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Carogne di immigrati

Un nuovo massacro lascia cadaveri senza nome né volto in Sicilia. La condizione di migrante è un'intollerabile condizione di "non cittadinanza", lo rende dimezzato ed alieno rispetto alla comunità dove vive o muore, e arriva a disgiungere il migrante dalla stessa dignità di umano
18 novembre 2005 - Gennaro Carotenuto (http://www.gennarocarotenuto.it)

La lingua italiana utilizza termini diversi per definire i resti di un essere vivente dopo la morte. Senza affanni animalisti, se l'essere umano morto si definisce cadavere, appare un inutile insulto definire il corpo morto di un cane o di un bue o di un leone, con un termine come "carogna" che fatalmente acquisisce un tono dispregiativo. Certo, la razza umana da migliaia di anni seppellisce con pietà i propri morti e perfino le guerre (salvo l'assalto statunitense a Falluja) hanno sempre previsto brevi tregue perché ognuno dei contendenti seppellisse i propri caduti. Nessuna razza animale fa altrettanto, anche se la pietà per il corpo morto del proprio simile non è un'esclusiva umana.

A Pozzallo, in quella provincia di Ragusa che guarda verso la Tunisia e con l'Africa immensa di fronte, oggi si contano già nove morti nell'ultima tragedia causata dalle leggi che impediscono di fatto l'immigrazione legale in Italia e dai benpensanti che ritengono che sia indispensabile indurre migliaia di disgraziati a rischiare la vita alimentando il mercato di schiavi che ingrassa la criminalità organizzata. Nove morti, nove cadaveri tutti in fila rappresentano una strage, una tragedia immensa. Ognuna di quelle singole morti meriterebbe di essere vegliata e pianta. Le nostre stragi quotidiane, quelle del sabato sera per esempio, meritano spesso poche righe in cronaca. Ma i morti non perdono la loro umanità, i loro nomi, la loro età vengono citate, le loro foto vengono pubblicate, nella rappresentazione di una pietà pubblica che fa superare a quelle morti il carattere di morte privata.

Nulla di tutto questo accade per gli esseri umani inghiottiti dalle leggi che reprimono l'immigrazione clandestina più che dal mare. Per la strage di Natale del 1996, quando 286 migranti dallo Sri Lanka morirono nel Canale di Sicilia, ci vollero anni solo perché i superstiti fossero creduti. Intanto il mare restituiva resti umani che nessuno aveva interesse a considerare come tali. Come se il cadavere di un immigrato fosse in realtà la carogna di un'immigrato e la sepoltura non fosse un rituale per comporre il lutto dei superstiti ma divenisse, di fronte all'oggettiva solitudine del migrante (Tahar Ben Jelloun, L'estrema solitudine, Bompiani 1999), null'altro che un'operazione sanitaria.

Qualche giorno fa, invitato a un dibattito sull'immigrazione, alcune mie affermazioni causarono il gelo dei presenti, la sorpresa di alcuni immigrati e la piena solidarietà di alcuni di loro, in particolare un cittadino curdo e un algerino con i quali mi intrattenni a lungo poi. Dissi che la battaglia per il voto -politico- agli immigrati è oggi altrettanto se non più importante, ma comunque comparabile, alla battaglia condotta nel XIX secolo e oltre per il suffragio universale e che si conclude solo il 2 giugno 1946 con la conquista del voto da parte delle donne.

Non solo. Come nel XIX secolo le classi dirigenti -che in un simulacro di democrazia attribuivano solo a se stesse il diritto di voto- non mossero un dito per l'allargamento del suffragio, così oggi neanche il più progressista dei politici italiani percepisce come prioritaria una battaglia che o sarà degli immigrati o non sarà.

Nella sala affollata di progressisti ed elettori dell'Ulivo calò il gelo. La maggior parte dei presenti non considerava la mancanza del diritto di voto politico agli immigrati come un vulnus intollerabile alla nostra democrazia. Pronti ovviamente a considerare gli immigrati nella loro interezza di persone e a difenderne il buon diritto a beneficiare delle nostre conquiste, i presenti non apparivano altrettanto preparati ad estendere alla piena partecipazione politica, alla cittadinanza quella considerazione. Puoi usare i nostri ospedali, le nostre scuole, e sinceramente ti accogliamo in maniera fraterna, ma non puoi deciderne la destinazione d'uso, votare per i nostri partiti, eleggere ed essere eletto. Fratello sì, ma minore.

