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Morire di bugie: in rete le storie dei soldati americani in guerra

25 dicembre 2004 - Vittorio V. Alberti
Fonte: L' Unità on line

Perché chiedere a un soldato di morire per una bugia? È questa una battuta di un film? È forse una frase a effetto di qualche gruppo pacifista? No. È una delle domande che più spesso si incontrano visitando almeno una ventina di siti internet americani nati tra la fine dell'anno scorso e quest'anno. Siti ricchi di foto, filmati sull'operazione Iraqi Freedom e, innanzitutto, di testimonianze spesso drammatiche di soldati, reduci e delle loro mogli e madri, dei loro figli e dei loro padri.

Si tratta di un fenomeno che proprio in una compiuta democrazia come gli Stati Uniti si può manifestare e che va aumentando in modo esponenziale influendo parecchio nell'opinione pubblica: molti tra i militari americani che tornano dal fronte iracheno si sono riuniti in associazioni e denunciano sempre più gli orrori della guerra e, anche dal fronte stesso, le molte carenze negli equipaggiamenti.

Già nell'ottobre del 2003, il generale e candidato democratico Wesley Clark, nel suo saggio What went wrong pubblicato dalla "New York Review of Books", accusava avventatezze ed errori nella conduzione del conflitto. Oggi, alle rievocazioni della guerra in Vietnam come analogia a quella in Iraq suscitate da larghi settori della stampa americana, si mescolano proprio le testimonianze dei soldati, definiti "il nuovo rivale di Bush" alla televisione e, soprattutto, su internet.

La principale tra queste associazioni si chiama Operation truth, operazione verità, che ha raccolto 300 mila dollari in una settimana. Il fondatore, Paul Rieckhoff, dopo dieci mesi da ufficiale volontario al fronte, dice: "Voglio che gli americani sappiano cosa succede davvero in prima linea. E nessuno meglio dei soldati che ci sono o ci sono stati possono raccontarglielo".

In un discorso radiofonico pubblicato per iscritto da PeaceReporter a maggio, Rieckhoff ha affermato "sono andato in guerra perché avevo sottoscritto un impegno con il mio Paese. Non c'erano abbastanza veicoli, munizioni, medicinali, acqua, protezioni antiproiettile. Abbiamo aspettato nuove truppe e la polizia militare per coprire la città. Abbiamo aspettato gli aiuti stranieri, gli interpreti e il ripristino delle linee di rifornimento. Abbiamo aspettato che arrivasse dell'acqua. Abbiamo aspettato e aspettato, mentre gli attacchi contro i miei uomini continuavano e crescevano. La missione era di mettere l'Iraq al sicuro e aiutare gli iracheni. Abbiamo visto con i nostri occhi la terribile sofferenza che hanno dovuto sopportare. Abbiamo visto la speranza nei volti dei bambini iracheni che potrebbero avere la possibilità di crescere liberi come i nostri. E invece le persone che hanno pianificato questa guerra hanno visto l'Iraq cadere preda del caos, e si sono rifiutate di cambiare il corso delle cose. I nostri soldati stanno ancora aspettando una politica che coinvolga il resto del mondo e li sollevi dal loro fardello. La mia domanda per il presidente Bush è questa: quando si prenderà la responsabilità delle decisioni che ha preso in Iraq e capirà che c'è qualcosa di sbagliato nel modo in cui le cose stanno andando?".

A luglio sono nati gli Iraq Veterans Against the War -che tanto ricordano la V.V.A., l'associazione dei reduci del Vietnam- che, attraverso il loro fondatore, il marine in congedo Mike Hoffman, chiedono il ritiro immediato delle truppe. "L'opposizione interna all'esercito è ancora all'inizio -si legge nel sito- ma ora i soldati stanno capendo che i responsabili di questa situazione non sono le persone che stiamo combattendo, ma la gente che ci ha messo in queste condizioni. Non saremmo messi così male se non ci avessero mentito, i soldati stanno arrivando a questa conclusione. Quando ciò diventerà un sentimento diffuso, l'opposizione alla guerra crescerà molto di più".

Altro gruppo è la Military Families Speak Out, che rappresenta 1750 famiglie e denuncia, insieme ai reduci di Bring them home now le condizioni di vita dei soldati Usa al fronte e distribuisce ciclostilati con su scritto "Bush ha mentito: i soldati muoiono. Non partecipiamo a una missione suicida".

La questione è venuta alla ribalta in occasione della visita del neo-confermato segretario alla Difesa Donald Rumsfeld a Camp Buehring, base Usa nel Kuwait, a oltre 2000 volontari della Guardia nazionale del Tennessee, i cosiddetti "guerrieri della domenica" (così chiamati perché non professionisti) che costituiscono circa un terzo del contingente americano in Iraq.
Su imbeccata di un giornalista, a Camp Buehring ha preso la parola il caporale Thomas Wilson: "Perché noi soldati siamo costretti a raccattare lastre metalliche dalle discariche per corazzare i nostri veicoli? Perché non abbiamo mezzi di trasporto adatti a resistere alle imboscate della guerriglia? Perché non abbiamo abbastanza giubbotti antiproiettile?".

A tali precise e imbarazzanti domande, poste non da un manifestante pacifista, né da un esponente democratico, ma da un volontario repubblicano in divisa e al fronte, Rumsfeld ha replicato: "Voi andate in guerra con l'esercito che avete, non con quello che vorreste. Potete avere tutta la blindatura del mondo ma un carro armato può saltare in aria lo stesso".

Cosa significa per Rumsfeld, teorico dell'"esercito leggero" (minimo di soldati e massimo di tecnologia)? Significa rassegnarsi alla maggiore minaccia, quella delle bombe improvvisate, gli "Ied" (improvised explosive devices), piazzate ai lati delle strade e responsabili del 40 % delle perdite tra i militari statunitensi.

Stesso problema per i gipponi "Humvee" che pattuglieranno Baghdad nel periodo elettorale. Nonostante siano i mezzi più usati dai militari Usa in Iraq, scarseggiano di numero e sono poco blindati, tanto che in molti si sono rifiutati più volte di utilizzarli, come i diciotto riservisti recentemente condannati per essersi sottratti al trasposto di carburanti da Nassirya a una base a nord di Baghdad.

Ebbene, Maureen Dowd (New York Times) ha scritto che i soldati "sono stanchi di quello che Bush ha reso ormai un vero e proprio servizio di leva. In realtà, sono stati trascinati in una guerra lunga e selvaggia senza i mezzi necessari per portare a casa la pelle. Secondo i piani dei neocons, trasformare l'Iraq in una democrazia sarebbe stata una passeggiata, tanto che Rumsfeld minimizza dicendo che nulla è perfetto e che le cose succedono perché la libertà è disordine".
Toqueville sosteneva che "i soldati degli eserciti democratici parlano spesso e liberamente ai loro generali, i quali ascoltano e rispondono volentieri. Li direste commilitoni altrettanto che capi". Ebbene, saranno Bush e Rumsfeld a smentire il grande pensatore francese? E, soprattutto, se si guarda al fenomeno di crescente reducismo che si va diffondendo in America, si deve pensare davvero che l'Iraq sia effettivamente un nuovo Vietnam?

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