Cile: l’agenda dell’impunità di Kast

L’indulto ai carabineros macchiatisi di reati, il tentativo di smantellare il Plan de Busqueda dei desaparecidos e la volontà di blindare i confini con Perù e Bolivia sono solo alcune delle misure più repressive del presidente di estrema destra nei suoi primi mesi di governo.
10 maggio 2026
David Lifodi

Cile: l’agenda dell’impunità di Kast

Sono trascorsi poco più di due mesi dall’insediamento di José Antonio Kast alla presidenza del Cile e non mancano già i segnali inquietanti dati dal nuovo inquilino de La Moneda al suo elettorato per confermare ciò che aveva promesso in campagna elettorale: mano dura, repressione e revisionismo storico.

Tra le sue prime mosse vi è la conferma della volontà di voler concedere l’indulto ai carabineros e ai militari condannati per violenze commesse contro i manifestanti in occasione dell’estallido social del 2019, quando il maggior levantamiento popular dai tempi del pinochettismo, scatenato dalla protesta contro l’aumento del prezzo del biglietto del trasporto pubblico voluto dall’allora presidente Sebastián Piñera si era trasformata in una mobilitazione spontanea e auto-organizzata a tempo indeterminato repressa più volte dalla polizia con estrema violenza.

Sono stati gli stessi parlamentari di Kast, in seno al Congresso, a sollecitare ulteriormente il presidente affinché si adoperasse per venire in soccorso delle forze dell’ordine e la sua risposta non si è fatta attendere e quest’ultimo ha motivato la sua decisione giustificandola con il clima di violenza che si respirava in quel momento nel paese, evitando accuratamente di parlare degli eccessi della polizia.

Inoltre, Kast ha tentato di camuffare l’eventuale indulto a carabineros e militari come un segnale di pacificazione per il paese in un momento così complesso come fu la stagione dell’estallido social, ma in realtà si tratta di una sorta di benedizione delle forze di polizia che, se davvero vedranno riconosciuti i benefici presidenziali, si sentiranno autorizzate a poter proseguire nella repressione indiscriminata.

A tutto ciò si aggiunge il caso sorto lo scorso mese di marzo nell’ambito della presentazione dell’ Informe Nacional de Homicidios 2025. Nell’occasione è stato infatti nascosto il dato relativo alle morti di cui si sono resi responsabili gli agenti dello stato, peraltro triplicato rispetto al 2018 e, in particolare, a seguito dell’approvazione, nell’aprile 2023, della controversa Ley Naín Retamal all’epoca dell’ultima parte di mandato della presidenza di Gabriel Boric, volta a modificare il Codice Penale per rafforzare la protezione dei poliziotti e concedere maggior libertà per l’utilizzo delle armi in loro possesso sfruttando la cosiddetta “legittima difesa privilegiata”. La trasparenza su queste tematiche difficilmente migliorerà sotto la presidenza Kast.

Purtroppo non ci sono buone notizie nemmeno per quanto riguarda il destino del Plan Nacional de Búsqueda, il cui scopo rimane quello di far luce sulle vittime della dittatura pinochettista. Sono stati recentemente silurati i coordinatori del programma dei diritti umani che si occupavano di mandare avanti materialmente il piano in quella che appare come una chiara decisione politica. Ai coordinatori allontanati non è stato possibile nemmeno lasciare le consegne ai loro successori e questo episodio si configura sempre di più come un attacco al Plan Nacional de Búsqueda che Kast si prodiga a giurare di non voler smantellare, ma se nominerà uomini di sua fiducia al suo interno risulterà evidente come il lavoro di ricerca, verità e giustizia finirebbe per essere del tutto depotenziato.

Quella che è stata definita come l’”agenda dell’impunità” di Kast presenta altri segnali che fanno temere per il ritorno dell’autoritarismo nel paese, a partire dalla volontà espressa dal presidente di recuperare Colonia Dignidad, enclave tristemente nota per esser divenuta, all’epoca del pinochettismo, luogo di torture e villaggio che ha dato rifugio ad esponenti del nazismo provenienti dalla Germania. Il fatto non sorprende perché lo stesso Kast proviene da una famiglia orgogliosamente legata agli ideali nazisti e suo padre raggiunse il Cile dalla Germania dopo la sconfitta del nazismo.

Non sono servite a nulla, almeno per il momento, le dure prese di posizione espresse sia dall’Asociación por la Memoria y Derechos Humanos Colonia Dignidad sia dai legali dei familiari dei desaparecidos uccisi, che hanno definito questa operazione come un oltraggio alla memoria degli scomparsi.

Infine, non meno preoccupante appare la volontà del governo cileno di blindare le frontiere con Perù e Bolivia tramite il Plan Escudo Fronterizo, ispirato alle politiche di repressione dei migranti già sperimentate, nel continente, dai suoi omologhi Bukele e Milei. Filo spinato, sensori, torri provviste di radar e delle profonde fosse scavate nei pressi dei confini con i due paesi dovrebbero essere utili, secondo Kast, a scoraggiare il traffico migratorio, ma questa sua vera e propria ossessione ha forse fatto dimenticare al presidente che si tratta di un progetto assai complesso a causa delle centinaia e centinaia di chilometri che corrono lungo la frontiera con il Perù e, soprattutto, con la Bolivia. È forse anche per questo che, a causa della difficoltà di realizzazione nel breve periodo, Kast nel frattempo vorrebbe far approvare al Congresso una legge che preveda sanzioni per coloro che si adopereranno nel soccorrere e assistere i migranti in transito.

Ormai da diverse settimane, secondo alcuni sondaggi, l’indice di gradimento della popolazione su Kast è sceso ben sotto il 50%, ma questo non sembra fermare uno dei più pericolosi presidenti del Cile dal ritorno del paese alla democrazia.

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