Il pubblico era pronto a perdersi in mille distinguo sulla differenza tra voto amministrativo e voto politico. Il primo è digerito ma non prioritario per un popolo di sinistra che sembra dimenticare come sia la partecipazione a generare la rappresentanza e che accetta questo ed altri sacrifici tattici dei propri dirigenti fino a sorprendersi scavalcati da Gianfranco Fini. Il secondo, il voto politico, non è neanche preso in considerazione. Il tema non è parte del dibattito nel paese europeo dove l'ottenimento della piena cittadinanza da parte degli immigrati resta culturalmente prima che giuridicamente un tabù.

Emergeva in quella sede la confusione della paura di partiti confessionali, come se l'Italia non fosse stata governata per 50 anni dalla Democrazia Cristiana. Era chiaro che la maggior parte dei presenti considerasse il voto politico come la cittadinanza stessa un diritto di sangue non estendibile ai non nati italiani. E' lo "ius sanguinis" sul quale si basa il nostro ordinamento, per il quale ha diritto alla cittadinanza e al voto un discendente dominicano di Cristoforo Colombo, ma non ha diritto a cittadinanza e voto un dominicano che vive e lavora in Italia. E neanche un suo figlio nato in Italia ha diritto alla cittadinanza. Quel giorno capii che il tempo dell'oramai indispensabile passaggio allo "ius solis" non è ancora maturo per gli italiani.

Eppure è tempo di uscire dall'inganno. E' possibile definire ancora una democrazia quella che esclude dal diritto di voto il 5 e domani il 10% dei suoi abitanti/cittadini? E' democratico che le leggi, quelle sull'immigrazione ma non solo, siano scritte e votate sulla base dell'apartheid politica di quello che oggi è senza dubbio il gruppo sociale più dinamico del paese e che ha maggiori competenze per scrivere quelle stesse leggi? Gli italiani che eleggono un parlamento che obbliga decine di migliaia di esseri umani l'anno a rischiare e spesso a perdere la vita in un rituale medievale come quello dell'ingresso clandestino, hanno dimostrato (dalla Martelli alla Bossi-Fini) di non essere culturalmente adeguati e politicamente responsabili. Solo un parlamento veramente rappresentativo, che includa i cittadini immigrati sarebbe in grado di rappresentare realmente la cittadinanza di questo paese indiscutibilmente composta anche da immigrati.

I sindacati percepiscono l'attacco ai diritti sotteso alla clandestinità ed all'economia sommersa prodotta dal lavoro nero dei migranti ma non sono tenuti a porre il tema della rappresentatività politica di milioni di lavoratori. I partiti rappresentano solo gli elettori. Oggi questi non corrispondono più ai reali residenti nel paese. Solo un grande movimento dei migranti che conduca alla conquista della vita politica può ristabilire oggi la rappresentanza democratica violata dalle leggi che escludono dal voto gli immigrati.

Con due milioni e mezzo di "italiani immigrati", privati del diritto di voto, la democrazia in Italia è oggi sospesa. E' solo un simulacro, come quella elitaria dell'Italia liberale dal 1861 fino al 1912 (1946 nella pienezza). La sospensione della democrazia genera mostri come le mille tragedie connesse tanto alla clandestinità, come alla residenza legale ma dimezzata nei diritti di chi possiede il permesso di soggiorno. Nell'Inghilterra della Magna Carta la rappresentanza politica era collegata alla tassazione. Eravamo nel Medioevo. L'Italia del XXI secolo è più indietro. Due milioni e più di cittadini pagano le tasse senza ottenere in cambio rappresentanza ma qualcosa di molto inferiore. Pagano le tasse ed ottengono appena l'elementare diritto a risiedere nel territorio che popolano per la stretta durata del contratto di lavoro. Poi fuori, il lavoro è merce. Il regresso è esplicitato dalla Bossi-Fini con l'aberrazione che collega il lavoro al diritto di soggiorno. Un altro milione e più di cittadini pagano, i clandestini, pagano la tassa più salata dello sfruttamento, utili nella loro gabbia per calmierare il nostro mercato del lavoro senza ottenere alcun diritto in cambio.

Solo la maturazione della coscienza dei migranti può condurre la battaglia della cittadinanza. E solo al ristabilimento del suffragio universale reale in questo paese la democrazia tornerà piena e tragedie come quella di Pozzallo entreranno a far parte della storia.

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