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Voci da New Orleans: un medico d'emergenza racconta i primi momenti del dramma

Di recente ho lasciato il mio lavoro a Baltimora e mi sono trasferito ad Austin, in Texas. La città è a circo 500miglia da New Orleans, quindi quando domenica sera ho sentito le previsioni dei telegiornali sull’uragano Katrina sono salito in macchina e sono partito.
14 settembre 2005 - Philipp Meyer
Fonte: Indymedia New Orleans - 02 settembre 2005

Ho guidato per tutta la notte e sono arrivato ai sobborghi della città intorno alle 11 di mattina. L’uragano soffiava ancora e anche se in qualche modo i venti avevano rallentato la pioggia continuava e la visibilità era quasi nulla. L’Interstatale 10 era bloccata da lampioni caduti, tetti di case e detriti di ogni genere. Era come guidare in una discarica. Ogni tanto qualche pezzo di tetto di lamiera passava attraverso la strada o scendeva da una via laterale. Per la maggior parte del tempo riuscivo a non farci caso, ma quando i detriti più grossi hanno iniziato a volare mi dicevo “Resta vivo,resta vivo, resta vivo”.

Entrato nella Vera e propria New Orleans, la strada scendeva dolcemente e c’erano tra i cinque e i dieci piedi d’acqua a bloccarla. All’estremità dell’acqua c’era un pick-up sommerso fino al tetto. Ho fatto inversione guidato indietro contromano sull’autostrada, sperando di non trovare nessun’altra macchina che mi venisse incontro.

Alla fine ho notato un gruppo di macchine della polizia vuote parcheggiate su un cavalcavia. Ho parcheggiato dietro di esse e mi sono diretto verso un palazzo che speravo essere la stazione di polizia. Kenner è una città poche miglia ad ovest di New Orleans, all’estremità del lago Pontchartrain. Proprio come New Orleans, è al livello del mare o appena sotto. La stazione di polizia, però era costruita su un terreno leggermente sopraelevato rispetto all’area circostante. L’edificio era asciutto e i generatori funzionanti.

Mi hanno fatto passare attraverso tutta la catena di commando fino al Capitano, che mi ha prontamente inserito in un gruppo che stava per andare a riavviare le stazioni di pompaggio. New Orleans è tenuta all’asciutto da una rete di massicce stazioni di pompaggio, e molte di esse sono a Kenner. Tutte chiuse. Le condizioni erano così pericolose ed impraticabili che ognuno pensava che qualche membro del team di riparatori avrebbe potuto restare seriamente ferito, quindi erano tutti felici di avere un medico d’emergenza tra loro.

L’acqua nelle strade era profonda dai tre ai cinque piedi, e gli unici veicoli che riuscivano a spostarsi erano le jeep in stile militare e i mezzi camion. Ero a bordo di uno di essi con una dozzina di agenti di polizia e soldati della Guardia Nazionale. C’erano cavi elettrici caduti ovunque, attraverso tutti i quartieri a quanto pareva. Zigzagavamo per evitarle ma alcune erano talmente basse che ci sfioravano comunque. Se in una di esse fosse ancora passata dell’energia, saremmo tutti morti all’istante.

C’erano facciate strappate via da alberghi e edifici di appartamenti, letti e mobile visibili attraverso i buchi nelle pareti, enormi alberi sradicati e strade sommerse. Nelle zone asciutte c’erano mattoni, porzioni di muro, tubi e rami d’albero. E soprattutto c’erano i cavi elettrici. Uno era talmente basso che ho dovuto sollevarlo al di sopra del camion mentre ci passavamo sotto. A scriverlo mi sembra una cosa così stupida, ma non c’era più elettricità da nessuna parte, quindi lo facevi e pregavi.

Abbiamo passato tutta la mattina di lunedì a tentare di riavviare le stazioni di pompaggio. Gli addetti alle pompe non si trovavano da nessuna parte, quindi ognuno dava un’occhiata e cercava di capire come farle funzionare. i motori a diesel che muovevano le pompe erano abbastanza grandi da muovere una nave da guerra, ma capire come farli partire era impossibile. Dopo svariate ore, il clima si stava riscaldano e alcuni poliziotti e membri della Guardia Nazionale avevano coloriti scambi di battute su cosa fare poi.

Finalmente gli operatori sono arrivati e hanno avviato le pompe. Si è così scoperto che le stazioni erano fradice ma in buone condizioni, quindi eccezion fatta per la giornata trascorsa sott’acqua e il divincolarsi per evitare detriti appuntiti era abbastanza sicuro. Una volta ritornati alla stazione, mi hanno dato da mangiare e un alloggio tra gli agenti. Ho esaminato i miei piedi fradici e sbucciati e li ho massaggiati con disinfettante per le mani. Non c’era acqua corrente da nessuna parte.

