protestato per 12 giorno in tutto il paese. Intanto, a partire da oggi, i prezzi dei combustibili dovrebbero tornare ai valori precedenti all'entrata in vigore del paquetazo.

Ma la cosa non finisce qui.

Organizzazioni indigene, movimenti sociali, studenti, sindacati, lavoratori e lavoratrici esigono indagini approfondite e castigo per i responsabili della brutale repressione contro la popolazione e di almeno 8 persone morte durante le proteste (potrebbero essere di più) e migliaia di feriti, ma anche la liberazione immediata e amnistia per le oltre mille persone arrestate. Il tutto nel silenzio quasi totale dei media mainstream.

Inoltre si chiede che vengano resi pubblici gli accordi firmati con il FMI (il paquetazo ne era probabilmente solo la punta dell'iceberg), le dimissioni del ministro degli Interni María Paula Romo e quello della Difesa Oswaldo Jarrín, il rispetto per la plurinazionalità dell'Ecuador e per i territori indigeni, le cui popolazioni dovranno essere consultate in modo previo, libero e informato per qualsiasi tipo di progetto che interessi beni comuni e territori.

In cambio, le organizzazioni indigene si sono impegnate a normalizzare la situazione nel paese e a sospendere mobilitazioni e proteste.

Non c'è dubbio che si tratti di una vittoria e che la lotta nelle strade abbia messo in seria difficoltà un governo despota alleato con la peggiore destra latinoamericana (sette governi conservatori e ultraconservatori, tra cui Argentina, Brasile, Colombia, Paraguay e Perú, si sono schierati immediatamente con Moreno, sostenendo la vaneggiante tesi delle infiltrazioni esterne), ma è solo l'inizio.

È proprio di qualche ora fa la notizia della destituzione del Capo di Stato Maggiore Congiunto Roque Moreira e del Comandante delle Forze Terrestri Javier Pérez.

I prossimi giorni saranno decisivi per capire se l'accordo con il governo sia solo una strategia di Moreno -e dei poteri economici e politici che lo manovrano- per smobilitare la protesta, continuare la persecuzione degli oppositori correisti (poche ore dopo l'accordo è stata arrestata e mandata in carcere Paola Pabón, prefetto di Pichincha e leader del movimento Fuerza compromiso social, per avere "istigato alla violenza") e mantenere la stessa ricetta economica a cui si è solo cambiato il vestito. Tutto deve cambiare perché tutto resti come prima.

Di tutto questo ne abbiamo parlato su Radio Onda d'Urto.
Qui l'intervento di ieri, lunedì 14 ottobre

ASCOLTA QUI
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