Lo scorso giugno l’Indice Globale della Tortura ha inserito il paese tra quelli ad alto rischio

In Ecuador una società militarizzata

Torture sui detenuti, sparizioni forzate e il prolungamento a tempo indefinito dello stato d’assedio rappresentano ormai la quotidianità
23 agosto 2026
David Lifodi

In Ecuador una società militarizzata

Alla fine dello scorso mese di giugno, mentre il presidente dell’Ecuador Daniel Noboa si riuniva, nell’ambito del vertice Mercosur, con il presidente cileno José Antonio Kast e quello boliviano Rodrigo Paz, con i quali condivide, tra le altre cose, la completa genuflessione agli Stati Uniti, l’ossessione securitaria e un’ideologia politica apertamente razzista ed escludente, l’Indice Globale della Tortura inseriva il suo paese tra quelli ad alto rischio.

Sul momento, complice anche l’euforia per la qualificazione della nazionale ecuadoriana ai sedicesimi di finale dei Mondiali di calcio terminati poco più di un mese fa, la notizia è passata in secondo piano, ma il rapporto dell’Organizzazione mondiale contro la tortura segnalava in realtà un fatto grave: di fronte alla crescita del crimine organizzato, l’Ecuador risponde mettendo in discussione i diritti civili e sociali dei suoi cittadini. Tutto ciò non sorprende poiché Noboa è un fervido ammiratore delle politiche di Nayib Bukele in El Salvador, basti pensare all’idea, mai del tutto abbandonata, di voler edificare un penitenziario in piena Amazzonia ecuadoriana.

Torture sui detenuti, sparizioni forzate e il prolungamento a tempo indefinito dello stato d’assedio in alcune zone del paese rappresentano ormai la quotidianità e non più l’eccezione. Al contrario, l’impunità la fa da padrona facendo arrivare alla criminalità organizzata, nonché ai settori istituzionali deviate e corrotti, il messaggio che possono continuare ad agire indisturbati. Inoltre, lo Stato, dovrebbe occuparsi di tutelare la popolazione facendo rispettare la legge e non, come accade da tempo, affidarsi esclusivamente ad una repressione indiscriminata.

In questo contesto l’ultradestra ecuadoriana ci sguazza e promuove un mix composto da autoritarismo, indebolimento della vita democratica e criminalizzazione del conflitto sociale.

La cosiddetta guerra alla droga, dichiarata al narcotraffico e ai capi dei cartelli che, nelle carceri continuano a fare il bello e il cattivo tempo, rappresenta in realtà l’occasione per reprimere i movimenti sociali nel segno un neoliberismo ogni volta reso più estremo per la violenza che si abbatte sulle fasce sociali più povere della società ecuadoriana.

Oggi sono in molti, tra gli analisti politici, ad ammettere che l’Ecuador si è trasformato in una sorta di immenso penitenziario dove le regole della democrazia vengono erose quotidianamente.

A partire dal 2020, sotto le presidenze di Moreno, Lasso e Noboa, il paese è divenuto uno dei più violenti della regione.

Nelle elezioni del 2023, vinte a seguito del voto anticipato dovuto al controverso meccanismo della muerte cruzada (lo stratagemma utilizzato dall’allora presidente Lasso per evitare l’impeachment sfruttando l’articolo 148 della Costituzione, quello che concede al capo di stato la possibilità di sciogliere l’Assemblea nazionale con l’obbligo di chiamare il paese alle urne entro 180 giorni) e alla riconferma ottenuta nel 2025 (guadagnata grazie all’ingombrante presenza Usa, alla dichiarazione dello stato d’assedio a poche ore dal voto, alla forza dei gruppi di pressione appartenenti all’oligarchia nonché ai settori più oltranzisti del cattolicesimo), Noboa si era presentato come il giovane che, fuori da qualsiasi gioco di potere, avrebbe rimesso in sesto il paese sfruttando il sentimento anticorreista di una parte della popolazione.