La mattina dopo mi hanno mandato con una pattuglia a rispondere alle chiamate d’emergenza. Gli ospedali dell’area erano stracolmi e il governo cittadino aveva allestito un centro clinico-ospedaliero temporaneo nel secondo piano dell’aeroporto. Grazie al funzionamento delle pompe il livello dell’acqua durante la notte era sceso di qualche pollice, ma ce n’erano ancora tre o quattro piedi sulle strade. i negozi erano già preda dei saccheggi – tutti quelli che ho visto avevano le porte sfondate o divelte e una fila di gente che ne entrava e usciva. La gente portava via la merce da Walmarts su delle barche. La polizia cercava di fermarli ma era totalmente sopraffatta. So che Bush sta chiedendo alla polizia di fermare i saccheggi, ma al momento è una richiesta impossibile e ridicola. Ci sono migliaia e migliaia di saccheggiatori e solo una manciata di poliziotti. E ci sono migliaia di altre persone che hanno ancora bisogno di essere salvate. Se fin dall’inizio fossero stati inviati 25.000 militari non ci sarebbero stati saccheggi. E in ogni caso la maggior parte, se non la totalità, delle persone rimaste erano poveri. Non ho visto nessuno ( a parte gli ufficiali di polizia) che fosse rimasto durante l’uragano per “sfidarlo”. Sono rimasti perché non avevano mezzi per andarsene.

Ritornando alla storia – martedì mattina ormai il trasporto di base era diventato un grosso problema. Gli unici veicoli funzionanti della polizia di Kenner erano le due vetture di servizio, una vettura della Guardia Nazionale (in affitto e affidate ai soldati) e una barca (sempre in affitto). i primi due erano utilizzati per portare gli agenti in posizioni strategiche dove erano incaricati di mantenere la pace. Io sono stato assegnato al terzo, con tre agenti a farmi da scorta. La gente nelle strade era già abbastanza disperata, la maggior parte stava per restare senza acqua e cibo; mentre molti erano rispettosi, altri ci urlavano oscenità mentre passavamo. Fortunatamente i tre poliziotti che mi accompagnavano erano abbastanza esperti – uno era da lungo tempo nella narcotici, l’altro era nei reparti speciali – quindi mi sentivo abbastanza sicuro. Più tardi scoprimmo che a New Orleans la gente aveva iniziato a sparare sui poliziotti. Ma al momento non lo sapevamo.

Tutti i pazienti che ho avuto erano intrappolati senza vie di scampo. Vivevano tutti al secondo o terzo piano di edifici di appartamenti o motel. La prima chiamata è stata per una donna incinta di sei mesi, che si temeva stesse per avere il bambino (in due casi precedenti aveva partorito al settimo mese). Tutto ciò che avevo era un misuratore di pressione sanguigna, uno stetoscopio e qualche garza. Cercavo di ricordarmi la parte del manuale sull’assistenza al parto. Pensavo di potercela fare se si trattava di un parto normale, ma in caso contrario c’era da essere terrorizzati. Lei urlava “Devo andare in bagno, devo farlo uscire” e io le urlavo “Non spinga, non spinga”. Non sembrava che il parto fosse così vicino, ma non sapevo quanto fosse lontana la clinica nell’aeroporto; inoltre c’era un cavo elettrico caduto che bloccava la strada e avevamo dovuto parcheggiare abbastanza lontano dall’edificio e arrivarci a piedi. Ma in qualche modo ce l’abbiamo fatto. Un medico d’emergenza dei pompieri con molta esperienza nell’assistenza al parto ci ha raggiunti e tutto ci è sembrato più facile. Siamo riusciti a portarla all’aeroporto senza problemi.

Gli altri pazienti della giornata erano persone che vedi normalmente nelle sale d’emergenza – anziani in difficoltà, malati di cuore e diabetici, bambini e neonati malati, persone con la pressione altissima o problemi di circolazione, e un ragazzo con un taglio nel braccio lungo 9 centimetri e largo 4. Quasi tutti erano praticamente senza cibo e acqua; ad alcuni di loro erano stati rubati con la minaccia di una pistola. Tutti avevano molta, molta paura; uno tremava talmente che non riusciva a tenere in mano la sua bottiglietta di medicinali. C’erano 40 gradi fuori e un’umidità incredibile.

Visto tutto questo la prima cosa che ho pensato è stata “vattene via di qui subito”, e poi ho pensato che in tutta la zona circostante la gente stava morendo. Sapevo che a New Orleans i cadaveri venivano lasciati nell’acqua, a volte legati a qualcosa nella speranza che non fossero trascinati via dalla corrente. Avevo anche sentito che in uno degli ospedali della zona quando era saltata la corrente il generatore d’emergenza non si era attivato, e tutti i pazienti in terapia intensiva erano morti.

