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I troppi silenzi americani su Jill Carroll, rapita in Iraq


La redazione del Christian Science Monitor aveva paura che quel «Christian» potesse peggiorare la situazione
Parlano i suoi colleghi del giornale di Boston. Sempre più preoccupati per la prolungata assenza di segnali e di richieste dei rapitori
14 gennaio 2006 - Franco Pantarelli
Fonte: Il Manifesto

I media americani si sono accorti che in Iraq è stata rapita una giornalista loro connazionale di nome Jill Carroll (accanto nella foto ap). E siccome quando decidono di muoversi sanno come farlo hanno anche rivelato l'arcano di quello sconcertante silenzio stampa che sembrava avere condannato la sorte di Jill alla sola, eventuale, benevolenza dei suoi rapitori. E' stato il Christian Science Monitor, il giornale per il quale in quel periodo la free-lance stava lavorando, a chiedere quel silenzio. Ma a quanto pare non - come si potrebbe pensare - perché la direzione del gionale fosse stata in grado di avviare immediatamente una trattiva per il suo rilascio e temesse che la diffusione di troppe notizie potesse pregiudicarla, bensì perché nel panico delle prime ore a qualcuno era venuto in mente che quella parola contenuta nella sua testata, Christian, potesse rendere la situazione di Jill ancora più difficile. Così la scarna notizia iniziale, «rapita giornalista americana», è rimasta tale per due giorni e chi non frequentava il circuito informativo internazionale non sapeva come la giornalista si chiamasse, né per quale giornale stesse lavorando. Perfino - ma questa si è saputo dopo - il sito Internet che Kathy Carroll, la gemella di Jill, gestiva da mesi per raccontare le giornate irachene di quella sorella spericolata di cui va tanto fiera, fu reso inaccessibile. «Sostanzialmente - racconta Marshall Ingwerson, il direttore esecutivo del Christian Science Monitor - tutti quelli che siamo riusciti a raggiungere sono stati molto comprensivi, tanto che ne sono rimasto sorpreso, oltre che rincuorato da tanta gente desiderosa di aiutarci». Per carità, in momenti del genere - ne sa qualcosa il manifesto - ognuno reagisce come sa e comunque questa ragione del silenzio è migliore delle altre possibili come l'indifferenza o peggio il timore di «danneggiare le nostre truppe», i cui comandanti hanno anzi mostrato la voglia di liberare Jill, seppure con l'unico spirito che una forza d'occupazione sa concepire. L'altro ieri, si è saputo, hanno attaccato la moschea di Umm al-Qura, che si trova nel quartiere di Baghdad dove la giornalista si trovava quando è stata rapita, hanno sfondato porte con gli esplosivi, hanno buttato all'aria tutto e hanno portato via cinque persone per «accertamenti». Non hanno trovato Jill, ma in tutto il quartiere ci sono state dure proteste - cui si sono unite quelle dei funzionari dell'Onu - il che ha peggiorato se possibile la situazione.

Comunque, dopo due giorni la cosa è diventata insostenibile e il Monitor è uscito con una dichiarazione - «continueremo a fare tutto ciò che possiamo per riportare Jill a casa» - e con una ricostruzione di come sono andate le cose, la quale per la verità contrasta con quelle di tutti gli altri in un dettaglio che poi, quando Jill verrà liberata, potrebbe risultare importante. Dice infatti la versione comune che l'automobile su cui viaggiavano la Carroll, il suo interprete Allan Enwiyah e l'autista il cui nome non si conosce, è stata bloccata quando era quasi arrivata all'ufficio di Adnan al-Dulaimi, un politico sunnita con cui Jill aveva appuntamento per un'intervista. L'autista è stato buttato fuori, uno dei rapitori si è messo al volante, gli altri sono anche loro saliti a bordo, l'automobile si è allontanata velocissima e più tardi è stato trovato il corpo di Enwiyah, ucciso da due colpi alla testa. La versione del Monitor invece dice che loro sono arrivati puntualissimi all'ufficio di al-Dulaimi, ma lui non c'era. Hanno aspettato una mezz'ora e poi - considerando «imprudente» restare troppo a lungo - hanno deciso di andar via, giusto in tempo per essere bloccati dai rapitori. E' possibile che al-Dulaimi abbia avuto le sue buone ragioni per non essere presente, ma certo la differenza fra le due versioni potrebbe costituire un elemento importante per il suo possibile «ruolo» nel rapimento.

Tutto ciò, si diceva comunque, sarà oggetto del dopo. Ora il problema è che questa ragazza di 28 anni torni a casa, che i rapitori si rendano conto che è proprio attraverso gente come lei - e come Giuliana Sgrena - che si possono sapere le cose che i giornalisti embedded non sono in grado di raccontare. Lei è una che mesi prima che l'invasione dell'Iraq avesse luogo - ma quando già le fanfaluche di George Bush sulle armi di distruzione di massa non lasciavano dubbi sulle intenzioni della Casa bianca - pensò bene di andare in Giordania per impadronirsi meglio della lingua araba ed essere così «pronta» per l'inizio delle operazioni. Una lezione di serietà professionale che ora tutti, qui, le riconoscono. Tutti tranne i suoi rapitori, almeno finora, visto che a oggi da loro non c'è stato cenno. Né per rivendicare la loro azione, né per porre condizioni al rilascio.

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