In realtà, Noboa proveniva da una delle famiglie più ricche del paese (il padre Àlvaro deve le sue fortune all’imprenditoria nel settore bananero) e, fin dall’inizio, il suo progetto era quello di utilizzare la mano dura. Il punto di non ritorno, funzionale al suo intento repressivo, avvenne il 9 gennaio 2024, quando, a seguito di una serie di eventi violenti di cui si era resa protagonista la criminalità organizzata, compresa l’occupazione temporanea di un canale televisivo, il suo governo decise di dichiarare nel paese la presenza di un “conflitto armato non internazionale” censendo ben 22 gruppi criminali come “organizzazioni terroriste”.

I risultati conseguiti dal governo sono stati modesti, i massacri nelle carceri sono cresciuti (ben 5 nel 2025 a seguito di rivolte violentissime), ma Noboa aveva comunque raggiunto il suo scopo, quello di militarizzare la società. È in questo contesto che il presidente ha colto l’occasione per scatenare una guerra senza quartiere la guerra hacia abajo, mentre la criminalità continuava ad agire più o meno indisturbata. A fare le spese della normalizzazione della violenza, imposta con la forza soprattutto nei territori dove risiedono le comunità afro in resistenza, le donne, le adolescenti, gli indigeni e o poveri, vittime dell’espansione delle economie criminali e della stessa militarizzazione.

In particolare suscitò indignazione il caso dei quattro bambini del quartiere popolare di Las Malvinas di Guayaquil trovati morti il 24 dicembre 2024. I loro corpi furono rinvenuti con chiari segni di tortura, di mutilazione ed erano carbonizzati e sfigurati. Inizialmente si parlò dell’affiliazione dei minorenni alla criminalità organizzata, ma senza alcuna prova certa e, grazie ad una telecamera di sorveglianza posta nel luogo della scomparsa, vennero individuati alcuni membri delle Forze armate che prelevarono i ragazzini per portarli chissà dove.

Questa sorta di pedagogia del terrore, che negli ultimi anni è stata caratterizzata da centinaia di bambine e adolescenti desaparecidos, probabilmente rapiti dalla criminalità organizzata con il sostegno delle Forze armate, è stata accompagnata da una crociata contro l’ideologia di genere culminata con l’accordo pubblico sottoscritto da Noboa (ma anche da Luisa González, allora candidata per il partito di centrosinistra Revolución Ciudadana) con l’organizzazione evangelica Sociedad y familia.

Nel decennio del correismo (2007-2017) l’Ecuador era uno dei paesi meni violenti dell’America Latina, ma oggi è devastato da un conflitto armato interno non dichiarato da cui traggono vantaggio il narcotraffico, l’agrobusiness ed una oligarchia senza scrupoli che Noboa ha sempre accontentato, a partire dalla militarizzazione dei territori destinati all’estrazione mineraria. Oro e rame rappresentano il business su cui hanno scommesso molte multinazionali giunte nel paese rassicurate dal governo del giovane presidente.

Per blindare ulteriormente il territorio, Daniel Noboa ha sottoscritto tre accordi vantaggiosi per le transnazionali e per gli Stati Uniti, si tratta del Sofa (Status of Forces Agreement, un accordo militare capestro che permette agli Stati Uniti di gestire la sicurezza sul territorio ecuadoriano trasformando il paese in una sorta di colonia), dell’Acuerdo de Asistencia de Intercepción Aérea e dell’Acuerdo de Operaciones Contra Actividades Marítimas Transnacionales Ilícitas.

In più, per tutelare maggiormente le imprese dedite all’estrattivismo minerario, il presidente ha siglato, nel marzo 2025, un’alleanza con il contractor Erik Prince, già alla guida di Blackwater. Lui, come altri mercenari senza scrupoli, in teoria dovrebbe combattere il crimine organizzato, il narcotraffico e la pesca illegale, ma in realtà, il suo compito principale consiste nel cacciare intere popolazioni dalle aree adibite all’estrazione mineraria nonché alla repressione dei movimenti sociali.

Secondo la Costituzione di Montecristi (approvata nel 2008) ancora vigente, ma disattesa e già svuotata del suo contenuto in alcune parti, l’Ecuador avrebbe dovuto essere un territorio di pace libero dalle basi militari straniere, come del resto è stato sancito nel 2014 dal vertice della Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños tenutosi a l’Avana ed esteso a tutta la regione latinoamericana, sempre più nelle mani di affaristi senza scrupoli e per questo del tutto ignorato.

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