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Orrori di stampa

24 dicembre 2004 - Paolo Serventi Longhi (Segretario Generale Fnsi)
Fonte: Il Manifesto

Bene ha fatto il manifesto a dedicare una inchiesta approfondita alla situazione attuale dell'editoria italiana, di quell'industria dei giornali sempre in bilico tra crisi e rilancio, tra difficoltà contingenti e problemi strutturali. Un'industria sui generis, che ben difficilmente dà utili certi a chi vi investe, e i cui prodotti sono in minima parte esportabili a causa della ristrettezza di un mercato di parole in una lingua, l'italiano, poco frequentata fuori dai nostri confini. Il giornale è, o dovrebbe essere, lo specchio della società, il veicolo principale di una informazione e di una cultura realmente plurali e possibilmente non superficiali. L'alternativa, più ragionata e approfondita, agli altri media, a cominciare dalle televisioni.

La situazione italiana, in una realtà globale assai contraddittoria, è quella che tutti conosciamo e che l'inchiesta di Roberta Carlini e Bruno Perini hanno evidenziato: l'accentuarsi dello squilibrio nella ripartizione delle risorse pubblicitarie che penalizza i giornali rispetto alle televisioni; la competizione sfrenata tra gli editori per aumentare la propria parte di una fetta sempre più piccola della torta-mercato; il tentativo berlusconiano di blindare il sistema della comunicazione, consolidare il conflitto di interessi e governare i media alla vigilia dei prossimi appuntamenti elettorali. Il tutto condito da una salsa dolce-amara costituita da promesse di sgravi contributivi e fiscali, da bonus triennali per la carta, da ipotesi di alleggerimenti tariffari e di sostegno al credito agevolato.

Solenni prese in giro che in pochi giorni, prima di Natale, si sono volatilizzate lasciando grandi e piccoli senza parole.

Qualcuno ha reagito, la Federazione degli editori ha rifiutato l'immagine dei propri iscritti che, come i polli di Renzo, si beccano tra loro mentre il Grande Manovratore li tiene in pugno. Proteste, denunce, richiami al pluralismo non hanno però intenerito il cuore di un governo impegnato a far quadrare i conti di una riforma fiscale di là da venire e che, peraltro, suona ormai come una beffa per gli italiani.

Qualcun altro ha proposto nuove forme di associazionismo tra editori per evitare di essere spazzati via senza lottare, e mi riferisco all'area della cooperazione e del non profit che mi sembra si stia muovendo positivamente con la costituzione di Mediacoop.

I grandi cercano di riorganizzarsi e sono costretti dalle stesse distorsioni della Gasparri a uscire dall'immobilismo ed a fare investimenti dei quali loro stessi non sono poi così entusiasti.

Nessuno può sottovalutare i grandi movimenti in corso. Il ritorno al Corriere della sera di Paolo Mieli al posto di Folli, l'approdo di Ferruccio De Bortoli al Sole-24 Ore, e i contestuali cambiamenti a Mediaset ed alla Mondatori (fuori Costanzo e Mentana, dentro Rossella al Tg5 e Calabrese a Panorama) rappresentano sconvolgimenti dal segno forse diverso ma che, a mio avviso, non vanno commentati frettolosamente.

Certo, se nel patto di sindacato del Corriere qualcuno pensava di occupare caselle chiave a nome e per conto del Premier, non sarà soddisfatto del prevalere di un giornalista-manager non certamente berlusconiano.

Ma segnalo altri recentissimi importanti eventi ed altri in nuce: a cominciare dall'acquisto per 115 milioni di euro di una tv nazionale come Rete A da parte del gruppo l'Espresso-De Benedetti. Un interesse per le televisioni sempre negato dall'editore progressista ed ora realizzato con una rete che va sia sull'analogico sia sul digitale terrestre tanto caro a Gasparri. Il suddetto ministro gongola, forse gongolano meno editori che sono costretti a spendere soldi pesanti per reggere in un mercato che vedrà da gennaio sul digitale terrestre le partite del campionato di calcio targate Mediaset a tre Euro l'una, con pubblicità prima, durante e dopo.

Ancora, Franco Caltagirone compra il Gazzettino a Venezia, tratta (pare) la Stampa con Montezemolo, si conferma come l'editore con maggiore liquidità. Fa investimenti espansivi, mentre altri difendono le quote di mercato della pubblicità (non le vendite che restano pressoché inalterate) con l'attività commerciale collaterale, gli abbinamenti editoriali, i libri, i dvd, i cd.

Dove porta questa massiccia riorganizzazione dell'editoria italiana? Finora si può dire a cosa non porta, e cioè ad un ampliamento della pluralità delle voci se è vero, come è vero, che il numero degli editori più o meno puri, di quotidiani e periodici, si riduce. Rusconi chiude quattro testate, i conti di molti settimanali e mensili sono in rosso, gli unici investimenti veri non sono sulla qualità dei prodotti ma sulle armi da usare nelle guerre per l'espansione.

Un'editoria che si rimette in movimento ma che non riesce a compiere fino in fondo battaglie di libertà, la Rai devastata e messa a rischio nella stessa funzione di servizio pubblico, Mediaset sempre più forte e ricca.

Ed il mondo del lavoro? Ci prova a far sentire la sua voce, denuncia i rischi di un'informazione condizionata dai poteri, chiede la difesa della pluralità delle voci e dei posti di lavoro. Lo fanno i giornalisti con il loro Sindacato e le Confederazioni sindacali. E' bene che lo faccia la stampa libera e che si muova la società italiana, riprendano a lottare i cittadini, in difesa del loro diritto ad essere correttamente informati.

Sarebbe bene che della difesa di questi diritti si facciano subito, inequivocabilmente, carico le forze politiche che hanno respinto la legge Gasparri, il conflitto di interessi e che devono difendere la pari condizione nella campagna elettorale, a quattro-cinque mesi dal voto regionale.

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