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Una Magna Charta per la rete

Al «Dialogue forum on internet rights» le prime proposte per garantire i dirittiIntervista a Stefano Rodotà. «Tra una serie analitica di prescrizioni o l'individuazione di principi, propendo per questa seconda strada». Obiettivo: fissare un quadro di riferimento per i diversi casi particolari
4 ottobre 2007 - Raffaele Mastrolonardo
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

Governare l'ingovernabile. Nulla meglio di un ossimoro può riassumere un'idea ambiziosa come quella di dare a internet una Costituzione. O una Carta dei diritti, o un Bill of rights, o una Magna Charta. Tanti nomi per un solo concetto: un documento solenne che garantisca che quell'universo anarchico e transnazionale - la rete - continui ad essere uno spazio di sviluppo per individui e comunità. E' di questa idea, all'apparenza folle, che i rappresentanti di 53 Paesi hanno discusso a Roma una settimana fa nell'ambito del Dialogue forum on internet rights, conferenza organizzata dal governo italiano. Di questo, fra l'altro, si parlerà il 12 novembre prossimo a Rio de Janeiro in occasione del secondo appuntamento dell'Internet governance forum delle Nazioni Unite. Grande sostenitore dell'iniziativa (nata anche grazie all'attivismo dell'ex senatore verde Fiorello Cortiana) è Stefano Rodotà, giurista da sempre attento al nesso tra rete e diritti a cui abbiamo chiesto di spiegarci di che cosa si tratta.
Ma internet ha davvero bisogno di una «Costituzione»?Si moltiplicano iniziative da parte dei grandi soggetti privati per mettere a punto regole che riguardano il funzionamento di internet su temi come la censura e la tutela della privacy. Se queste grandi imprese si muovono in questa direzione vuol dire che esiste un problema vero, la cui soluzione però non può essere affidata solo ai privati.
La governance della rete è troppo seria per essere lasciata in mano alle aziende?Il rischio è che le regole siano ritagliate ad uso e consumo di questi soggetti o che le iniziative di cui parliamo siano solo cosmetiche e smentite dalla prassi.
Gli scettici sostengono che internet si è sviluppata anarchicamente e bisogna confidare nelle sue capacità di autoregolazione.I termini «Costituzione», «Carta dei diritti», «Bill of rights» hanno valore in quanto esprimono il principio che la regola deve essere posta a tutela delle libertà. Hanno dunque anche un'importante carica simbolica. Ma deve essere chiaro che stiamo parlando di un processo inedito, perché è Internet a essere storicamente inedita, nella sua natura transnazionale e partecipativa.
In cosa può consistere questo processo?Innanzitutto in un approccio che sia multi-stakeholder - con gruppi di lavoro di cui facciano parte aziende, governi, singoli ministeri, associazioni, individui - e multi-livello. Vuol dire che se c'è un ambito nel quale si ritiene di essere più avanti si può procedere su quello senza dove fermare il processo.
Quale forma può prendere una Carta dei diritti di internet?Qualcuno la immagina come una serie analitica di prescrizioni, altri puntano sull'individuazione di principi. Personalmente, propendo per questa seconda strada. Articoli troppo dettagliati rischiano di invecchiare in fretta. I principi, invece, fissano un quadro di riferimento all'interno del quale i casi particolari possono inserirsi.
E quali principi potrebbero trovare posto in un'ipotetica Carta?Penso alla tutela dell'identità individuale, alla libertà di pensiero, alla protezione dei dati personali, al diritto di cercare informazioni, all'accesso alla conoscenza che è connesso al problema dei beni comuni.
Da dove si può partire per arrivare a un simile documento?Ritengo si possa partire da una ricognizione di quello che già oggi disciplina i vari ambiti: norme nazionali, sovranazionali, codici di comportamento delle imprese, la netiquette. Bisogna fare un inventario per vedere quali sono i settori in cui c'è maggiore consenso.
Altro problema sollevato dagli scettici: quali sono le chance di rendere esecutivi i diritti sanciti dalla Carta?Anche in questo caso, molto dipende. In materia di privacy, per esempio, esiste già un tessuto di autorità nazionali e sovranazionali (pensiamo all'Europa) che possono garantire una certa efficacia delle regole. L'autoregolazione è una bella cosa ed è anche necessaria, ma alla fine quando si arriva al problema dell'enforcement diventa palese che ci vuole un'assunzione di responsabilità politica.
Che cosa si aspetta dal prossimo meeting di Rio?Innanzitutto che la questione della Carta dei diritti esca dall'ambito degli workshop specialistici e diventi il tema di una delle grandi sessioni pubbliche trasversali dell'Internet governance forum. Poi, spero in un confronto tra i vari gruppi impegnati su singoli temi. Infine che si riesca a impostare il lavoro per un inventario che raccolga i riferimenti "normativi" nei vari ambiti e che inizi a definire l'elenco dei possibili contenuti di un Bill of rights.
raffaele@totem.to

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