Alla fine, nessun’altro ha avuto bisogno di andare all’ospedale quel giorno. Ho controllato a tutti i segni vitali, gli ho rassicurati, ho dato loro consigli medici, ho lasciato cibo ed acqua, tamponato e medicato le loro ferite al meglio possibile. Per la maggior parte di essi pensavo “Ok, questo ce la farà a sopravvivere qualche altro giorno, e qualcuno’altro sta morendo in questo momento”. Ho dovuto prendere decisioni molto difficili, e non c’è modo di sapere se erano quelle giuste.

Scesa la notte siamo tornati per cenare. Qualcuno aveva donato della carne e ci siamo fatti un barbecue. Tutto era tranquillo, il sole calava tra bellissime nuvole e l’aria era asciutta. Poi si è cominciato degli spari ai poliziotti di New Orleans e la sensazione è stata che tutto stava per cambiare. Ero dispiaciuto per tutti – la gente fuori e quella lì dentro. In fondo stavano tutti semplicemente cercando di sopravvivere.

In quel momento le pompe erano in funzione e l’acqua stava scendendo. Questo voleva dire soprattutto che I pompieri avrebbero potuto scendere in alcune strade, che significa che altri medici d’emergenza con un equipaggiamento adeguato e magari anche qualche paramedico sarebbero riusciti ad arrivare a Kenner. Secondo me, era il momento di andare a New Orleans, dove avrei potuto rendermi utile nelle ricerche.

Alle 7.45 di sera di martedi sono entrato al commando per parlare con il Capitano; il posto era sempre molto serio ma ho capito subito che era successo qualcosa di terribile. Mi hanno detto che quel pomeriggio si era aperta una breccia di 400 piedi in una delle barriere, e non si poteva aggiustare. Nel giro di qualche ora New Orleans sarebbe stata coperta da altri 10-15 piedi d’acqua. La situazione era già terribile, ma così sarebbe stato molto, molto peggio. Come ho già detto, le scorte di cibo e acqua si stavano esaurendo, non c’era acqua corrente né elettricità per miglia, con la sola eccezione di pochi ospedali e stazioni di polizia con generatori d’emergenza.

La stima ufficiale era che la città di Kenner stesse per essere coperta da altri dieci piedi d’acqua. Il primo piano della stazione di polizia sarebbe divenuto una palude, I generatori e la radio sarebbero saltati, e il solo mezzo di trasporto usabile sarebbe stata la barca. Per non parlare della prigione, che sarebbe stata sommersa. (…) Nonostante tutti I preparative, il Dipartimento di polizia di Kenner era ritornato all’età della pietra. E a New Orleans andava pure peggio.

Ho chiesto al Capitano quanto ci sarebbe voluto perché il livello dell’acqua tornasse normale. “Mesi – ha risposto – o forse non ci tornerà mai. E’ molto peggio del peggior scenario immaginabile. Nessuno sa cosa pensare.”. Fuori c’era un convoglio di mezzi d’emergenza che se ne stava andando lungo la I-10. Mentre li guardavo partire ho capito che dovevo prendere la mia decisione: restare per un bel periodo, un mese almeno, o andarmene in quel momento.

(…)

Deciso di partire, ho raggiunto la mia macchina, ma mi sono accorto di essere sull’autostrada nella direzione sbagliata. Ho guidato per miglia in direzione di New Orleans, verso l’inondazione che si avvicinava. Non trovavo un punto per fare inversione. Finalmente ho trovato un buco nel guardrail e mi sono gettato con la macchina sull’aiuola erbosa che divide le due corsie. Il fango era profondo un piede, e le ruote si sono impantanate per un momento; per un secondo sono stato sicuro che sarei rimasto lì. Ma per fortuna le gomme ad un certo punto hanno fatto presa, e mi sono potuto unire al convoglio di ambulanze e macchine della polizia che se ne stavano andando.

La situazione a New Orleans continua a peggiorare. La gente è senza cibo e acqua da giorni. Un milione di persone che vivevano in città sono senza casa, senza lavoro e senza mezzi di sostentamento. Il disastro è peggio di quello dell’11 settembre a New York. Forse qualcuno l’ha già detto, o forse non è una cosa bella da dire. In ogni caso, è vero.

Vorrei concludere parlando degli agenti di polizia. Hanno perso tutto – le loro case sono distrutte, le loro famiglie sparpagliate chissà dove e senza modo di comunicare. Ma ciononostante hanno continuato a lavorare per salvare la loro città e I cittadini intrapolati là. E’ stato un onore conoscerli.

Grazie di aver letto, e fate ciò che potete.

Note:

Tradotto da Chiara Rancati per www.peacelink.it
Il testo può essere liberamente riutilizzato per scopi non commerciali citando la fonte, l'autore e il traduttore.

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